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Interrompibilità? Interrompiamola! Stampa E-mail
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di Giuseppe Gatti



C’è un topos letterario ricorrente che dalla mitologia greca arriva ai giorni nostri, attraversa la poetica persiana e arabo-abbaside, rimbalza in quella europea tardo-medievale e si presenta ora in versione cinematografica: dalle Mille e una notte all’Habemus papam di Nanni Moretti.
Il format, come si direbbe oggi, è quello del principe che la sera esce dal palazzo in incognito e si mescola al popolo per recuperare quel contatto con la realtà che l’isolamento nei luoghi sacri del potere rischia di fargli perdere. Sarebbe opportuno che i nostri decisori politici facessero un esperimento del genere. Con le tecnologie informatiche di cui disponiamo, non c’è neppure bisogno di travestirsi e girare per taverne, basta mettersi davanti ad un pc.


Non suggerisco i social network in cui dilaga l’ignoranza collettiva; piuttosto, per quanti devono deliberare in materia di energia, propongo un giro sul sito della CCSE (Cassa Conguaglio per il Settore Elettrico). Non è un sito particolarmente appealing, anzi decisamente fané e con un aggiornamento che lascia a desiderare. D’altra parte la Cassa opera in stretta economia: con costi di struttura inferiori a 6 milioni di euro gestisce quasi 4 miliardi. Forse qualche euro in più per migliorare il sito si potrebbe anche spendere.
Ma se vogliamo andare in metaforiche taverne, non in un 5 stelle, questo sito è l’ideale per capire quale groviglio sia diventato il nostro sistema energetico e quanto pesino particolarismi, pressioni corporative, interessi minuti che si traducono in addizionali nella fattura da un lato ed esenzioni da un altro e che nel loro complesso distorcono completamente il mercato. Sapete quanti conti gestisce la Cassa? A novembre 2013 erano 47: 23 nel settore elettrico, 23 nel gas e 1 nell’idrico, (elencati sul sito sono solo 41, che comunque è già un bel numero) e da novembre sono aumentati.


Se poi andiamo a esaminare i conti uno per uno troviamo realtà che gridano vendetta. Uno per tutti: il “Conto per la gestione dei contributi a copertura degli oneri connessi al servizio di interrompibilità”, che tra l’altro è tra i più corposi, dato che nel 2011 ha assorbito il 17 per cento delle erogazioni della Cassa, 650 milioni di euro su 3.874. La Cassa offre i dati di questo conto dal 2006 al 2011: nel periodo sono stati erogati quasi 2,8 miliardi di euro. Se consideriamo i dieci anni dal 2004 al 2013 si può stimare che circa 200 imprese hanno ottenuto sui 5 miliardi di euro per un servizio mai prestato e di cui il sistema non ha alcun bisogno, un’elargizione gratuita pagata (salata) dalla generalità dei consumatori.


L’interrompibilità, cioè la disponibilità ad accettare un’interruzione dell’erogazione dell’energia elettrica, poteva avere un senso nel 2003, quando in effetti la capacità di riserva del sistema italiano era ai minimi termini. Dal 2005 in poi, con il rinnovo del parco di generazione e lo sviluppo della capacità installata con repowering di vecchi impianti e installazione di nuove centrali, non si comprende assolutamente più il senso di questa misura tagliata a misura degli happy few. Oltretutto la rete è stata migliorata e con una situazione di overcapacity nell’offerta perché mai la platea dei consumatori deve garantire questo obolo a pochi grandi consumatori, che oltretutto cumulano svariati altri benefici? Si tenga in primo luogo presente che quanti offrono il cosiddetto “servizio di interrompibilità” sanno che in realtà l’interruzione non ci sarà mai. Impianti siderurgici, petrolchimici, vetrerie, non sarebbero in grado di reggere, senza pesanti danni, una repentina interruzione della fornitura elettrica.


Si fa dunque finta di essere interrompibili, sul presupposto che in realtà non si sarà interrotti e questa finzione costa ai consumatori italiani oltre 600 milioni di euro l’anno. Poi, come dicevamo, questi pochi eletti godono di altri privilegi. Per lo più sono grandi consumatori ad alta intensità energetica: risparmiano quindi svariate altre centinaia di milioni di euro per “energivorità” pagando in misura notevolmente ridotta gli oneri di sistema (che ormai rappresentano quasi il 50 per cento della fattura elettrica). Infine, molti di loro partecipano a quell’ulteriore finzione rappresentata dalle “interconnessioni virtuali”, gli elettrodotti che si erano impegnati a finanziare (sapendo di non doverlo effettivamente fare) e per cui una quarantina di imprese ha ricevuto un beneficio stimabile sui 420 milioni di euro l’anno dal 2010 in poi.


Una contabilità precisa di questo imbroglio montato con la legge 99/09, di cui l’Italia dovrà rispondere a Bruxelles con una prevedibile sanzione, è impossibile, perché i costi sono annegati negli oneri di dispacciamento, ma è realistico calcolare che l’Unione europea ci chiederà conto di 2,5 miliardi di euro di aiuti di Stato, ancorché camuffati.
Tiriamo le somme: stiamo regalando ogni anno oltre 1 miliardo di euro a meno di 200 imprese; se calcoliamo l’insieme delle agevolazioni concesse ad altre 2.000 imprese siamo a 2 miliardi di euro l’anno e questo senza calcolare gli sgravi sulle accise. Vogliamo far scendere la bolletta elettrica? Sappiamo da dove partire.

 
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