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Ricerca di sistema in “versione” 2.0 Stampa E-mail
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di Stefano Besseghini | amministratore delegato RSE



La Ricerca di Sistema, o meglio il fondo per la Ricerca di Sistema del settore elettrico, è lo strumento che il legislatore ha voluto attivare all’inizio degli anni Duemila per consentire il presidio dell’attività di ricerca di interesse generale per il settore elettrico. In questo articolo vorrei concentrare l’attenzione su un’analisi dello strumento e non sul problema della ricerca nel settore elettrico in senso generale. Come noto, il sistema elettrico all’inizio del 2000 si stava avviando ad una rapida liberalizzazione. Il problema che ci si pose allora era quello di garantire il presidio di una attività di ricerca che - precedentemente svolta in larga parte dal soggetto monopolista - non avrebbe più trovato un attore unico e si sarebbe dispersa in mille rivoli. O, peggio ancora, rischiava di essere annullata del tutto.
È evidentemente implicito che una siffatta attività di ricerca dovesse, quasi per definizione, svilupparsi attorno a temi assai concreti, direttamente connessi con la capacità di gestire, di migliorare e di prevedere l’evoluzione del sistema elettrico, intercettando le spinte all’innovazione provenienti dai diversi settori, al fine di armonizzarli in una visione complessiva, consentendo al decisore pubblico di intervenire con cognizione di causa.


Gli obiettivi che si intendevano perseguire erano estremamente chiari, sia nella loro formulazione esplicita sia implicita. Da una parte sostenere esplicitamente attività di ricerca di interesse generale; dall’altra, garantire implicitamente la salvaguardia di un patrimonio di competenze e know-how che l’attività del monopolista aveva permesso di costituire e mantenere nel tempo.
Per una ricognizione dei principali risultati della ricerca energetica promossa da Enel si rimanda alla monografia Alle radici dell’evoluzione energetica). Cosa dovesse intendersi per attività di ricerca di interesse generale era ben chiaro: si trattava di progetti che devono rispondere a certi prerequisiti. In particolare, citando direttamente dal decreto istitutivo, che fossero “attinenti al settore elettrico, riguardando una o più delle attività di produzione, trasmissione, dispacciamento e distribuzione dell’energia elettrica, o ad aspetti anche appartenenti ad altri settori ma collegati alle suddette attività”. Ancora, che si riferissero “in generale a risultati e soluzioni che trovino utilizzo in una prospettiva di lungo termine ed abbiano carattere generale per il sistema elettrico nazionale” e che “abbiano natura applicativa, riguardando in particolare aspetti metodologici, tecnici e tecnologici, e, di norma, non siano limitate a sole ricerche di base, pur potendosi avvalere degli sviluppi raggiunti da queste ultime”.


Lo strumento messo a punto gode quindi di alcune interessanti caratteristiche:
è dotato di un flusso di risorse stabili e programmabili;
dichiara esplicitamente l’obiettivo delle attività di ricerca;
dichiara esplicitamente l’area di presidio, ovvero quella dello sviluppo;
è interamente focalizzato sul finanziamento di progetti più che sul finanziamento di strutture.


In aggiunta alle ricerche di interesse generale per il sistema elettrico, il Fondo RdS finanzia anche progetti di interesse per singoli attori industriali prevedendo un meccanismo di partecipazione ai costi (cofinanziamento) per lo svolgimento di attività di sviluppo preindustriale che siano coerenti con le indicazioni del piano triennale di ricerca che governa l’intero processo. Si è trattato, dunque, di una iniziativa di grande visione e lungimiranza.
Dopo quasi 15 anni dall’attivazione dello strumento appare corretto porsi nell’ottica di una sua valutazione prospettica e soprattutto svolgere una riflessione sul fatto se esso sia in grado, ancora, di intercettare i bisogni e gli obiettivi per cui è stato messo a punto. Oggi, infatti, la ricerca di sistema deve rispondere, forse più che in passato, a due sfide importanti:
fornire un elemento di competitività nel medio/breve periodo al settore industriale di riferimento;
supportare il sistema della ricerca italiana nel cogliere le opportunità derivanti dall’integrazione nel sistema europeo della ricerca.


Non è qui la sede per affrontare i dettagli delle modalità operative che andrebbero migliorate o potenziate per permettere alla RdS di cogliere questi obiettivi; ma può essere utile richiamare gli elementi di carattere generale che dovrebbero ispirare un inevitabile processo di aggiornamento. Essi si possono riassumere in tre punti: tempo; flessibilità; stabilità. Un primo elemento fondamentale è il fattore temporale. Sempre più spesso purtroppo i processi che governano i meccanismi di finanziamento sembrano svolgersi in una dimensione atemporale, in un universo che esplora una scala dei tempi propria, lontana dalle dinamiche e dalle necessità del contesto, soprattutto industriale - ma non solo - che vorrebbe supportare. Se questo è vero in generale, assume un valore ancora più stringente quando declinato nel campo dei bandi di finanziamento ai progetti di interesse industriale, cioè quelli che incidono in modo immediato sulla competitività delle imprese. Basta un’occhiata all’esperienza dei bandi di “tipo B”, quelli appunto destinati a proposte di origine industriale, per accorgersi delle difficoltà del processo. Il bando è stato approvato nel Dicembre 2008, rettificato nel maggio 2009, le graduatorie dei progetti approvati nell’agosto del 2010 con un finanziamento erogato di circa 22 milioni di euro sui 51 milioni resi disponibili.
Una possibile soluzione potrebbe essere, ad esempio, l’utilizzo di modalità operative che hanno già dimostrato la propria validità e sono ben conosciute dal mondo industriale come il processo dei fondi FAR oppure esperienze internazionali come quella dei fondi ARPAE del Department of Energy americano.


Proprio guardando alla positiva esperienza oltreoceano è possibile cogliere l’importanza del secondo punto: la flessibilità. Deve intendersi per flessibilità la capacità di consentire che un processo di sviluppo possa efficacemente condursi a conclusione, adattandosi tempestivamente alla mutevolezza del contesto e alle priorità che si manifestano. In altre parole vuol dire che il rigoroso svolgimento dei programmi di ricerca elaborati, approvati e ammessi al finanziamento deve consentire, pur nel rispetto dei numerosi e non banali vincoli (spesso posti dalle regole comunitarie), anche di adattarsi a necessità contingenti.
Questo aspetto di flessibilità trova riscontro anche nelle procedure di carattere amministrativo che sovrintendo all’intero processo. A schemi di carattere generale in grado di cogliere aprioristicamente l’intera casistica andrebbero preferiti pochi chiari ed espliciti obiettivi a cui conformare le diverse modalità esecutive.


L’ultimo aspetto, veramente centrale, è quello della stabilità. Si fa riferimento in questo caso alla certezza e stabilità del contesto di riferimento ma anche alla certezza del percorso normativo. Valga su tutti l’esempio della valorizzazione dei risultati dell’attività di ricerca. Per norma, i risultati dell’attività di ricerca devono godere della più ampia diffusione ed essere nella piena disponibilità di qualunque soggetto interessato stante il carattere pubblico del finanziamento che ne ha permesso il conseguimento. Principio di per sé condivisibile ma che contrasta con il percorso di valorizzazione dei risultati stessi. Si presentano infatti due uniche possibilità:
il carattere generale del risultato viene incorporato da norme di legge, regolatorie o normative che tendono al miglioramento della qualità del servizio e alla sua sostenibilità sociale;
l’interesse generale del risultato trova riscontro nell’interesse particolare di un soggetto economico industriale che ne traduce il potenziale aumentando la propria competitività.


Nel primo caso è di tutta evidenza che l’investimento in ricerca trova una sua valorizzazione di sistema chiara ed esplicita. Nel secondo appare di altrettanta evidenza che, essendo necessario un “mediatore” per conseguire l’utilità pubblica del risultato di ricerca, deve essere possibile “proteggere” l’esclusività e l’originalità del prodotto della ricerca. Ciò può avvenire mediante, ad esempio, il ricorso alla brevettazione e la definizione di un percorso “certo e stabile” con cui attivare la relazione tra il soggetto industriale e l’organismo di ricerca in una chiarezza di rapporto che è sempre foriera di buoni risultati.
Su questi aspetti l’attuale impostazione della Ricerca di Sistema è ancora largamente carente, affidando i risultati ad una generica diffusione, certamente condizione necessaria per la loro valorizzazione ma, ahimè, non sufficiente. Questi aspetti diventano ancora più complessi quando ci si ponga nella prospettiva della valorizzazione dei risultati a livello internazionale.


A conclusione di questa analisi dall’interno dello strumento della RdS e dei principi che potrebbero ispirare un suo aggiornamento, l’ultima domanda che vogliamo porci è: le attività di ricerca di sistema quale beneficio garantiscono e verso quali soggetti? È evidente che il principale beneficiario della ricerca di sistema è l’utente del sistema elettrico. Possiamo distinguere almeno due categorie: gli operatori del settore, nel senso più ampio possibile, e gli utenti finali del sistema stesso. Naturalmente le due categorie sono profondamente connesse per l’evidente ruolo che i primi hanno verso i secondi.
Come RSE, la struttura che ha principalmente operato nel corso degli anni sui programmi e i progetti connessi alla RdS, abbiamo voluto aprire un confronto con i principali portatori di interesse nazionali, per individuare le priorità percepite dagli addetti ai lavori. Con un orizzonte 2020-2025, la risposta ottenuta è stata articolata, propria di un sistema industriale maturo, che sa riconoscere l’ecosistema in cui si trova ad operare, ed è in grado di indicare gli ambiti di interesse che andrebbero coperti. L’istituto della RdS è stato riconosciuto come importante: i risultati della RdS infatti hanno costituito, per l’esperienza di molti nostri interlocutori, la base strutturata di conoscenze sulla quale impostare la strategia energetica nazionale. Sono state apprezzate e oggetto di attenzione analisi di scenario, valutazioni comparate di diverse opzioni di sviluppo, metodologie e analisi costi/benefici, field test di integrazione nel sistema di nuove soluzioni tecnologiche proposte e divulgate da RSE. Inoltre ci è stato segnalato che la RdS potrebbe diventare il veicolo per favorire la creazione di un sistema di imprese nazionali nel settore elettro-energewtico, attraverso l’organizzazione di uno strato comune di conoscenze ed esperienze, per meglio competere a livello internazionale.


Dalla stessa analisi e confronto sono anche emerse alcune indicazioni specifiche sul ruolo che una struttura come RSE può svolgere nell’applicazione dello strumento RdS, concetti che sono evidentemente estendibili alla totalità dei soggetti coinvolti quali elementi paradigmatici di riferimento per una valutazione dell’efficacia dell’azione svolta. Questi sono:
capacità di operare come moltiplicatore degli investimenti in ricerca di natura industriale. Per risorse e dimensioni i progetti finanziati dal fondo non possono ambire a competere con quelli intrapresi dall’industria e possono invece utilmente essere complementari in un’ottica di indirizzo (scenario) e di sviluppo delle implicazioni normative in grado di supportarne la penetrazione;
capacità di operare come catalizzatore di una filiera italiana (si presti attenzione al termine: il catalizzatore interviene nella reazione per favorirne l’evoluzione, non si sostituisce ai componenti essenziali della stessa). L’elemento catalizzatore sarebbe in questo caso la capacità della RdS di indicare gli ambiti non conflittuali di collaborazione orizzontale e verticale tra aziende diverse;
capacità di operare come promotore degli aspetti di proprietà intellettuale nel settore;
capacità di mantenere un costante presidio di alto livello nel settore della normazione di riferimento.


L’ultimo elemento che manca per la complessiva comprensione del sistema entro cui la RdS prossima ventura sarà chiamata a muoversi è quello della interazione/ integrazione a livello internazionale ed in primis europeo. Partendo dall’ovvia considerazione che l’attività di ricerca ha senso soprattutto nella sua naturale vocazione all’internazionalizzazione, allo scambio di esperienze e alla partecipazione a progetti multilaterali, uno strumento come RdS deve potersi mettere a disposizione di questo ambito in modo da consentire al nostro Paese di giocare il ruolo che merita nel contesto del nuovo programma H2020.
L’analisi retrospettiva della partecipazione italiana alle call Energy di FP7 conferma che tra gli applicanti di maggior successo RSE si trova al ventiduesimo posto; ma quinta tra gli italiani in una classifica che vede al primo posto Enel, al secondo Chemtex Italia, e la presenza di soggetti come Fraunhofer, Alstom, Siemens e Bosch solo per citare alcuni nomi. È un risultato di assoluto rilievo, in controtendenza rispetto ad altri settori e certamente dovuto (almeno per la posizione di RSE) alla possibilità di coniugare obiettivi nazionali ed europei. Questa impostazione è ribadita e rafforzata nel nuovo programma H2020 ma con l’ulteriore complicazione che i modelli di finanziamento, o meglio di cofinanziamento, della comunità chiameranno ad una maggiore capacità di programmazione anche gli Stati nazionali.

È ben noto che il dibattito su questi modelli è ancora intenso (Berlin Model, ERANET cofund, ...) ma è certo che anche in questo ambito i tre elementi richiamati in precedenza - tempistiche, flessibilità e certezza - saranno fondamentali per mettere in condizione i soggetti esecutori della Ricerca di Sistema di cogliere analoghi successi.

 
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