Il SET–Plan europeo all’esame di laurea Stampa E-mail

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Lidia Borrell-Damian| European University Association, coordinatrice progetto UNI-SET
Gian Vincenzo Fracastoro | Dipartimento di Energia, Politecnico di Torino, steering committee UNI-SET



Cominciamo da una brutta notizia, o per lo meno da una “non-notizia”: nel suo discorso sullo stato dell’Unione Europea del 14 settembre 2016, il presidente della CE Jean-Claude Juncker ha parlato di crescita e della necessità di creare posti di lavoro per i giovani; mai una volta ha menzionato le università e i centri di ricerca.


Come se le università non avessero più un ruolo nel progresso di una comunità grande e variegata come quella europea. Vale la pena ricordare che le radici europee sono nate - da quasi un millennio - proprio grazie alle sue università, e che l’idea stessa di Europa l’hanno creata per primi i chierici vaganti che da Salamanca a Bologna, da Oxford a Parigi, hanno percorso le strade perigliose del nostro continente per confrontarsi con colleghi lontani per storia, clima e cultura, nella lingua comune di allora, il latino.
In queste vere e proprie oasi di libertà del pensiero, in mezzo a guerre devastanti, sono germogliate le idee che hanno reso il Vecchio Continente protagonista, nel bene e nel male, della storia dell’umanità dello scorso millennio.[...]

Non sarà colpa del fatto che le università europee sono chiuse in torri d’avorio (come sembra credere Juncker), ma è un fatto che, laddove prevalgono scuole di formazione superiore che accettano con entusiasmo il ruolo di ingranaggio privilegiato del meccanismo produttivo del Paese come in Cina o in Corea, il progresso tecnologico è decisamente più rapido.
A riprova di ciò si potrebbero usare molti diversi indicatori, ma forse quello più efficace è l’andamento del numero di brevetti depositati, che vede l’Unione Europea soltanto al 5° posto, dopo Cina, Stati Uniti, Giappone e Corea.

E vede ancora, fra le prime 10 aziende mondiali depositarie di brevetti, 7 aziende giapponesi, due coreane, una statunitense e nessuna europea. Certo, il numero di brevetti non è la sola misura del grado di sviluppo umano né tanto meno della felicità o della “saggezza” di una nazione, ma la sensazione è che questi ultimi fattori siano ormai divenuti meno importanti, forse perché difficilmente misurabili.
E che la forbice fra sviluppo umano e progresso tecnologico si stia allargando a vantaggio del secondo, mettendo in qualche modo fuori gioco l’idea stessa di “università humboldtiana”. Magari non è una buona notizia, ma è evidente che in Europa più che altrove occorre fare di necessità virtù, e renderci conto che semplicemente non possiamo più permetterci università del tutto “libere e solitarie”.
E infatti, le università europee stanno cercando di contemperare in modo equilibrato gli antichi privilegi e le nuove sfi de per assumere quel ruolo guida che la società chiede loro: essere non soltanto la catena di trasmissione delle conoscenze ma anche il motore dell’innovazione.[...]

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