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di Ugo Farinelli



Ritengo positivo che in questi ultimi tempi (a partire dalla diffusione da parte del ministero per lo Sviluppo economico del documento sulla Strategia Energetica Nazionale alla fine del 2012, fatto proprio dal Governo Letta e ora oggetto di una indagine conoscitiva disposta dalla Commissione Industria della Camera dei Deputati) si sia ripreso in Italia un dibattito sulle visioni di lungo termine nel campo dell’energia e sulle politiche per la ricerca energetica. C’è anche da auspicare che questo dibattito affronti l’argomento in modo concreto e operativo, dal momento che il problema non è teorico né tanto meno ideologico, ma di realizzazione di strumenti efficaci per intervenire in una situazione non facile e soggetta a molteplici vincoli, dove “il diavolo sta nei dettagli”.


Quello di cui abbiamo bisogno è l’innovazione, cioè lo sviluppo di nuovi prodotti e l’introduzione di nuovi processi che rispondono meglio alla domanda, o che soddisfano una nuova domanda, al limite anche una domanda latente e finora non espressa. Questo corrisponde in generale a due tipi fondamentali di innovazione, quella di prodotto e quella di processo. L’innovazione non è necessariamente di tipo tecnologico, ma può riguardare altri aspetti della produzione, quali l’organizzazione, i servizi finanziari e così via.


Alla base dell’innovazione vi è la ricerca da cui essa deriva. Vi è ormai una notevole base teorica, sviluppata anche in Italia, sul ruolo della ricerca scientifica e tecnologica e sul suo collegamento con l’innovazione, a partire dal “Manuale di Frascati” del 1963 (sviluppato da un gruppo di lavoro dell’OECD e a tutt’oggi punto di riferimento obbligato per le definizioni dei vari tipi di ricerca e dei relativi investimenti), al “Manuale di Oslo” del 1995 che affronta più specificamente il problema dell’innovazione e del suo legame con la ricerca. Molto dell’esplorazione di questo legame è riconducibile al lavoro di Chris Freeman, primo autore del “Manuale di Frascati” e fondatore (1966) e primo direttore della SPRU (Science and Technology Policy Research Unit) dell’Università di Sussex. Incidentalmente, Freeman (scomparso nel 2010) viene oggi spesso ricordato per la sua previsione e spiegazione della attuale crisi economica, derivante da un andamento ciclico di lungo periodo legato ai meccanismi di rinnovamento delle tecnologie.
Sulla centralità del tema della conoscenza sono basate le conclusioni del Summit di Lisbona dell’Unione europea (marzo 2000), che poneva l’innovazione al primo posto degli obiettivi per lo sviluppo dell’economia europea, anche se questa priorità e l’obiettivo principale di Lisbona - quello di fare entro il 2010 dell’UE la più competitiva e dinamica economia della conoscenza - sono slittati di fronte alla crisi economica.


Rimane l’affermazione portata avanti da molti che proprio nello sviluppo di un sistema economico basato sull’innovazione e sulla ricerca si può trovare la via d’uscita dalla crisi: ma questa affermazione rimane per lo più basata su considerazioni molto generali, e non indica soluzioni pratiche per la sua attuazione. Tutto questo si applica al campo energetico ma ha ovviamente una portata molto più vasta.
Il modello di diffusione dell’innovazione che viene spesso immaginato è quello di una ricerca effettuata in collaborazione tra istituti di ricerca e aziende produttive, che porta a risultati soddisfacenti che vengono applicati alle aziende interessate. Purtroppo questo modello “verticale” si presenta abbastanza raramente: nel sistema industriale italiano, basato in gran parte su imprese piccole o piccolissime, è raro che vi sia una capacità diffusa di partecipare attivamente a un programma di ricerca e sviluppo, e spesso anche solo di interloquire efficacemente con ricercatori specializzati.


Molto più comune è un processo orizzontale, di innovazione per imitazione, facilitato dalla presenza di broker di vario tipo, per esempio i fornitori di servizi specializzati o di particolari soluzioni tecnologiche. Un caso particolarmente favorevole riguarda quei settori industriali che hanno creato delle società di ricerca e innovazione in comune, che forniscono servizi tecnologici e svolgono ricerche di interesse primario per il settore.
Questo accade in alcuni casi addirittura a livello internazionale: l’esempio più significativo riguarda la produzione di acciaio con la ULCOS (Ultra-Low CO2 Steelmaking), un consorzio di 48 compagnie e organizzazioni europee comprese tutte le maggiori acciaierie europee, sostenuto (per il 44 per cento del bilancio) dalla Commissione Europea, con l’obiettivo di ridurre almeno del 50 per cento le emissioni di CO2 rispetto alle migliori tecnologie disponibili oggi.


Un discorso a parte merita il caso, tipicamente italiano, dei distretti produttivi, dove il processo di innovazione è facilitato dalla concentrazione geografica delle industrie del settore. Tuttavia questo modello, che è alla base del successo del Made in Italy negli anni ‘80 e ‘90, non si è purtroppo dimostrato particolarmente resiliente alla recessione derivante dalla crisi economica generale. Di fronte alla difficoltà di realizzare nuovi investimenti, stenta a farsi strada anche la pratica del benchmarking, cioè l’individuazione di scelte di processi e tecnologie particolarmente virtuose (nel nostro caso tipicamente a più elevata efficienza energetica e minore impatto ambientale) verso cui indirizzare le produzioni. Insomma, la soluzione un tempo vincente della “collaborazione tra concorrenti” tipica dei distretti industriali rischia di non sopravvivere al “si salvi chi può” derivante dalla crisi.
La preoccupazione maggiore oggi (e non solo in campo energetico) è quella di avere uno strumento (o più strumenti) per sostenere la ricerca applicata fino allo sfruttamento industriale dei suoi risultati: cioè come collegare una politica della ricerca energetica con una politica industriale nello stesso campo. Molto spesso sentiamo citare come esempio in negativo il programma di promozione del fotovoltaico (il cosiddetto “Conto Energia”). È bensì vero che questo programma (insieme ad altri, principalmente quello tedesco e quello spagnolo) ha raggiunto gran parte dei suoi obiettivi in termini di abbassamento dei costi di questa tecnologia, oggi quasi in grado di camminare con le proprie gambe (la famosa - e sfuggente - grid parity); ma è anche vero che ha inciso molto poco sull’industria nazionale e sull’occupazione.


L’industria italiana non era pronta a raccogliere questa sfida, nonostante le numerose partenze a vuoto e le dichiarazioni di principio: e i vantaggi economici sono stati raccolti da altri (in buona parte cinesi e tedeschi). Sarebbe però ingeneroso attribuire la responsabilità di questo - parziale - fallimento interamente al Governo, o meglio ai Governi che si sono succeduti. È mancata anche una visione strategica sufficientemente sostenuta da parte della nostra industria. Nel caso specifico del fotovoltaico, Eni aveva portato avanti una visione di lungo termine negli Anni ‘80 e ‘90, che aveva fatto di Eurosolare uno dei protagonisti principali a livello mondiale, salvo abbandonare questa strategia negli anni 2000, quando la situazione era finalmente matura.
È quindi comprensibile che si cerchino nuove strade per incentivare la ricerca, che colleghino l’erogazione di contributi alla effettiva utilizzazione dei risultati nell’ambito dell’industria nazionale: schema proposto in un recente dibattito sulla ricerca energetica da Tullio Fanelli dell’ENEA (e già sottosegretario all’Ambiente nel Governo Monti), che richiede però una elaborazione non semplice per rientrare nelle regole comunitarie.


Si può trarre qualche suggerimento dall’esperienza, complessivamente positiva, della gestione del fondo per la Ricerca di Sistema elettrico finanziato dal prelievo sulla bolletta elettrica (a proposito, a quando l’istituzione di qualcosa di analogo anche per le bollette del gas?). O dall’esperienza complessivamente piuttosto negativa del programma “Industria 2015” del ministero dello Sviluppo economico, servito più che altro a mostrare l’incompatibilità tra le tempistiche ministeriali e quelle, ben più brevi, richieste dall’industria.

 
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