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Sivicoltura, un progetto ben piantato in campagna Stampa E-mail

di Fabrizio Bernini, Area Programmazione, infrastrutture ambiente - Provincia Piacenza

Uno dei progetti bandiera inseriti nel Piano strategico Vision 2020 per Piacenza è intitolato Una campagna per vivere. L’obiettivo primario del progetto è la salvaguardia della campagna come elemento fondamentale dello sviluppo di un’economia locale sostenibile e solidale. Questo programma ha quindi valenze economiche, ecologiche, paesaggistiche, sociali ed etiche.
Si inserisce inoltre nell’ambito delle misure di riduzione delle emissioni dei gas serra e di rilancio del ruolo strategico della selvicoltura. Va infatti ricordato che il Protocollo di Kyoto e la deliberazione Cipe del 19 novembre 1998 “Linee guida per le politiche e misure nazionali di riduzione delle emissioni dei gas serra” annoverano tra le azioni da avviare la promozione dell’efficienza energetica in tutti i settori; lo sviluppo delle fonti rinnovabili per la produzione di energia e delle tecnologie innovative per la riduzione delle emissioni; la protezione ed estensione delle foreste per l’assorbimento del carbonio; la promozione dell’agricoltura sostenibile.
Conseguentemente,in ognuno dei 4 assi in cui è articolato in Emilia Romagna il programma regionale di sviluppo rurale 2007-2013, si prevedono misure e azioni rivolte ad assegnare un ruolo strategico alla selvicoltura, in una logica di sviluppo sostenibile. Tuttavia per poter esprimere a pieno questa potenzialità in Provincia di Piacenza andrebbe migliorato il coordinamento, la comunicazione e la cooperazione relativamente proprio alle politiche riguardanti il settore forestale.
La silvicoltura di pianura è demandata alle Comunità Montane e alla Provincia. Quest’ultima investe ogni anno in interventi di forestazione pubblica e privata cifre (regionali e comunitarie) che vanno dai 50 mila ai 400 mila euro. La cifra aumenta negli anni in cui ai fondi regionali si aggiungono, appunto, i finanziamenti comunitari.
Volendo partire da un dato quantitativo (sia pure approssimativo) si può dire che mediamente nel territorio collinare e di pianura vengono messe a dimora dalla Provincia circa 10.000 piante l’anno, che vengono seguite (sfalci e irrigazione) per 4-5 anni. Pertanto nell’arco di 10 anni la Provincia reintroduce circa 100 mila piante. Con maggiori risorse e con un raccordo funzionale tra Regione, Provincia, Comuni, Consorzi, Enia (gestore, tra l’altro, del verde urbano) e privati si potrebbe far molto di più. Senza le risorse dei privati difficilmente vi sarà un deciso cambio di rotta. Un’azione da intraprendere a livello locale per reperire risorse e superfici da rimboschire dovrebbe riguardare le misure di mitigazione e compensazione delle grandi occupazioni di terreno agricolo (ad esempio logistica, centri commerciali, eccetera). Per dare un’idea, la superficie coperta relativa alla sola “logistica” della città di Piacenza è pari a 2,8 milioni di metri quadrati, altri 500.000 sono a Castel San Giovanni.
Bisognerebbe dunque prevedere una percentuale compensativa di rimboschimento quale condizione per poter realizzare vaste aree di superficie coperta (ad esempio coperture di capannoni) o impermeabilizzata (asfalto): gli oneri di urbanizzazione silvicoltura, un progetto ben piantato in campagna andrebbero destinati non solo alla realizzazione di parcheggi (che introducono ulteriori impermeabilizzazioni del territorio), ma anche alla forestazione naturalistica della pianura.
La programmazione territoriale dovrebbe prevedere anche flessibilità nella collocazione di queste aree di compensazione, in modo tale da prevederne la realizzazione, a seconda delle opportunità, o nei pressi dei fabbricati stessi, ma soprattutto (quando possibile) nelle aree a vocazione naturalistica (corridoi ecologici, reticolo idrografico naturale e artificiale, conoide del Trebbia e del Nure, tratto piacentino del Po, eccetera) nell’ambito dello stesso comune o anche in altri comuni.
Nella nostra provincia un esempio interessante è costituito dal Bosco della Fornace Vecchia a Podenzano: un bosco appunto costituito da una trentina di ettari di roverelle ormai centenarie, messe a dimora (in quel caso volontariamente) dall’illuminato proprietario della Garrè (la società privata dell’acquedotto di Piacenza di allora) a tutela della galleria filtrante sul Nure, a servizio appunto dell’acquedotto. Vanno anche destinate risorse specifiche all’eliminazione della vegetazione alloctona infestante. A questo proposito ha dato buoni risultati la collaborazione stabilita con la Sogin, proprietaria della centrale di Caorso e della vasta area boscata circostante soggetta ad un vincolo regionale di protezione della vegetazione arborea.
Nell’ambito della misura 2.i del Piano Regionale di Sviluppo Rurale, la Provincia ha sottoscritto un protocollo di intesa per la realizzazione di 4 progetti (ormai conclusi, con 20 per cento a carico di Sogin) mirati al ripristino della biodiversità dell’area, tramite i quali si è tra l’altro eliminata l’infestante Amorpha fruticosa e si è effettuato il rimboschimento con latifoglie autoctone su una superficie di oltre 12 ettari. Risultati interessanti, per aumentare la superficie boscata della pianura, si potrebbero ottenere anche tramite un raccordo funzionale tra Provincia e Consorzi di Bonifica per la realizzazione di siepi lungo i canali del fittissimo reticolo idrografico artificiale esistente nella nostra pianura.

 
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