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Senatores, perché il petrolio è mala bestia? Stampa E-mail
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di Chicco Testa | Presidente Assoelettrica



Le autocitazioni sono sempre da evitare, non fosse per quel loro retrogusto di stantio, come i biscotti vecchi. Ma quando serve, serve. E allora non mi vergogno affatto di riscrivere qui, nelle pagine di Nuova Energia, ciò che ho scritto sul sito web Contro l’Italia dei no (http://www.controlitaliadeino.it/un-paese-di-pazzi/). Non mi vergogno perché certe cose vanno dette, e poi ridette, e poi gridate e rigridate, prima che questo Paese imbocchi la strada senza ritorno di un tragico declino. Ma veniamo a quel che ho scritto: “Ma che cosa c’è nella testa di questo Paese? Cosa c’è nella testa di quei Senatori che hanno approvato una mozione che chiede una moratoria totale sulle estrazioni petrolifere in mare? Lo sanno questi signori che l’Italia importa l’80,6 per cento del suo fabbisogno energetico? Che esso proviene tutto da aree del mondo a rischio geopolitico? Che è in corso un braccio di ferro fra Europa, di cui facciamo parte, e Russia a causa della crisi ucraina? Che i soldi che spendiamo per importare petrolio e gas alimentano spesso le casse di regimi antidemocratici, teocratici e corrotti?

Perché in ogni Paese del mondo avere petrolio sottoterra e in mare è considerata una fortuna, una benedizione, e in Italia invece le attività estrattive vengono ostacolate in tutti i modi? Fino ad arrivare al punto che il petrolio italiano offshore corre il rischio di essere estratto, nell’Adriatico e nel Tirreno, dai Paesi confinanti, così che ci tocca mandare la marina militare a pattugliare i nostri mari contro le nazioni straniere. Perché? Regaliamoglielo, il nostro petrolio, che è meglio! E perché l’insalata deve essere a km zero e il petrolio sta bene a km mille e multipli di mille? Per non parlare delle litanie senza senso sul lavoro da creare e sugli investimenti esteri che non ci sono. Nel settore petrolifero sarebbero possibili miliardi di investimenti, che invece se ne scappano, mentre gli investitori fuggono attoniti e ci guardano come si guardano i pazzi e si domandano: “ma che cosa c’è nelle teste di questo Paese?”.

Forte è la pulsione a ricercare una risposta a questa domanda. Ma trovarla è impresa davvero ardua. Tocca accontentarsi di una semplice ipotesi, la quale ha il pregio di chiarire il panorama nel quale ci stiamo muovendo e il difetto di produrre una nuova ulteriore domanda.

L’ipotesi è questa. Viviamo, in Italia, ma non soltanto, in un’epoca di scarse tensioni ideali e di benessere relativamente diffuso. Le questioni che attengono alla salute, all’ambiente, al bello e compatibile, al ritorno alla natura, al vivere come una volta, hanno assunto un peso crescente nel portafoglio dei bisogni delle persone. Quando io sono nato il primo bisogno di milioni di Italiani era mangiare due volte al giorno, poi è toccato alla Seicento, poi alla lavatrice e così via fino agli anni ’80-‘90 quando, gonfiando a dismisura la spesa pubblica, abbiamo fatto finta di vivere un’era di opulenza. Ci ha pensato la crisi a dimostrarci che le cose erano diverse, che quella ricchezza aveva lievitato cresciuta sulle spalle delle generazioni a venire.

Ma tant’è: nulla è mutato e si continua ad attribuire un valore smisurato a simboli invece che a cose concrete. Gli esempi non mancano: dalla Tav agli Ogm, dalle fonti rinnovabili al nucleare. Benissimo: sappiamo che siamo messi male su questo fronte. Ma che cosa ha fatto fino ad oggi la politica di fronte a questo problema? Non lo ha affrontato, verrebbe da dire. Ma in verità ha fatto molto peggio: lo ha usato, a fini di consenso, a fini elettorali. Sono pronto a scommettere che metà dei Senatori che hanno votato la mozione contro le estrazioni petrolifere sanno bene in cuor loro che il loro gesto è dannoso per il Paese. Ma quel che conta è altro.

È quella maledizione del consenso a breve, brevissimo termine, per cui non sì è chiamati in giudizio per quello che si è fatto per il Paese, ma soltanto per quello che si è fatto vedere di voler fare e che tanto non si è fatto in tempo a fare. Gramo bilancio. Che genera la domanda successiva: come se ne esce? Risposta difficilissima, che va proposta alle classi politiche nelle cui mani stiamo mettendo il nostro futuro.

 
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