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Per l’Italia la nouvelle cuisine è nella dieta mediterranea Stampa E-mail

Torna al sommario di Roberto Napoli






Fra gli elementi che più condizioneranno gli sviluppi energetici del nostro Paese non vanno sottostimate le conseguenze dell’accordo di Parigi (dicembre 2015) in difesa dell’ambiente. L’accordo è stato accompagnato da diversi squilli di tromba: 196 Paesi si sono impegnati a cooperare per ridurre i cambiamenti climatici.


Il raggiungimento dell’accordo trova le sue radici nell’impegno assunto dai due principali responsabili delle emissioni, Cina e USA, che si sono impegnati a ratificare entro la fine dell’anno.
L’evoluzione della politica cinese percorre binari abbastanza opachi, per cui è difficile qualunque previsione, ma la volontà politica sembra abbastanza ferma.La politica americana è certamente più trasparente nei confronti dell’opinione pubblica, ma non mancano segnali di incerta decifrazione, che lasciano intravvedere un cammino non proprio in discesa.
È probabile (ma incerto) che la ratifica avvenga durante la presidenza Obama, mentre è assai significativo che, secondo le clausole dell’accordo, in caso di avvenuta ratifica, chi sia colto da ripensamenti debba aspettare almeno quattro anni; il che esclude che ad eventuali avvicendamenti presidenziali possano seguire precipitose retromarce.

Assai più chiara e determinata è la posizione degli Stati europei, nessuno dei quali, a livello di decisione politica, è attraversato da remore particolari, almeno in superficie.
L’obiettivo più eclatante dell’accordo riguarda la limitazione a 1,5 °C del riscaldamento globale entro il 2050. Ciò postula la drastica riduzione dell’emissione di gas serra di origine antropica, sino all’annullamento completo. Come osservato dal segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, ciò significa la fine dell’era degli aumenti spensierati dei consumi.[...]

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