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Quest’Europa che vive in un altro mondo Stampa E-mail
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di Chicco Testa | Presidente Assoelettrica



Nemmeno una decina di anni fa si cominciava a discutere di shale gas e di shale oil. Sembrava di parlare di cose a metà tra la fantascienza e la truffa. Sembravano idee poco sensate, difficili comunque da realizzare, che non avrebbero mutato in maniera radicale lo scenario energetico del Pianeta e che avrebbero comportato costi economici ed effetti ambientali così elevati da azzerare qualsiasi convenienza.


Ecco, adesso ripassiamo quello stesso film, riprendiamo dal web i vecchi articoli di giornale e rileggiamoli avendo presente quanto Paolo Scaroni va ripetendo da parecchi mesi. Che gli USA, proprio grazie ai combustibili shale, sono in procinto di aprire una nuova stagione di crescita economica sostenuta, di investimenti, di riduzione dei costi di produzione; e che, invece, l’Europa è ferma al palo, con costi industriali crescenti, dovuti a vincoli ambientali che in nessun altro angolo del mondo sono stati imposti, ma soprattutto ad uno scenario di valuta troppo apprezzata e di innumerevoli rigidità.
Così, le immagini di dieci anni fa, degli albori della discussione su shale gas e shale oil, sembrano non soltanto sbiadite, ma paradossali, come se l’Occidente fosse stato proiettato su due diversi pianeti: il pianeta America, dove si sfruttano le occasioni e si mettono a frutto le risorse disponibili (anche economiche: non è soltanto un problema di combustibili a basso prezzo e di produzione nazionale); e il pianeta Europa, dove si discute e si ridiscute, dove le nuove risorse energetiche vengono considerate una specie di delittuoso abominio, dove anche le risorse tradizionali sono sottovalutate se non apertamente boicottate (esempio: le enormi difficoltà frapposte in Italia ad ogni iniziativa di esplorazione petrolifera o gasiera), dove il nucleare viene mandato in pensione anticipata e dove ci si carica di oneri spaventosi per incentivare il fotovoltaico che crea più costi e problemi dei benefici che offre.


Lo scenario che sta per configurarsi è dunque quello di un’Europa che si muove con esasperante lentezza, aggrovigliata da un sistema di vincoli e di veti che non ha confronto nel mondo. Un’Europa che, però, non è affatto omogenea e nel cui ambito ci sono campioni e perdenti. L’esempio dell’industria dell’auto è evidente: mentre un costruttore tedesco è cresciuto al punto di insidiare la leadership mondiale ad americani e giapponesi, un altro, a noi ben noto, si è americanizzato per due terzi della sua produzione ed un altro, situato Oltralpe, rischia di essere fagocitato dai competitor cinesi.


Nel caso dell’energia, la geografia è più complicata: non si vendono merci ma utility, ma questo rende il panorama ancora più delicato. Se nel settore elettrico non possono manifestarsi problemi di competitività (se non nella misura della capacità di connessione che lega un Paese ai suoi vicini: e infatti l’Italia continua a importare quasi 50 miliardi di kWh l’anno nonostante disponga di un parco di generazione a gas di eccellente efficienza), non si può dire certamente la stessa cosa per i combustibili.


Se continueremo a non estrarre petrolio nel Mediterraneo, se ci ostineremo a lasciare lo shale gas francese, polacco e romeno dove sta, se chiuderemo le centrali nucleari invece di costruirne di nuove, è ben difficile che l’Europa possa tenere il passo degli Stati Uniti. Il Nuovo Mondo rischia così di diventare un nuovo competitore, dopo che per decenni avevamo preso l’abitudine di regalare alla Cina prima il mercato dei beni più maturi e di minor pregio, come il tessile, poi anche quello dei beni a maggiore valore aggiunto, come l’elettronica di consumo, e, tra non molto, anche quello dei beni ad elevata tecnologia, dall’auto all’aeronautica.


All’Europa servirebbe insomma non una politica energetica, come si sente dire ogni tanto, ma una drastica cura dimagrante per levarsi di dosso dogmi, vincoli, lacci e lacciuoli di antica memoria, regole obsolete e meccanismi decisionali farraginosi. Ci si riempie la bocca di mercato, ma poi, proprio di fronte alle sfide dei mercati globali, battiamo in ritirata e ci rifugiamo nella torre del Vecchio Continente, una torre sempre meno dorata e sempre più fragile.

 
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