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Un possibile approccio per la risoluzione dei conflitti ambientali Stampa E-mail

di Emilio Manilia e Giovanni Lai, ENEA Casaccia Unità di Agenzia per lo sviluppo sostenibile

L’opposizione alla realizzazione di centrali elettriche potrebbe avere da parte dell’opinione pubblica motivazioni comprensibili nel caso degli impianti nucleari e in parte anche per gli impianti alimentati a combustibili fossili, mentre risulta più difficile capire perché questa opposizione riguardi anche gli impianti rinnovabili, un’alternativa “pulita” alle fonti tradizionali.

C’è da chiedersi inoltre perché questa accentuata sensibilità verso gli effetti degli impianti energetici si sia sviluppata solo negli ultimi 3-4 lustri. In primo luogo occorre osservare che il sistema elettrico italiano è profondamente mutato: ancora alla fine degli anni Settanta la potenza efficiente lorda nazionale era costituita da circa 15.000 MW di idroelettrico e da 25.000 MW di termoelettrico, che nel 2003 sono diventati rispettivamente circa 21.000 e 58.400 MW (Fonte: Grtn). Negli ultimi trent’anni, quindi, la potenza efficiente lorda degli impianti idroelettrici è aumentata del 40 per cento circa, mentre quella degli impianti termoelettrici di oltre il 130 per cento.

D’altro canto - sulla scia di una più ampia diffusione dell’informazione e di una accresciuta sensibilità verso le tematiche ambientali - si è diffusa nei cittadini anche la consapevolezza dei rischi connessi con l’inquinamento delle acque, del suolo e dell’aria, prodotto dalle attività antropiche.

Il problema nasce quindi da motivazioni più profonde e lentamente si è compreso che questi comportamenti di rifiuto nei confronti della realizzazione di nuove infrastrutture per attività industriali e civili erano l’espressione tangibile delle crescenti preoccupazioni dei cittadini per la salvaguardia del proprio territorio. La conseguenza più immediata è stata la crescita - dapprima timida e poi sempre più tumultuosa - di una opposizione locale più o meno organizzata. I movimenti che si sono nel tempo costituiti, prima spontanei poi sempre più organizzati, sono stati caratterizzati da un fermo rifiuto alle iniziative per lo sviluppo locale, percepito come un potenziale rischio per le popolazioni residenti. Tali proteste sono state inizialmente sottovalutate e considerate come iniziative di sparute minoranze genericamente ostili. Successivamente si è compreso che il fenomeno era assai più complesso e il coinvolgimento delle parti interessate e dei cittadini è stato man mano crescente.

Si consideri infatti che ancora qualche decennio or sono paesi e città gareggiavano nel richiedere il transito nei propri territori di autostrade e linee ferroviarie o l’insediamento di attività industriali. Oggi la situazione è del tutto diversa: paesi e città lottano per non consentire la localizzazione nel loro ambito territoriale di infrastrutture o impianti che essi giudicano non accettabili per il proprio sviluppo sociale, economico e ambientale.

Le ragioni di questo modo nuovo di configurarsi di fronte a problematiche vecchie sono molteplici. Una delle motivazioni di fondo (relativa in particolare agli impianti energetici) è rappresentata dalla percezione maturata nel tempo - sulla spinta dell’aspirazione condivisa di una più incisiva partecipazione delle popolazioni alle decisioni che riguardano la qualità di vita del proprio territorio - di quello che viene definito come il diritto ad un’equa distribuzione di costi e benefici. In altri termini gli svantaggi sembrano essere concentrati su pochi cittadini e categorie sociali, i benefici su una popolazione assai più vasta. Questa di-stribuzione, percepita iniqua, di costi e benefici genera malcontento diffuso che in alcune situazioni porta a reazioni forti quali cortei, blocchi del traffico, ricorsi all’Autorità giudiziaria, occupazioni.

L’opposizione delle comunità locali alla realizzazione di qualunque infrastruttura energetica è nota ormai in tutto il mondo come sindrome Nimby (Not in my back yard, Non nel mio cortile). Concettualmente Nimby si può definire come la reazione emozionale dei cittadini in risposta ad una minaccia per la propria comunità. Tale reazione risulta in genere più intensa se deriva da una decisione già presa, soprattutto se l’informazione sull’opera da realizzare è carente e non sufficientemente motivata.

In passato era imperante la prassi del DAD (Decidere, Annunciare, Difendere). Il proponente generalmente identificava il sito dove localizzare una certa infrastruttura, seguiva scrupolosamente l’iter prescritto per l’approvazione del progetto e una volta ottenute tutte le autorizzazioni, avviava la fase realizzativa. L’informazione alle popolazioni residenti veniva spesso rinviata nel tempo, in modo da porre le stesse di fronte al fatto compiuto. In generale questa strategia era premiante e scoraggiava le eventuali opposizioni.

Nonostante l’evidenza che l’approccio DAD attualmente non produce risultati significativi perché il contesto sociale, economico e ambientale è profondamente mutato, la tentazione di risolvere ex lege il problema delle opposizioni locali è tuttora forte, specialmente nel nostro Paese. Occorre rendersi conto che alla base dell’insorgenza dei conflitti ambientali vi è soprattutto l’assenza di dialogo tra le parti e il riconoscimento che la conflittualità potrà essere prevenuta e superata solo se si comprenderà la necessità di giungere a strategie condivise. In altri termini, se il proponente accetterà di adattare le modalità di attuazione del progetto sulla base delle esigenze delle comunità territoriali, i soggetti locali - coinvolti e responsabilizzati - non potranno radicalizzare le proprie posizioni.

Quale può essere dunque un possibile approccio alla prevenzione dei conflitti ambientali? Risulta evidente innanzi tutto che il ruolo principale dovrebbe essere svolto dalle amministrazioni pubbliche a cui, occorre ricordarlo, compete istituzionalmente la responsabilità di risolvere il problema. Molte amministrazioni, tuttavia, non sembrano preparate a gestire e a prevenire le situazioni di conflitto. È quindi necessario che esse - con il supporto di organismi qualificati - siano messe in grado di sviluppare le azioni adeguate. Si ritiene che un corretto approccio alla risoluzione del problema debba perciò consistere in un dialogo tra le parti, continuativo e trasparente. A tal fine è opportuno rivedere le tradizionali strategie comunicative, con la sperimentazione su casi concreti di nuovi modelli di gestione preventiva del conflitto ambientale, prendendo anche in considerazione i casi di successo.

L’attivazione di un “Tavolo di concertazione” prima che nasca il conflitto, formato dal proponente l’intervento e da tutti i soggetti dell’area rappresentanti di interessi territorialmente organizzati, può essere un utile strumento per rappresentare le proprie posizioni e pervenire ad una soluzione condivisa. Il “Tavolo” dovrebbe avere perciò un ruolo attivo in quanto sede preposta e riconosciuta per adattare eventualmente alcuni aspetti del progetto iniziale alle esigenze locali.
Al Tavolo dovrebbe partecipare anche un soggetto terzo, neutrale ed esperto, che assista le parti nel raggiungimento di una soluzione negoziata, al fine di garantire la migliore soluzione tecnologica.

Il ruolo di questo soggetto super partes non si dovrebbe ridurre alla fase negoziale e di realizzazione. Spesso il timore delle popolazioni che i gestori di un impianto, una volta a regime, possano “cambiare le carte in tavola” (tipico è l’esempio dell’utilizzo di RSU in un impianto a biomasse agro-forestali o di un aumento dei volumi combusti rispetto agli accordi iniziali) è una delle ulteriori possibili cause del conflitto.
Da qui l’opportunità di prevedere anche la costituzione di una struttura permanente locale di garanzia, formata dai rappresentanti delle istituzioni locali, dai responsabili del progetto e da esperti, che garantisca la popolazione circa il mantenimento nel tempo delle condizioni operative ottimali, così come concordate, al fine della tutela ambientale del territorio e della salute dei cittadini.

 
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