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Così l’apartheid metterebbe d’accordo rinnovabili e mercato elettrico Stampa E-mail
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di Giuseppe Gatti




Con sempre maggior frequenza negli ultimi mesi viene posto il tema dell’integrazione delle rinnovabili nel mercato elettrico. Capisco e condivido l’esigenza, ma confesso di non riuscire a capire come questa integrazione sia concretamente fattibile. Non c’è dubbio che c’è stato un esagerato e abnorme sviluppo delle rinnovabili (per essere più precisi delle rinnovabili non programmabili, o diversamente programmabili, come ama dire il presidente Bortoni) che ha messo profondamente in crisi il mercato, compromettendone funzione e significato.


In poco più di cinque anni siamo passati da 4.000 MW installati di eolico e fotovoltaico ad oltre 27.000 MW e la producibilità di questi impianti è salita da 6,4 a quasi 40 TWh annui. Questo sviluppo incontrollato ha provocato una duplice distorsione. La prima riguarda il sistema dei prezzi: siccome quasi tutta questa energia è collocata in Borsa dal GSE a prezzo zero, è saltata ogni razionale relazione tra prezzi e domanda e quindi i prezzi hanno perso la loro funzione di segnale economico comprensibile e di guida del mercato.


Prendiamo il trimestre invernale gennaiomarzo 2014 - un periodo in cui l’apporto delle non programmabili è al minimo - e vediamo che, considerando i soli giorni lavorativi (quelli più significativi), il prezzo più elevato lo troviamo dalle 19 alle 20; e ancora, che dalle 23 alle 24, quando la domanda è stata in media di 30.000 MW il prezzo di Borsa è stato di 52 euro/MWh, mentre dalle 13 alle 14, con un carico di 38.000 MW abbiamo avuto un prezzo di 48 euro/MWh. In altre parole, con una domanda del 27 per cento più alta il prezzo è stato inferiore dell’8. Aggiungiamo che sono sempre più frequenti i casi di ore con prezzo zero. Non occorre una laurea in economia per capire che così un mercato non può funzionare o, meglio, che non c’è più un mercato.


La seconda distorsione deriva dal fatto che i costi delle rinnovabili non si scaricano sui prezzi di Borsa, ma finiscono pur sempre nella fattura elettrica, che vede ormai le componenti regolate uguagliare e in molti casi superare il valore direttamente attribuito all’energia. L’area di mercato si restringe così ad un 50 per cento della bolletta elettrica ed è solo su questo 50 che si gioca la competizione. In sostanza, un mercato ridotto e intrinsecamente falsato. Ecco il fondamento della richiesta di integrare le rinnovabili nel mercato, per ridare a quest’ultimo spazio e funzione. L’esigenza è sacrosanta, ma non vedo come si possa soddisfare. L’unico modo corretto sarebbe di portare le rinnovabili sul mercato al loro costo, ma questo equivale ad ucciderle, perché la market parity è ancora ben lontana. E se provassimo allora a lasciar perdere l’integrazione e puntassimo sull’apartheid? Uso volutamente un’espressione antipatica, ma efficace. [...]

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