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Acqua ed energia, un nodo da sciogliere Stampa E-mail
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di G.B. Zorzoli


“Il dissesto del territorio, è vero. L’edilizia d’arrembaggio, senza dubbio. Le sforbiciate ai fondi pubblici, è chiaro. L’incuria, è ovvio. Ma per gli allagamenti, e sempre più spesso per le alluvioni, c’è un altro buon motivo. In buona parte d’Italia la rete di drenaggio non è più adeguata a smaltire l’acqua a catinelle del nuovo regime climatico”. Questo, l’incipit di un articolo pubblicato non su una rivista a vocazione ambientalista, ma su Il Sole 24 Ore del 4 febbraio, con un titolo su cinque colonne.


Non è un fenomeno inatteso. Come ricorda Jacopo Giliberto, autore dell’articolo, un gruppo di climatologi italiani aveva già messo in evidenza che fra gli effetti del cambiamento climatico c’è la crescita delle precipitazioni intense associata al calo delle precipitazioni totali. Con le conseguenze del caso che, mentre scrivo nei primi giorni di febbraio, sono sotto gli occhi di tutti. D’altronde che, per la sua configurazione, il Mediterraneo sia un’area più di altre soggetta agli effetti del cambiamento climatico, lo hanno a più riprese ribadito studi dell’ISPRA e dell’ENEA.


Siccità ed alluvioni sono quindi due facce della stessa medaglia che, al di là dei disagi provocati, hanno ricadute gravi sulla stessa economia. Quanto hanno pesato e peseranno sul PIL i danni provocati da queste situazioni estreme, a partire dal numero di piccole imprese messe al tappeto? Quando si discute dei costi che si debbono sopportare per le azioni di contrasto al cambiamento climatico, mentre è giusto pretendere che siano congruenti e non eccessivi, non si mettono quasi mai sull’altro piatto della bilancia gli oneri derivanti dalla mancata o insufficiente prevenzione. [...]


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