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Gatti: "È la politica estera l’antidoto alla volatilità dei mercati energetici" Stampa E-mail
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di Davide Canevari



Giuseppe Gatti, presidente di Energia Concorrente
“Fermo restando il vincolo delle politiche ambientali, mi sembra che finalmente a Bruxelles incomincino a rendersi conto - con più di vent’anni di ritardo - che siamo ancora ben lontani dall’integrazione dei mercati. Anzi, che il problema si è complicato con la crescita tumultuosa delle rinnovabili”.

Giuseppe Gatti, presidente di Energia Concorrente e da sempre prezioso editorialista della nostra testata, guarda al futuro (planetario) dell’energia, dovendo inevitabilmente partire proprio dal passato con un salto indietro nel tempo di quattro lustri.

“Cerco di riassumere una problematica non facile: con il varo della prima direttiva del 1996 sul mercato elettrico si pensava che fosse sufficiente smantellare i diversi monopoli nazionali per dar vita al
mercato interno dell’energia elettrica, dimenticando che - stante la debolezza delle interconnessioni - i singoli mercati nazionali continuavano a rappresentare realtà separate e che il diverso mix di combustibili e di tecnologie presenti in ciascuna di esse rendeva impossibile quel mercato interno che si era dato per scontato”.



Non basta una norma per creare un mercato...

**Vero, soprattutto un mercato che richiede condizioni strutturali sul lato non solo della domanda, ma anche dell’offerta e della logistica. Faccio un facile esempio: se a Fermo si producono scarpe che costano la metà di quelle che si producono a Milano, ma da Fermo non riesco a portarle a Milano, non ho creato un mercato delle scarpe. Continuerò ad avere due mercati, con un prezzo a Milano doppio di quello di Fermo. È quello che è successo nell’energia elettrica.
Proseguendo con questo esempio, se prima c’era un monopolio delle scarpe tanto a Milano quanto a Fermo e poi i mercati sono stati liberalizzati, continuo ad avere due mercati, in ciascuno dei quali c’è una concorrenza che prima non operava, con indubbi benefici per i consumatori, ma senza avere comunque unificato i mercati. I milanesi pagheranno le scarpe un po’ meno di prima, ma sempre molto più dei fermani.


Così è stato per l’energia elettrica?
**Infatti, sia in Germania sia in Italia l’energia elettrica costa decisamente meno di quando c’era un assetto monopolistico, ma in Italia continua a costare molto più che in Germania. Diversa la situazione del gas, dove le infrastrutture di interconnessione sono molto più sviluppate ed è stato sufficiente separare Snam da Eni per portare il prezzo italiano a livello europeo.


Ritornando al settore elettrico...
** La situazione si è fatta più difficile con la crescita delle rinnovabili, il cui prezzo non si forma sul mercato. Queste competono sullo stesso mercato del convenzionale, con una totale distorsione dei segnali di prezzo, facendo saltare ogni interazione tra domanda e offerta, creando una curva dei prezzi totalmente irrazionale.


Soluzioni possibili?
**Lo sviluppo delle infrastrutture e un nuovo modello di mercato, che risolva la contrapposizione tra rinnovabili e convenzionale, sono le assolute priorità dell’Europa.


Se dovesse paragonare la Brexit a un pedale dell’automobile, considerandone le possibili conseguenze sulla politica energetica europea, sarebbe freno, acceleratore o cambio?
**Premesso che la Brexit impoverisce il Regno Unito e insieme indebolisce l’UE, quindi è un gioco in perdita netta, sotto il profilo della politica energetica equivale a mettere il cambio in folle. La UK ha giocato un fondamentale ruolo propulsivo nella stagione delle liberalizzazioni, poi è diventata muta e negli ultimi anni, a fronte dei suoi problemi di undercapacity, ha fatto un clamoroso dietro front con una sorta di feed-in tariff per la nuova capacità. Non vedo allora particolari impatti della Brexit sulla politica energetica.


Scarsità, volatilità, sicurezza... Quale termine associato alla parola energetica a suo avviso è più paradigmatico dell’attuale momento?
** Indubbiamente volatilità, per le accentuate escursioni di prezzo delle commodity energetiche, ma a monte anche per l’instabilità del quadro politico internazionale su tanti fronti: dai rapporti tra Occidente e Russia al tormentato quadro medio-orientale. La volatilità dei prezzi non deriva da un’astratta speculazione della finanza, ma dalle reazioni della finanza all’evoluzione degli scenari politici, prima ancora che economici.


E quale tra questi rischia di rappresentare la sfida più difficile da affrontare?
**A mio avviso il problema chiave e assolutamente cruciale è un tema di politica estera, ma da anni sono convinto che le scelte veramente di fondo della politica energetica si risolvono in termini di politica estera, per la semplice ragione che ancora per alcuni decenni gas e petrolio saranno le fonti essenziali, pur augurando magnifiche e progressive sorti alle rinnovabili, e tanto il gas quanto l’oil in larga parte del mondo sono di dominio statale.



Quali sono i punti decisivi, oggi, sul fronte internazionale?
**Ne vedo due: il primo è la posizione da assumere con la Russia neo-zarista di Putin, che cerca di recuperare la sua dimensione imperiale e - a differenza della vecchia Unione Sovietica - usa l’energia come arma politica; il secondo è il rapporto tra USA e Arabia Saudita.
Nel primo caso occorre coerenza: non hanno senso sanzioni contro la Russia da un lato e favoreggiamento dei gasdotti russi da un altro. Parimenti con l’Arabia Saudita: l’Occidente non può continuare a fingere che il fondamentalismo islamico, Al Qaeda e Isis in primo luogo, non nascano e trovino il primo supporto nel wahabismo saudita. Una posizione di decisa confrontation (che non è confronto ma contrapposizione) con Russia e Arabia Saudita può comportare qualche prezzo nell’immediato ma paga nel lungo periodo, perché costringe tutti a giocare con carte scoperte.


Nucleare. I guai della Francia, i dubbi della Germania, l’esito del referendum in Svizzera. Quale chiave di lettura?
**Sono situazioni e contesti molto diversi. Quello che li unisce è che in tutti i Paesi europei che hanno fatto la scelta del nucleare si sono rinviate troppo a lungo la rifl essione prima e la decisione poi sul che fare, traguardando la vita utile degli impianti. Così in Francia si è tirato troppo il collo agli impianti esistenti, senza pianifi care in modo e con tempi adeguati il loro rinnovo. In Germania si è entrati in totale contraddizione, rimpiazzando il nucleare con il carbone, mentre a Bruxelles gli stessi tedeschi sostenevano la decarbonisation. In Svizzera c’è stato abbastanza buon senso da rendersi conto che nel breve non c’erano alternative sostenibili al nucleare.
L’unica chiave di lettura univoca è che qualunque transizione energetica richiede tempi lunghi, un’accurata programmazione, obiettivi chiari e norme certe. In assenza di un preciso quadro di riferimento si tira a campare (Francia), si va sul più facile (Germania) o si rinvia (Svizzera).


Ma davvero l’elezione di Trump può cambiare radicalmente gli scenari energetici mondiali?
**Confido che per Trump possa manifestarsi quella che nella teologia cattolica si definisce “grazia di stato”, cioè la grazia accordata per essere all’altezza della funzione esercitata e quindi che il Trump presidente non sia un replicante del Trump candidato. In ogni caso, i margini di manovra sono esigui, anche se pericolosi.
Mi riferisco in particolare ad una politica di appeasement con la Russia, perché una logica isolazionistica degli USA comporta lasciare mano libera a Putin in Europa e nel Medio-Oriente.
Non vedo tanto sconvolgimenti negli scenari energetici concreti, quanto nell’equilibrio politico internazionale, perché lo spazio lasciato alla Russia diventa una pressione sull’UE con un conseguente irrigidimento dei Paesi dell’Europa dell’Est che si sentono direttamente minacciati dal revanscismo russo. Insomma, è la costruzione europea che può vacillare, ben peggio di qualche dollaro a barile in più per il greggio.


Con il rischio concreto di un’Europa ancora isolata nell’affrontare il cambiamento climatico.
**L’Europa è già isolata nel suo ambientalismo estremista e privo di senso. Le emissioni di CO2 dell’EU sono pari a meno del 10 per cento di quelle globali e una loro riduzione del 30 per cento, costosissima per il nostro apparato produttivo, ridurrebbe solo di un 3 per cento quelle del Pianeta.
Non mi auguro certo una marcia indietro degli USA dagli impegni presi con la COP21 (e in ogni caso occorrono alcuni anni per liberarsene), ma paradossalmente credo che un voltafaccia di Trump potrebbe aiutare l’Europa ad un approccio più pragmatico. Scommetto però che questo voltafaccia non ci sarà.
In ogni caso, anche se con maggior realismo rispetto all’impostazione europea, le politiche di contrasto alla CO2 proseguiranno, perché ormai rappresentano un elemento vitale (nel senso letterale del termine) per la Cina.


Storage e e-mobility sono considerati la IV e V rivoluzione nel settore energy su scala mondiale. Vuole già azzardare quale potrebbe essere la VI?
**La VI potrebbe essere la rivoluzione di scala, che consenta alla generazione distribuita (quindi su piccola scala) di essere competitiva con la generazione convenzionale. Non mi riferisco al fotovoltaico con accumulo, che non credo nel medio periodo possa diventare sostitutivo in termini economicamente solidi (a prescindere cioè dal mancato pagamento degli oneri di sistema), ma alla possibilità di utilizzare gas o fuel cell per produzioni a livello micro, quanto a capacità, con costi contenuti.
In alternativa - altrimenti sarà la VII.... - c’è il methane cracking, cioè la possibilità di isolare il carbonio dal carbone, che rimetterà in gioco i fossili oggi demonizzati. Rifiuto la dittatura del pensiero unico, per cui l’energia del futuro sarà rinnovabile (come oggi conosciuto) o non sarà. Potrà invece manifestarsi con tecnologie diverse, oggi allo stato nascente.


Il GNL, che doveva sconvolgere i mercati, sembra invece già essere in oversupply; lo shale gas sta avendo molte più difficoltà di quanto si potesse pensare fino a 3 o 4 anni fa: è così difficile fare previsioni esatte nel nostro settore?
**In realtà il GNL non è in oversupply. Soffre come tutta la catena del gas della caduta di domanda, ma meno del gas via gasdotto. Quanto allo shale gas bisogna dire che ha sopportato abbastanza bene la sfida lanciata dall’OPEC, lasciando cadere i prezzi. Anzi, viste le ultime decisioni assunte a Vienna pochi giorni fa, con modesti tagli alla produzione direi che shale gas e shale oil hanno vinto la sfida.
Hanno retto al crollo dei prezzi meglio dell’oil “tradizionale” e hanno mostrato una notevole elasticità. Del resto per mettere fuori mercato lo shale, oil o gas che sia, occorrono prezzi stabilmente sotto i 40 dollari/barile e queste quotazioni, come si è visto, i Paesi produttori non se le possono permettere.


Dalle previsioni del tempo che farà il prossimo agosto a quelle sul prezzo del barile o delle emissioni al 2050, qual è il suo atteggiamento generale nei confronti di questi scenari a lungo o lunghissimo termine?
**La risposta è facile: se formulo uno scenario a sei mesi ne rispondo, tutti possono chiedermene conto, uno a vent’anni non genera stringenti responsabilità perché tra vent’anni chi mi trova più? Al di là delle battute, gli scenari di lungo periodo ci dicono quali sono le probabili evoluzioni a tecnologie date e ad assetti politici ed economici parimenti dati.
I “salti” tecnologici, come gli sconvolgimenti politici, non sono prevedibili: trent’anni fa chi avrebbe immaginato gli smartphone o la caduta del muro di Berlino?
Quindi bisogna saper leggere gli scenari, non pretendendo che ci dicano più di quello che possono dire...


Veniamo al nostro Paese. Può fare una breve lista della spesa dei problemi più urgenti da affrontare in campo energetico?
**I problemi italiani non sono sostanzialmente diversi da quelli europei: sviluppo e riqualificazione delle reti, di trasmissione e di distribuzione, e nuovo disegno di mercato che tenga conto tanto delle rinnovabili quanto del possibile ruolo della domanda. In questo contesto, particolare urgenza presenta l’attivazione del capacity market; Terna ha offerto recentemente maggiori indicazioni sulle caratteristiche del meccanismo. Una base di lavoro utile, anche se carente in alcuni punti cruciali, come la valorizzazione della flessibilità.
All’Autorità spetta ora la definitiva messa a punto, che mi auguro possa essere portata a termine rapidamente. Aggiungerei però un altro tema che negli ultimi anni è stato ingiustamente trascurato, quello della raffinazione. Le raffinerie italiane sono vecchie e per lo più sottodimensionate, con costi quindi che le mettono fuori mercato o che generano margini insoddisfacenti.
Una razionalizzazione del settore non è più oltre rinviabile, e questo non spetta al Governo ma direttamente all’industry, che però non sa andare molto oltre le lamentele.


L’overcapacity fa meno paura?
**La domanda elettrica presenta un tasso di crescita molto modesto e non solo nell’immediato ma credo per diversi anni a venire, sia per l’impatto della ricerca di efficienza negli usi e nei processi energetici, sia per i cambiamenti della struttura produttiva, con il prevalere dell’industria leggera rispetto a quella pesante e il ridursi del peso della manifattura nella composizione della domanda.
Ancora nel 2002 l’industria assorbiva il 50 per cento dei consumi elettrici contro il 26 per cento del terziario, oggi i due settori sono alla pari con un 37 per cento ciascuno. In questo contesto l’overcapacity rimane un problema e continuo a ritenere che per riequilibrare il sistema occorra mettere “in naftalina” non meno di 8-9.000 MW. E parlo di impianti in esercizio, non di centrali ferme da anni o totalmente obsolete, come quelle che sta chiudendo Enel.


Lei può vantare un’esperienza davvero di lungo periodo. Guardando al passato, sono più i rimpianti per le occasioni perse e le sfide non raccolte dal nostro Paese - in campo energetico e più in generale industriale - o le soddisfazioni per i traguardi conseguiti?
**I motivi di rimpianto sono molti, ma con i rimpianti non si costruisce il futuro. Partiamo allora da quanto si è riusciti a fare, con grande fatica per le resistenze al cambiamento che in Italia sono sempre state estremamente forti. Penso al superamento dei prezzi amministrati nel settore petrolifero nei primi anni ‘90, poi alle liberalizzazioni dei mercati elettrici e del gas, al grande ciclo di investimenti che queste hanno messo in moto (certo con qualche esagerazione, che oggi tocca pagare). È poi in atto un forte processo di efficientamento, che spinge verso le smart grid e la gestione attiva della domanda. Senza ingiustificati trionfalismi, si sono poste le condizioni per rinnovare la struttura energetica del Paese.


Qualche rimpianto per il nucleare?
**Non c’è dubbio che con lo sciagurato referendum del 1987 l’Italia ha sprecato un posizionamento rilevante in termini di conoscenze ed esperienze tecnologiche, un patrimonio di professionalità la cui distruzione in termini di capitale umano è più grave dei maggiori costi che abbiamo dovuto sopportare nella produzione elettrica. Il nucleare è tutt’altro che tramontato: basti dire che attualmente nel mondo sono in costruzione 66 impianti (24 soltanto in Cina) e da questo importante mercato ci siamo tagliati fuori.


Qualche rimorso, invece, per lo sviluppo delle rinnovabili, forse non proprio equilibrato nel nostro Paese?
**È una delle esagerazioni di cui parlavo prima e questa volta in termini di incentivi e di sproporzione tra costi e benefici. Ciò vale in particolare per il fotovoltaico, con i primi conti energia che hanno appesantito oltre misura la bolletta elettrica per le famiglie e le PMI. Oltretutto non siamo stati capaci di sviluppare una filiera industriale delle rinnovabili, che richiedeva una programmazione temporale ben scandita degli sviluppi della capacità, come si è finalmente incominciato a fare, ma troppo tardi, negli ultimi anni con il meccanismo delle aste.


Ha mai sentito la mancanza di un Ministero (dedicato) dell’energia?
**Dio ne scampi. Intanto l’energia ha una valenza trasversale e deve essere vista nel quadro complessivo del sistema economico. Poi se crediamo, come io credo, in una struttura di mercato, serve un Regolatore, qual è l’AEEGSI, mentre vanno ridotte al minimo le competenze dei Ministeri.
Oltretutto i peggiori pasticci negli ultimi anni, dall’obbligo di ritiro indiscriminato posto in capo al GSE ai conti energia di cui dicevo, sono venuti proprio con gli interventi di via Veneto...



È così difficile regolamentare un mercato? Se consideriamo il numero di delibere e pareri che pubblica in un anno l’AEEGSI pare un eccesso di italico zelo! E cosa succede nel resto d’Europa?
**La regolazione è indubbiamente complessa, soprattutto se ha da essere di buona qualità, come è indubbiamente nel caso dell’AEEGSI. In Europa abbiamo una grande varietà di attribuzione di competenze tra autorità di governo e autorità di regolazione, sovente con confusione o sovrapposizione di ruoli, e oggi l’indirizzo dell’UE è volto a rafforzare i Regolatori e ridurre le ingerenze dei Governi.
Nei Paesi in cui la regolazione è prevalentemente affidata al Regolatore (come dovrebbe essere) le attività di queste Autorità sono equivalenti, per numero e dimensione, a quelle dell’AEEGSI. Abbiamo tanti problemi, ma tra questi francamente non vedo un eccesso di regolazione.


In un settore energetico a prevalenza maschile, accade talvolta di incontrare brillanti talenti al femminile che però restano un po’ in ombra...
**Tradizionalmente il mondo dell’energia ha una forte impronta maschile e maschilista, ma c’è un sensibile cambiamento in atto a ritmi sempre più veloci. La figura dell’ingegnere (automaticamente associata all’energia) è sempre stata declinata al maschile, ma oggi basta entrare nell’aula di una Facoltà di ingegneria per vedere una sostanziale parità di genere.
Le donne stanno uscendo dall’ombra e rompono il tetto di cristallo: in Engie, una tra le prime società mondiali dell’energia, il CEO è una donna, Isabelle Kocher; e donna è il presidente di Engie Produzione in Italia, l’ingegnere Laurence Borie-Bancel.
I talenti femminili stanno emergendo, e con forza.


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