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Gilli: “Non c’è sviluppo senza una ricerca di qualità” Stampa E-mail
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IL RETTORE DEL POLITECNICO DI TORINO


di Davide Canevari

             
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“It is now a fact: innovation capacity building is closely connected to the quality of scientific research and to the availability of internationally renowned universities that can act in concert with the world of business and with society. Unfortunately, our country’s average investments in R&D - measured as a percentage of the GDP - are below the OECD average; consequently, the number of researchers in Italy is definitely lower than in other European countries and markedly lower than in the United States, Japan and Korea”. The Italian R&D sector still has a significant number of critical flaws, highlighted in the cover article featuring an interview with Marco Gilli, Rector of Politecnico di Torino. Asked to name the main issues affecting R&D in Italy, Gilli identifies three culprits: “First and foremost, the lack of political strategies for research, then the fragmentation of the few available financial resources and, last but not least, red tape: I am speaking, most of all, of the need to ease and sometimes remove the constraints imposed by a growing number of laws, ministerial memorandums and notes concerning cuts on public expenditure. Oftentimes, their provisions are unclear, inconsistent and sometimes even virtually unenforceable, thus requiring universities to devote huge resources to untangling red tape”.
Reversing the trend is hard, but not impossible: “Action has to be taken in a variety of different areas if we want research to have a future and our Country to become competitive. First, Universities must remove staff turnover constraints thus fostering the generational turnover which is also a duty; foster the right to education, to attract and retain talented students; enacting the differentiation of the italian tertiary education system by implementing resource concentration to top-performing Universities or University Federations; streamlining the rules for recruitment and for shaping the educational offer; easing some of the formal and regulatory constraints on public expenditure containment that, in reality, only increase the burden of administrative tasks”.
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Che sia necessario per il nostro Paese fare ricerca, non si discute. O forse se ne discute troppo… Parte da questo spunto l’intervista cover di Nuova Energia a Marco Gilli, rettore del Politecnico di Torino.


“È ormai consolidato che la capacità di sviluppare innovazione è strettamente legata alla qualità della ricerca scientifica e alla presenza di Atenei di livello internazionale che facciano sinergia con il contesto socio-economico”, esordisce Gilli.


Che aggiunge: “Nel nostro Paese gli investimenti in ricerca e sviluppo in termini di percentuale di PIL sono al di sotto della mediana OCSE; conseguentemente, il numero di ricercatori in Italia è decisamente più basso di quello della maggior parte dei Paese europei e sensibilmente più basso di quello registrato negli Stati Uniti, in Giappone e Corea (4 ricercatori ogni mille abitanti, a fronte di percentuali almeno doppie in Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e 3, 4 volte superiori in Corea e Finlandia)”.




Ha fatto cenno in precedenza alla prestazione degli Atenei. È davvero una variabile così importante?

**Nelle aree maggiormente competitive del mondo vi sono sempre grandi Università, con elevata reputazione internazionale e con una straordinaria capacità di attrarre risorse umane di talento.
Basti pensare al ruolo che svolgono i due Politecnici Federali (EPFL ed ETH) nella vicina Svizzera, che secondo il World Economic Forum figura al primo posto nell’indice di competitività, a fronte del nostro Paese che invece si colloca al 49° posto nel 2013-2014; alla capacità di attrarre investimenti strategici e di generare nuova imprenditorialità della Silicon Valley, che ruota intorno a due grandi Atenei, quali Stanford e UC-Berkeley. Oppure a Israele, la cosiddetta start-up nation, con lo straordinario sistema di imprese innovative sorto intorno al Technion.
Un esempio su cui riflettere: nel 2009 uno studio della Kauffman Foundation ha stimato che il prodotto interno lordo complessivamente generato da tutte le imprese attive create dagli allievi del solo MIT sarebbe pari a quello della 17a nazione del mondo.



Una domanda che in molti - anche e soprattutto i non addetti ai lavori - si pongono: c’è un motivo e magari una responsabilità per cui la ricerca non ha ricevuto le dovute attenzioni?
**C’è stata sicuramente una sottovalutazione negli ultimi anni dell’impatto degli investimenti in ricerca sulla crescita economica del Paese e dei territori, ma è soprattutto mancata una strategia politica capace di valorizzare le poche risorse disponibili, che sono state parcellizzate e gestite in modo disomogeneo e non coordinato.
Manca una chiara missione degli enti pubblici di ricerca; si pensi al Max Planck e al Fraunhofer in Germania, focalizzati su ricerca fondamentale e trasferimento tecnologico. Non esiste, poi, una reale differenziazione tra le Università (research e teaching) che impedisce di creare masse critiche di ricercatori, ove concentrare le poche risorse disponibili. Non esiste una reale differenziazione del sistema di formazione terziaria del Paese, che presenta quasi 90 Istituti Universitari, ai quali sono affidati compiti e missioni sostanzialmente identici e in particolare formazione di I, II e III livello.



Possibili soluzioni?
** Su questo fronte sarebbe auspicabile operare in due direzioni: da un lato, potenziare la formazione post-secondaria professionalizzante, rivedendo la confusa legislazione che regola la costituzione degli istituti tecnici superiori e adottando modelli consolidati in Europa e nel mondo, quali le Fachhochschulen tedesche o i Community College americani.
Dall’altro, concentrare le poche risorse disponibili sugli Atenei o sulle federazioni di Atenei maggiormente virtuosi, anche qui seguendo alcuni processi già avviati in Europa, quale ad esempio l’Excellence Initiative in Germania.



Un’altra delle critiche che spesso si muove alla nostra ricerca riguarda la duplicazione o la moltiplicazione dei progetti e dei programmi; o se vogliamo, la mancanza di coordinamento tra i vari soggetti che fanno ricerca...
**Certamente contribuisce in modo negativo anche la confusa ripartizione di compiti tra lo Stato e le Regioni in termini di ricerca e trasferimento tecnologico, che ha portato alla parcellizzazione delle risorse e alla sostanziale assenza di indirizzi politici nazionali; adesso lo dicono tutti che occorre ridurre gli enti regionali, ma in passato abbiamo assistito alla follia di 20 Regioni che facevano bandi di ricerca su temi strategici (biotecnologie, nanotecnologie, eccetera) senza minimamente raggiungere le masse critiche necessarie ad essere competitivi.



Nelle maggior parte delle classifiche internazionali, l’Italia della ricerca occupa le posizioni di rincalzo e comunque resta lontana dalle eccellenze. Siamo davvero messi così male, oppure i ranking non dicono tutta la verità?
**I ranking evidenziano le criticità che ho descritto, alle quali si aggiunge il fatto che i ricercatori sono pochi, causa i bassi investimenti. Inoltre il progressivo innalzamento dell’età media del personale docente delle università senza la rimozione dei vincoli legislativi legati di turn over, inciderà sempre di più sulla capacità del Paese di rispondere alla sfide tecnologiche, avviandosi verso un inarrestabile declino.
A titolo di esempio, recentemente lo European Research Council ha attribuito 328 ERC Starting Grant, di questi solo 11 a istituzioni italiane (2 al Politecnico di Torino), una percentuale pari al 3,35 per cento, irrisoria per un Paese che ha un Prodotto Interno Lordo pari a circa il 12 per cento dell’Unione Europea e al 16 per cento dell’area euro.



Le faccio la stessa domanda in merito al sistema universitario. Anche in questo caso i migliori Atenei italiani - e il Politecnico di Torino certamente è uno di questi - fanno fatica a scalare le posizioni nelle hit parade internazionali. È solo un nostro limite o è anche un limite di come sono concepite queste classifiche?
** I criteri utilizzati per definire i ranking si basano spesso sulla ricerca e in questo senso identificano le migliori università: nessuno può dire che Berkeley, Stanford, MIT, oppure anche ETH, posizionate ai primi posti non siano migliori delle Università italiane, in termini di qualità della ricerca.
Sulla didattica l’indicatore che d’abitudine si utilizza riguarda il rapporto docenti/studenti, che purtroppo penalizza le università con un elevato numero di studenti. Il Politecnico di Torino, così come altri Atenei italiani pubblici, ritiene doveroso garantire una formazione di qualità a un elevato numero di studenti, il numero più alto sostenibile, compatibilmente con le risorse disponibili che nel nostro Ateneo si sostanzia nell’ammettere fino a 5.000 immatricolati l’anno. Ovviamente questo dato penalizza nella valutazione, ma ciò nonostante il Politecnico di Torino sta accrescendo la sua reputazione internazionale (nella Qs World University Ranking, Area Engineering & Technology siamo al 16° posto in Europa e al 58° posto nel mondo) e il nostro incubatore di imprese I3P vanta un ottimo posizionamento nell’UBI - University Business Incubator - index (5° posto in Europa e 15° nel mondo).



Per quella che è la sua esperienza, che opinione hanno i colleghi stranieri dei nostri ricercatori? Quali sono i punti di forza e di debolezza riconosciuti?
**L’opinione sui singoli ricercatori è positiva e i punti di forza sono certamente la passione, l’entusiasmo e la competenza dei nostri giovani, purtroppo in prevalenza non strutturati.
I punti di debolezza sono quelli strutturali e quelli numerici già evidenziati, e l’invecchiamento del sistema universitario che sarà sempre più drammatico a seguito del sostanziale blocco del turn over che condurrà a una composizione del corpo docente, nel medio termine, con una percentuale ristretta di professori di I fascia, di età media avanzata (intorno o superiore ai 60 anni), un numero significativo di professori di II fascia, anch’essi di età mediamente elevata, un consistente gruppo di ricercatori a tempo indeterminato in un ruolo ad esaurimento senza adeguate prospettive di crescita e un numero limitato di ricercatori a tempo determinato in tenure track, anch’essi con prospettive incerte.
Un assetto complessivo che, in assenza di significativi interventi da parte del legislatore, potrebbe non consentire al sistema universitario di attuare quel ricambio generazionale indispensabile per garantire la qualità dell’alta formazione e della ricerca scientifica nel Paese.


Come se ne può uscire?
**Alcuni Atenei, e fra questi anche il Politecnico di Torino, si sono dotati di una pianificazione strategica su ricerca e trasferimento tecnologico che ha portato a ottimi risultati nel VII PQ (222 progetti approvati per un finanziamento di oltre 63 milioni di euro) in cui figura al primo posto tra gli Atenei italiani in termini di progetti finanziati pro-capite. L’Ateneo è inoltre l’unico partner italiano coinvolto in entrambe le ICT FET Flagships, i progetti bandiera lanciati dalla Commissione Europea e finanziati per 1 miliardo di euro, sui temi strategici del grafene e dello Human Brain.



Burocrazia o mancanza di fondi? Se dovesse dire qual è oggi il maggior problema della ricerca nazionale, su quale dei due aspetti punterebbe il dito? O forse ne indicherebbe un terzo?
**Io evidenzierei tre aspetti: certamente il primo riguarda una mancanza di strategia politica sulla ricerca; a seguire la parcellizzazione dei pochi fondi disponibili e, infine, la burocrazia. Penso soprattutto alla necessità di semplificare e in molti casi rimuovere vincoli presenti in un numero crescente di leggi, circolari e note ministeriali sul contenimento della spesa pubblica che spesso presentano contenuti confusi, incoerenti e talvolta anche inapplicabili e che richiedono alle università di dedicare ingenti risorse proprio agli aspetti burocratici.



Marco GilliSi parla spesso di fuga dei cervelli. Che cosa pensa quando apprende che questi emigrati ricoprono poi incarichi di assoluto prestigio all’estero? O la consola il fatto che molti studenti stranieri frequentino gli Atenei italiani, PoliTo compreso?
**Sicuramente non consola. È relativamente facile attrarre studenti di talento nei nostri Atenei, il Politecnico di Torino in particolare vanta il 18 per cento di studenti stranieri su circa 33.000 iscritti; la nostra formazione è di elevata qualità, assolutamente confrontabile con quella delle migliori università in Europa e nel mondo.
È molto più complesso attrarre ricercatori e professori di qualità, sia per la difficoltà di offrire un salario adeguato agli standard delle migliori università europee, sia per le infrastrutture che in generale possiamo offrire: all’ETH, a parte lo stipendio, lo starting grant di un nuovo professore è di oltre 1 milione e il fondo annuale per la ricerca è di oltre 500 mila euro, senza contare i progetti che poi il gruppo di ricerca riesce ad acquisire.



E come sta rispondendo il Politecnico di Torino a questa situazione?
**Il Politecnico di Torino si è posto fra gli obiettivi strategici anche quello di arricchire il proprio corpo docente con professori esterni provenienti da prestigiose università estere o vincitori di progetti di ricerca di respiro internazionale (circa 20 professori associati). Sarà anche previsto un congruo numero di posizioni di visiting professor per ricercatori di fama internazionale, selezionati a livello di Ateneo, preferenzialmente su proposta dei Dipartimenti. L’internazionalizzazione del corpo docente può garantire all’Ateneo un progressivo consolidamento di qualificate relazioni con università e centri di ricerca esteri e di fare rete con le più prestigiose università.



Come ha affrontato il vostro Ateneo uno degli aspetti più delicati della questione, ovvero il passaggio delle conoscenze dai laboratori al mondo dell’impresa?
**Il ruolo delle università tecniche in Europa sta cambiando, e il contesto socio-economico ha necessità di poter contare su un sostanziale contributo degli Atenei. Ricerca e trasferimento tecnologico non possono più essere immaginati come fasi che si susseguono; oggi la rapidità con cui si fa innovazione è strategica per competere: è necessario, dunque, fare ricerca insieme agli attori del territorio e condividere i risultati della ricerca in real time.
Il modello che da anni abbiamo adottato al Politecnico di Torino va proprio in tal senso: aziende e ateneo fanno ricerca in partenariato, spesso anche all’interno del nostro campus, la Cittadella Politecnica, come succede con il centro di ricerca General Motors Powertrain Europe che già dal 2008 fa ricerca sui motori diesel di ultima generazione in collaborazione con il nostro Ateneo; oggi conta oltre 600 ricercatori, di cui molti sono nostri ingegneri.
Portando inoltre l’esperienza del nostro incubatore di imprese I3P, dal 2000 a oggi sono state create oltre 170 start-up con un tasso di successo del 90 per cento circa che ha portato alla creazione di oltre 1.000 nuovi posti di lavoro.



Da un osservatorio privilegiato come un Politecnico, quali scenari tecnologici si profilano e in quali siete maggiormente attivi?
**Le prossime sfide su cui la ricerca europea si dovrà misurare sono quelle lanciate dal nuovo programma di finanziamenti europei Horizon2020. Un particolare impegno sarà richiesto per sviluppare tecnologie innovative sui cosiddetti societal challange legati all’energia, all’acqua, al cibo, alle persone, alla salute e ai cambiamenti climatici. Sono tutti ambiti di interesse sui quali stiamo predisponendo dei progetti di ricerca. Svilupperemo anche ricerca sui temi delle scienze della vita, in stretta collaborazione con l’Università degli studi di Torino, per massimizzare le risorse e i risultati.



Limitando l’attenzione ai temi dell’energia e dello sviluppo sostenibile, quali sono le più importanti linee di ricerca che sta conducendo il Politecnico di Torino?
** Il nostro piano strategico prevede in primo luogo un impegno preciso per promuovere la cultura della sostenibilità a partire dal nostro campus, avviando un percorso condiviso di accreditamento dell’Ateneo come campus sostenibile e favorendo la creazione di azioni sinergiche con gli enti locali nell’ambito di una visione sostenibile del territorio. Il monitoraggio attivo della struttura, progetti di energy saving, il potenziamento dell’utilizzo di energie rinnovabili, la raccolta differenziata estesa in termini di tipologie di rifiuto, sono solo alcune delle azioni che stiamo avviando.
Le problematiche di ricerca sull’energia sono affrontate a tutto tondo. Di particolare interesse sono le fonti primarie di energia, quali il nucleare, i combustibili fossili e non, ma anche la conversione di energia tra le diverse forme, così come il trasporto e la distribuzione di energia attraverso vari vettori (elettrico, termico, idrogeno), i sistemi di accumulo, la caratterizzazione, la gestione ottimale, la sicurezza e l’analisi di rischio delle varie infrastrutture energetiche (ad esempio: grandi reti complesse, smart and clean grid, generazione distribuita), tenuto conto delle vulnerabilità critiche, del contesto economico competitivo e dell’impatto ambientale, l’efficienza energetica e gli usi finali dell’energia in ambito industriale così come la progettazione energetica e la fisica degli edifici.



Immagino che anche in questo ambito la ricerca debba essere sempre più internazionale...
** Certo, e anche per questo recentemente siamo entrati a far parte del Siebel Energy Institute - Istituto internazionale e interdisciplinare di ricerca collaborativa e innovativa, un consorzio composto da Atenei di elevatissima reputazione come UC-Berkeley, MIT, Princeton, per citarne alcune.
Un progetto ambizioso che vede la collaborazione fra la Città di Torino, il Politecnico di Torino, la Regione Piemonte, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione CRT sul quale siamo fortemente coinvolti e che avrà un grande impatto sul territorio, poi, è l’Energy Center, una struttura d’eccellenza a servizio dell’innovazione in campo energetico-ambientale (Smart&Clean Energy) che si occuperà di ricerca applicata, testing di tecnologie, trasferimento tecnologico, un riferimento per l’aggregazione di competenze e interessi nazionali, in grado di dialogare con l’Europa da una posizione privilegiata.



Un tasto dolente, o più d’uno. Si stima che in un decennio le tasse universitarie siano più che raddoppiate. Spesso si lamenta che l’Italia abbia un numero di laureati procapite inferiore ad altri Paesi avanzati. In generale, se si punta alla formazione, c’è il sospetto che questa non sia competitiva. Come fare quadrare il cerchio?
**Ritengo che il problema reale non siano le tasse universitarie, il cui importo varia in base al reddito, quanto una grave carenza di risorse per il diritto allo studio che rischia di compromettere la capacità del sistema universitario di attrarre studenti di talento e, in definitiva, di impoverire la competitività dei sistemi socioeconomici che ruotano intorno ai grandi Atenei. Le borse di studio sono state drasticamente tagliate e in un’area europea della formazione sempre più competitiva indebolisce molto la capacità di attrarre e trattenere gli studenti di talento. È essenziale assicurare un supporto adeguato a tutti gli studenti capaci e meritevoli, utilizzando strumenti differenziati, incluso il prestito d’onore, con coordinamento e garanzie offerte dalle istituzioni pubbliche, possibilmente dallo Stato.



In qualche Ateneo si è scatenata la battaglia sull’uso didattico dell’inglese… Cosa ne pensa?
**La scelta che è stata compiuta dal Politecnico da alcuni anni a questa parte riconosce certamente nell’internazionalizzazione degli studenti un grande valore aggiunto e l’Ateneo ha investito molto in questa direzione, consapevole che la cultura tecnicoscientifica ha un ambito di riferimento assolutamente internazionale. Il nostro Paese è ancora Marco Gilliindietro su questi aspetti che rappresentano un punto di partenza imprescindibile per contribuire alla creazione di una comunità scientifica autenticamente internazionale e rendere un po’ più multiculturali, prima di tutto, le nostre università. Fra l’altro ormai la lingua comune degli studenti Erasmus - uno dei pochi esempi di successo di integrazione europea - è l’inglese ed è essenziale per attrarre studenti e ricercatori di talento.
Oggi il Politecnico di Torino offre circa il 50 per cento dei corsi in inglese; in particolare, tutti quelli del primo anno delle lauree triennali sono offerti, non solo ma anche, in questa lingua e possono essere altresì frequentati dagli studenti italiani che lo desiderino.



E l’italiano dove va a finire?
**Quanto detto in precedenza non significa che non venga salvaguardata e promossa la nostra lingua: tutti gli studenti stranieri del Politecnico di Torino, cinesi compresi, seguono corsi di italiano, organizzati per livelli di competenza e senza costi ulteriori da sostenere. Il Politecnico fornisce loro, fra l’altro, l’opportunità di seguire corsi di lingua italiana già prima del loro arrivo in Italia, in modalità on-line.
Per di più, ben oltre quanto previsto dalla Circolare Ministeriale per l’accesso degli studenti stranieri alle Università italiane, l’Ateneo ha deliberato che la conoscenza della lingua italiana è così fondamentale anche per gli studenti che seguono corsi solamente erogati in lingua inglese, da porre come vincolante, per il conseguimento del titolo, il superamento di un esame di italiano di livello A2, entro il primo anno di iscrizione, per tutti coloro che sono in possesso di un diploma conseguito all’estero.



A pochi chilometri da Torino l’imminente Expo 2015. Possiamo parlare di un’alleanza con il suo Politecnico?
**L’Expo 2015 sarà indubbiamente una grande occasione per un confronto su tematiche fondamentali come l’alimentazione, nonché l’occasione per creare sinergie con altre università e partner per la ricerca sulle scienze della vita. In particolare il Politecnico di Torino, appoggiandosi ai suoi 11 Dipartimenti, potrà fornire degli stimoli sul contributo che la tecnologia ha da sempre dato alle filiere di produzione, trasformazione e distribuzione del cibo.



In ultima analisi, è fiducioso sul futuro della ricerca italiana?
** Poco, se non si risolvono i problemi strutturali di policy. Per dare un futuro alla ricerca e rendere dunque il Paese competitivo è necessario intervenire su vari aspetti che ho già in qualche modo delineato nelle precedenti risposte.
È necessario rimuovere i vincoli di turn over e promuovere il doveroso ricambio generazionale nell’Università; promuovere il diritto allo studio, per attrarre e trattenere gli studenti di talento; differenziare il sistema di formazione terziaria del Paese e concentrare le poche risorse disponibili sugli Atenei o sulle Federazioni di Atenei maggiormente virtuosi; semplificare le regole per il reclutamento e la predisposizione dell’offerta formativa da parte delle università; semplificare alcuni vincoli formali e normativi sul contenimento della spesa pubblica che di fatto incrementano solo il carico di adempimenti burocratici.

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