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a cura di Giorgio Stilus






Che tempi! Venti anni fa l’Italia sembrava ancora vivere uno strascico del famoso boom. Termini quali globalizzazione, delocalizzazione, deindustrializzazione, overcapacity, coloured economy (nelle varie sfumature green, white, blue), erano assenti dalle pagine dei quotidiani e forse anche dai pensieri dei futurologi.


L’economia tirava, e lo faceva soprattutto grazie al settore secondario; le utility non avevano da far altro che emettere bolletta (quella vecchia, in versione 0.0). Consumi boom per l’energia. Nell’anno appena concluso l’industria ha trainato la richiesta di elettricità (più 3,1 per cento) e di gas (più 6 per cento). Le importazioni di metano sono aumentate del 10 per cento mentre sono diminuiti gli acquisti Enel dall’estero (Sole 24 ore, 3 gennaio).
Leggendo tra le righe emergono alcuni interessanti spunti. La produzione nazionale di gas naturale era evidentemente già (allora) in declino, costringendo ad incrementare più che proporzionalmente le importazioni rispetto ai consumi. Le analisi sulla produzione industriale evidenziavano i primi segnali di rallentamento e di stagnazione. L’Italia si collocava, tuttavia, al primo posto tra i Paesi europei in termini di crescita, con una salita del 5 per cento rispetto al 3,3 della Germania, o all’1 per cento scarso di Francia e Regno Unito. Si farebbe cambio volentieri, oggi.

Il grande idroelettrico - che nel 1996 copriva il 20 per cento della domanda, la quota più alta tra i Paesi industrializzati - era considerato una fonte ormai sfruttata a pieno e molto difficile da incrementare. L’Enel stesso sembrava però spingere i privati “allo sfruttamento intensivo dei piccoli corsi d’acqua”, pur in presenza, rilevava il Sole 24 Ore, “di parecchie resistenze di carattere burocratico legate soprattutto al lungo e defatigante iter richiesto dalle autorizzazioni”.
Sul tema delle fonti fossili, si segnalava un mix ancora sbilanciato e si prendeva come simbolo di questo squilibrio lo scarso ricorso (in termini relativi) al carbone. Insomma, si navigava a vista, spinti da un vento ancora sostenuto, intravvedendo piccoli scogli e grandi iceberg lungo la rotta (quale?) ma procedendo con la certezza che in qualche modo la navigazione sarebbe proseguita senza troppi scossoni. Il nucleare, a quel punto, era ormai un capitolo chiuso per sempre. [...]


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