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di Federico Santi



Da una parte c’è l’OGP (The International Oil and Gas Producers Association) che prevede la creazione di un milione di nuovi posti di lavoro, la riduzione delle importazioni di gas del 60-80 per cento, l’aumento del PIL, del gettito fiscale e del benessere, la sicurezza degli approvvigionamenti di energia. Dall’altra parte c’è Greenpeace, che - insieme a Friends of the Earth Europe, Food&Water Europe, Health&Environment Alliance - prevede l’aumento delle emissioni di gas serra, l’inquinamento delle falde acquifere con prodotti chimici tossici, velenosi, cancerogeni, radioattivi, il consumo insostenibile di enormi quantità di acqua potabile, il rischio di terremoti, il danneggiamento economico e sociale delle comunità locali.


A guardare ci stanno gli USA e la Russia: i primi pionieri come sempre, abili a trasformarsi in pochi anni da importatori a esportatori di gas, grazie a una rivoluzione tecnologica, e abili altresì ad abbattere il prezzo del gas sul mercato interno ad un terzo del prezzo europeo (diciamo 10 euro/MWh contro 30 euro/MWh); la seconda pronta e desiderosa di inondare l’Europa di gas convenzionale, in cambio di un fiume di denaro per l’ammodernamento della sconfinata e malmessa nazione.
Sullo sfondo restano Oriente, Sud America ed Africa, presi da altre priorità, ma assetatissimi di energia - chi più, chi meno - e pronti a tutto (soprattutto a pagare) pur di accaparrarsi risorse e forniture per sostenere la crescita economica. Al centro di tutto c’è lo shale gas, indiscusso protagonista del sistema energetico all’alba di questo nuovo millennio. Non c’è dubbio, è una rivoluzione: poter estrarre metano da scisti e letti di carbone profondi amplia a dismisura il novero delle riserve planetarie di gas e ne muta la geografia, distribuendole in modo più uniforme tra le diverse zone del mondo.


Gli USA ancora una volta sono arrivati primi, inutile negarlo. Hanno già vinto la gara dello shale gas ed imboccato la via dell’autarchia energetica, nell’incipiente golden age of natural gas. Il prezzo del gas è talmente basso che, trascinando verso il basso anche il prezzo dell’energia elettrica, le multinazionali della produzione industriale energy intensive (acciaio, chimica, eccetera) stanno delocalizzando... negli USA! Si torna a produrre come ai vecchi tempi, grazie alle tecniche di fratturazione idraulica caparbiamente messe a punto nel corso di una vita dall’ingegnere e miliardario George Mitchell, morto il 26 luglio scorso. Di lui dice Daniel Yergin, che se ne intende:
He is responsible for what is the most important innovation in world energy so far this century. Before his breakthrough, shale gas had another name – “uneconomic” gas. It was thought that there was no way to commercially extract it. He proved that it could be done. His breakthrough in hydraulic fracturing, when combined with horizontal drilling, set off the revolution in unconventional oil and gas that we see today. But it did not come easily. It took a decade and a half of conviction, investment and dogged determination. In the face of great skepticism and refusing to accept “no” as an answer, Mitchell dramatically changed America’s energy position. As such, he also changed the world energy outlook in the 21st century and set in motion the global rebalancing of oil and gas that is now occurring.


Il gas non convenzionale come combustibile quasi-verde per sostenere la transizione verso un sistema energetico zero-carbon, questa è oggi, grazie a Mitchell, la visione degli USA. “Se l’Europa non reagisce - commenta il presidente dell’Eni Giuseppe Recchi - perderà inesorabilmente capacità di competere”.
Ecco: l’Europa, coi suoi 470 miliardi di metri cubi di gas consumati ogni anno (di cui solo un terzo prodotti in terra europea) come reagisce? “We want the law facilitating investment in shale” dice Maciej Grabowski, ministro dell’Ambiente della Polonia, nazione che stima di avere quasi 2.000 miliardi di metri cubi di riserve - e non vede l’ora di tirarle fuori.... Anche Gran Bretagna, Spagna, Francia, Germania, Romania, Bulgaria ritengono di avere significativi giacimenti di shale gas, benché coltivabili a costi più alti rispetto agli USA.
“In the current state of art, no one can tell that shale gas and oil extraction by hydraulic fracturing, the only technique known today, is exempt from heavy risks for health and environment” disse nientemeno che Francois Hollande, presidente francese, nel settembre 2012 – e ovviamente annullò i permessi di esplorazione.


L’Unione europea non ha una visione univoca sullo shale gas (sai che novità...). Gli Stati dell’Est e la Gran Bretagna premono per uno sviluppo, la Francia frena, l’Italia (che non sembra particolarmente ricca di riserve di gas non convenzionale) non si esprime più di tanto. “Temo che se gli Europei non abbracceranno la rivoluzione dello shale gas, abbracceranno i Russi”, dichiara l’ad ENI Paolo Scaroni. E, mentre investe in Polonia ed Ucraina, rincara la dose: “Non ritengo che per l’Europa dipendere dalle importazioni di gas da Gazprom, Sonatrach o altri sia positivo. È negativo, ma se non abbracciamo la rivoluzione dello shale gas la risposta è la Russia”.
Già, la Russia... Oggi oltre 100 miliardi di metri cubi di gas fluiscono ogni anno dalle copiose riserve Russe alla vecchia Europa e di questi, 15 arrivano in Italia. La Russia è di gran lunga il Paese con le maggiori riserve di gas convenzionale al mondo. “In vent’anni, la Russia sarà il nostro Texas”, chiosa ancora Scaroni. Qui sta la chiave. In Russia giacciono dormienti riserve convenzionali di gas in grado di alimentare senza alcun problema il sistema energetico europeo per i prossimi 100 anni. Senza contare che il Medio Oriente non è poi così lontano e, nel suo complesso, potrebbe valere tanto quanto la Russia in termini di esportazioni di gas convenzionale in Europa.


Orbene, tutto questo gas convenzionale teoricamente a disposizione dell’Europa si estrae a costi ben inferiori dello shale gas USA (peraltro, l’estrazione di shale gas in Europa al momento costerebbe il doppio che negli USA). Dunque, se il prezzo del gas fosse funzione del costo di produzione, in Europa potremmo avere un prezzo del gas più competitivo che negli USA. Con tutti gli sforzi di Mitchell, estrarre shale gas costa ben più che estrarre gas convenzionale, salvo casi estremi.
Purtroppo, il mercato del gas è stato finora ispirato dal mercato petrolifero, a cui è storicamente legato, con uno strapotere dei Paesi produttori nella determinazione del prezzo, del tutto slegato dal costo. Proprio l’inserimento degli USA nella lista dei Paesi esportatori potrebbe, insieme allo sviluppo del mercato mondiale del GNL, esercitare una pressione sui prezzi tale da limitare l’esercizio del market power dei produttori.


Ma c’è di più. Legato alle forniture di gas c’è lo sviluppo delle nazioni produttrici. Se l’Europa compie un salto di qualità nelle relazioni internazionali e passa da accordi commerciali ad accordi strategici con i produttori di gas, Russia in primis, non ha alcun bisogno di shale gas. La geografia la favorisce, non le serve ricorrere, come gli USA, alla geologia. Il gas in Europa può essere abbondante e competitivo senza shale gas.
Naturalmente, una rinuncia europea allo shale gas non può diventare una giustificazione per un mantenimento dell’insostenibile status quo, questo sarebbe davvero drammatico. La rinuncia europea allo shale gas, giustificata da ragioni ambientali niente affatto peregrine (chi non ci crede provi a visitare un giacimento: devastante), deve corrispondere appunto ad un urgente e radicale cambio di passo nelle relazioni con la Russia - e col Medio Oriente, magari in un secondo tempo viste le difficoltà attuali - in modo da stringere relazioni strategiche e di lungo termine sulle quali innestare nuovi accordi commerciali olisticamente vantaggiosi.


In pratica, questo significa anche dare spazio alle nuove infrastrutture, come il South Stream, il TAP (benissimo ha fatto il Parlamento italiano ad approvarlo! Non sarà risolutivo, ma è di grande importanza strategica ed è appunto la strategia quello che occorre oggi), i nuovi terminali GNL. Vanno caldeggiate, promosse, facilitate: maggiore è il numero di infrastrutture di importazione di gas, meglio è. Grande errore concepire l’idea di un dimensionamento su misura rispetto alla domanda attuale; non bisogna fare i conti col misurino, ma guardare, repetita iuvant, agli aspetti strategici. Ci sono ampi margini per abbassare drasticamente i prezzi del gas in Europa senza ricorrere allo shale gas.
Certo sono da evitare errori clamorosi - almeno sul piano mediatico e di conseguenza del dialogo - come le parole di Klaus-Dieter Borchardt, direttore mercati energetici della Commissione europea, che ha pensato bene di dichiarare illegali gli accordi bilaterali per la costruzione del South Stream conclusi tra Russia, Bulgaria, Serbia, Ungheria, Grecia, Slovenia, Croazia e Austria: “The Commission has looked into these intergovernmental agreements and came to the conclusion that none of the agreements is in compliance with EU law”.


Non c’è da illudersi: la strada da fare per una partnership strategica EU-Russia è ancora lunga e in salita. Si dirà: ci vorrebbe una politica energetica ed estera europea forte e compatta, che non c’è. Vero. Ma è ciò una giustificazione per avviare una filiera tecnologica distruttiva per l’ambiente nostrano (ho in odio l’iperbole ambientalista, ma chi può negare la differenza tra i deserti texani e le colline del Chianti?) a fronte di benefici certamente utili ma non game changing?


P.S. Non sono gli ambientalisti a dirlo, ecco le parole di Roland Festor, direttore affari europei della citata OGP: “While it may not be a game changer as in the US, shale gas development in Europe could take full advantage of the lessons learned”. Nell’esaltare le magnifiche sorti e progressive dello shale gas in EU, egli stesso ammette che non si tratterebbe comunque di una soluzione game changer. Allora? Vale la pena? O non è meglio invece, rimanendo nell’ottica della Golden Age del gas naturale come supporto alla transizione alle rinnovabili, cercare una via europea di alleanze strategiche con i produttori vicini, che porti comunque alla competitività ma nel rispetto dell’ambiente e nella cooperazione tra popoli confinanti, foriera anche di omogeneità nello sviluppo (scusa se è poco)?
Per quel che vale, al sottoscritto appare una via decisamente più etica, più facilmente percorribile (non c’è consenso popolare su una galleria ferroviaria transfrontaliera, figuriamoci su un giacimento di shale gas!) e soprattutto più europea. Gli USA sono pionieri, tecnologici, determinati, compatti, organizzati, militareschi. L’Europa è sostenibilità, cultura, dialogo, armonia, socialdemocrazia, cooperazione, distribuzione della ricchezza. Riprendendo la bella provocazione di Scaroni, a me sembra più congeniale all’Europa abbracciare la Russia, piuttosto che un not game-changing shale gas.
Give me an hug, Vladimir.
Buon Natale.

 
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