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di Roberto Napoli





Anche su un problema così importante come il destino energetico questo Paese non si risparmia penose rappresentazioni, mescolando argomenti dannatamente seri con quadretti pseudocomici su uno sfondo teatrale assai rappresentativo del disfacimento italico.


In Trivellopoli si ritrovano aspetti degni di una trama da film indiano di Bollywood. C’è la concessione petrolifera, evocatrice di saghe texane tipo Dallas. C’è l’amante furbetto che punta le sue carte sulle grazie di potere dell’ingenua amata. C’è l’exploit del giudice spericolato che interviene sul più bello a risvegliare le masse con una superba scelta dei tempi.
C’è infine il giudizio di Dio, affidato alle manifestazioni e al voto delle masse. Manca il contorno di qualche esotica pruriginosità, tipo figlia del petroliere cattivo che scopre improvvisamente di essere figlia illegittima del giudice buono: ma c’è ancora tempo.


Il tutto è un mix eccezionale per dare ancora una volta sostanza del vecchio detto andreottiano che a pensare male si fa peccato, ma si indovina. Il filo conduttore è il destino energetico dell’Italia.
Il copione teatrale si sviluppa sull’oscillazione continua fra il vivacchiare appesi all’italico stellone e il tramare dietro le quinte con affarismi sempre più pervasivi, familismi penosi e linguaggi sguaiatamente sboccati.

Nella discussione sulle concessioni petrolifere e nella bolgia assordante di Trivellopoli nessuno ha degnato di una minima citazione il documento di Strategia Energetica Nazionale (SEN) approvato con un decreto interministeriale (Ministero dello Sviluppo economico e Ministero dell’Ambiente) e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale (marzo 2013). Alla SEN il governo dell’epoca (Monti) è arrivato attraverso un’ampia consultazione pubblica e un confronto diretto con le istituzioni, con gli istituti e i centri di ricerca, con associazioni e parti sociali e con i principali attori economici coinvolti, direttamente e indirettamente, nel settore energetico.[...]

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