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IL GIORNALIERO | Sulla ricerca l’Europa fa promesse da marinaio Stampa E-mail

6 DICEMBRE 2016 - L’Europa delle buone intenzioni conferma il suo obiettivo: proporsi sulla scena internazionale come economia simbolo basata sulla conoscenza, sulla ricerca, sull’innovazione. Un’economia del sapere come prerequisito per essere anche un’attiva economia del fare. Almeno per un giorno all’anno, tuttavia, questa Europa è costretta a svestire il camice del ricercatore o la toga dell’accademico, per indossare la casacca del marinaio.
È il giorno in cui vengono pubblicate da Eurostat le stime sulle spese in R&D degli Stati membri della UE. Le ultime in ordine di tempo confermano, infatti, che la spesa complessiva nel 2015 è stata pari a 300 miliardi di euro. Sembra una bella cifra, ma si tratta solo del 2,03 per cento del PIL comunitario, rispetto al 2,04 di due anni or sono e all’1,74 per cento del 2005.
Imbarazzante è il confronto con la Corea del Sud (dove l’intensità della R&S in relazione al prodotto interno lordo raggiunge il 4,29 per cento) e con il Giappone (3,59); in parte anche con gli USA (2,73). Poco consola - anzi sembra davvero un contentino fine a se stesso - il fatto che siamo allineati alla Cina (2,05) e facciamo parecchio meglio della Russia (1,13 per cento)...
Ma il vero nodo della questione è un altro. Nonostante questi dati, e il fatto che in dieci anni l’Europa abbia migliorato le sue performance solo di 29 centesimi di punto (passando, come visto, da un valore di 1,74 a 2,03) si ribadisce la volontà di raggiungere nel 2020 (cioè fra tre anni) la fatidica soglia del 3 per cento. In soldoni vorrebbe dire arrivare alle soglie dei 450 miliardi/anno di euro di spese in R&D; di questi, 290 dovrebbe metterli in campo il settore privato. Cifre alla mano, sembra tanto la classica promessa da marinaio...

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