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Ambiente chiama, banca risponde? Stampa E-mail

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di Andrea Molocchi e Donatello Aspromonte | ECBA Project


In base all’approccio costi benefici di utilità collettiva, l’investimento sostenibile sotto il profilo economico, sociale e ambientale è quello che crea un valore attuale netto positivo per l’investitore e benefici netti per la collettività, integrando nella valutazione anche gli aspetti ambientali.
Secondo quest’approccio, la valutazione della sostenibilità sotto il profilo ambientale passa attraverso la quantificazione dei costi esterni di natura ambientale inevitabilmente associati a qualsiasi attività produttiva. Così come ogni investitore responsabile è preoccupato della sostenibilità ambientale dell’investimento, anche le banche nella loro funzione di intermediazione finanziaria si trovano di fronte al quesito della sostenibilità ambientale, e questo non solo in relazione alla loro operatività (filiali, sistemi informativi, flotte aziendali, eccetera) ma anche e soprattutto in relazione alla loro attività principale, di erogazione del credito.


In particolare, sono sempre più diffusi i portatori di interessi ambientali che, pur nella diversità dei ruoli (associazioni ambientaliste, comitati locali, piccoli azionisti, investitori istituzionali), chiedono al settore bancario di esercitare attraverso l’attività creditizia una maggiore influenza sul sistema produttivo, per indirizzare le imprese verso pratiche più attente alla sostenibilità ambientale.
Quattro sono le principali strategie di sostenibilità ambientale potenzialmente praticabili dalle banche nei rapporti con i propri clienti, anche in combinazione fra di loro (ma in questo caso con inevitabile lievitazione dei costi): l’esclusione dal credito di alcune tipologie di attività ritenute aprioristicamente insostenibili; il suo contrario, ovvero la limitazione del credito a tipologie di attività considerate particolarmente green; l’adozione di checklist e/o di sistemi a punteggio per analizzare la qualità organizzativa della gestione ambientale dei propri clienti e, infine, l’approccio quantitativo basato sugli indicatori di prestazione ambientale.


La strategia dell’esclusione di attività o tecnologie, seppur apparentemente intuitiva, va incontro alla difficoltà pratica di penalizzare attività legittime ai sensi delle normative vigenti, e può comportare forti iniquità se non un peggioramento dei “rischi” per la collettività. Alcuni esempi: anche le attività di peace keeping e di soccorso alle migrazioni via mare richiedono “armamenti”; inoltre perché escludere dagli investimenti sostenibili le centrali a carbone e non anche la produzione di auto a gasolio? Similmente, anche la strategia dell’appartenenza dell’impresa a tipologie di attività aprioristicamente definite green (fonti rinnovabili, chimica verde, riciclaggio dei rifiuti) si scontra con diversi problemi [...].

©nuovaenergia

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