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di Roberto Napoli
Politecnico di Torino, dipartimento Energia



La natura insegna che anche dopo il peggior maltempo arriva uno spicchio di sole.
Di maltempi sugli Atenei italiani se ne sono rovesciati tanti, sotto forma di drastici tagli di finanziamenti, di docenti e di studenti. Questi maltempi si sono abbattuti su strutture che erano già malmesse per conto loro
.

Con l’autunno sono appena arrivate le impietose classifiche internazionali degli Atenei nel mondo, basate su freddi dati oggettivi (reputazione accademica, reputazione organizzativa, indicatori di ricerca, ...). Desta poca meraviglia che queste classifiche confermino lo stato di tremebonda salute dei nostri Atenei.
Nella rinomata classifica generale QS World University ranking (2015) bisogna scendere al 187° posto per trovare un Ateneo italiano (Politecnico di Milano). Limitando la classifica all’area dell’ingegneria elettrica ed elettronica, è quasi un miracolo che i Politecnici di Torino e Milano si piazzino rispettivamente al trentaseiesimo e al trentanovesimo posto.
In un’altra rinomata classifica (Times Higher education University Ranking 2015) dobbiamo scendere al 112° posto per trovare il primo Ateneo italiano (Normale di Pisa) e al 180° per il secondo (Scuola Superiore S. Anna). Se si filtrano i dati in base alla sola reputazione accademica, nella lista dei 100 Atenei più apprezzati non figura nessun Ateneo italiano.

In queste classifiche internazionali sopra di noi svettano tranquillamente Atenei non solo dei soliti grandi Paesi (USA, UK, Germania, Francia, ...) ma anche di Paesi meno prevedibili dell’Asia o dell’America Latina. Possiamo sempre consolarci facendo spallucce con aria di sufficienza, perché tanto abbiamo una storia assai antica e i seriosi parametri utilizzati non sono quelli che ci farebbero comodo. Me è una magra e sciocca consolazione.
Non è necessario essere geni per capire che un Paese non decolla se non ha dietro di sé una struttura universitaria didattica e scientifica all’altezza dei tempi e della competizione.
Negli ultimi anni l’Università italiana è cambiata molto (e tutto sommato in meglio). Fra tabelle e indici di produttività è stato ampiamente acquisito il concetto (italicamente inusuale) che le valutazioni di merito sono necessarie. Quando si tratta di badare ai propri interessi diretti non abbiamo eguali.
Nonostante i tagli ai fondi e al personale, visto che le carriere dipendono fortemente dagli indici di produttività scientifica, la produttività pro-capite dei ricercatori italiani è schizzata in alto, posizionandosi fra le vette mondiali. Purtroppo il mondo non va avanti solo con le carte delle pubblicazioni e con le carriere (sempre meno brillanti) dei docenti. [...]

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