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di Roberto Napoli






I mali della ricerca italiana non sono molto diversi dai mali che hanno sin qui attanagliato il Paese, condannandolo a una logica di sopravvivenza più o meno decorosa, in assenza di una visione sistemica di medio-lungo periodo che possa concedere spazio alle indubbie enormi potenzialità.



In un panorama così grigio, le strutture di ricerca hanno in genere tirato a campare, articolandosi al loro interno in sottoinsiemi di solito incapaci di integrarsi a sistema per competere con il resto del mondo in almeno qualche progetto di largo respiro.
Ogni tanto appare all’orizzonte qualche idea luminosa, magari coraggiosa e di buon senso. La cinghia di trasmissione fra le decisioni e le attuazioni pratiche è però troppo spesso sbrindellata, sicché nei fatti si procede a sbalzo, reinventandosi ogni volta nuove strutture parallele e nuovi metodi che dovrebbero superare le insufficienze della normalità.

C’è un grave problema di fondo, che butta una luce oscura su tutto: la classe politica del Paese, pur discettando a parole dell’importanza dell’Università e della ricerca scientifica, non ha la minima fiducia nelle strutture di ricerca del Paese e in particolare del comparto universitario. Si è quindi alla perenne ricerca di strade alternative, accompagnata da una volontà quasi perversa di marcare la distanza dalle strutture esistenti.
È pur vero che oggi l’immagine vale quanto la realtà. Purtroppo, l’immagine delle strutture di ricerca italiane - e in particolare delle Università - è da tempo in decadenza, nonostante i vari cambiamenti e nonostante gli sforzi a volte quasi miracolistici di tanti ricercatori che provano a contemperare i loro entusiasmi con la dura realtà di prospettive defatiganti e di asfissie burocratiche al di là del buon senso.[...]

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