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Potočnik: “Green economy, una concreta opportunità” Stampa E-mail
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IL COMMISSARIO EUROPEO PER L'AMBIENTE


di Dario Cozzi




La green economy è solo uno slogan o può essere qualcosa di concreto e davvero rivoluzionario? Oggi che sul tema si sprecano i commenti e le promesse e che pressoché tutti gli attori del contesto economico dipingono di verde la propria strategia aziendale, la tentazione di propendere per la prima delle due ipotesi pare prevalere...


Janez Potočnik, commissario europeo per l’Ambiente, non sembra comunque nutrire dubbi sulla solidità e sulla credibilità del cambiamento in atto. “Già oggi in Europa 19 milioni di posti di lavoro, ovvero il 5 per cento del totale, hanno a che fare direttamente o indirettamente con la tutela dell’ambiente. Dunque la green economy rappresenta effettivamente una concreta opportunità. Anzi, qualcosa in più: è il sentiero da percorrere verso una genuina ripresa. E questo vale non solo in Europa, ma su scala globale”.


“Non si tratta di elaborare una particolare strategia - prosegue Potočnik - ma semplicemente di usare il buon senso. Se guardiamo al trend planetario di aumento della popolazione o di uso sempre più massivo delle risorse, non possiamo certo considerare questa tendenza sostenibile. Occorre un diffuso cambiamento dei modelli di vita attuali: dall’energia ai trasporti, dall’agricoltura all’edilizia, con una crescente attenzione per la lotta ai cambiamenti climatici, la tutela delle biodiversità, il contrasto alle attività economiche che tendono a incentivare comportamenti ostili all’ambiente. La green economy è la migliore risposta a questa esigenza di cambiamento”
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Realtà presente o auspicio futuro?

**Sono convinto che alcuni cambiamenti importanti stiano già accadendo. A partire dal 2000 quelle che consideriamo eco-industrie hanno creato oltre un milione di nuovi posti di lavoro in Europa e oggi impiegano più di tre milioni di occupati. Piccoli passi, ma consistenti; ed è solo l’inizio. Il mercato globale delle clean technology è previsto raddoppiare entro il 2020.


E in questo contesto l’Europa gioca da leader o da follower?
**Ad oggi l’Europa può ancora vantare la leadership mondiale in settori quali l’ef- ficienza energetica o la gestione del ciclo dell’acqua e dei rifiuti. L’Europa detiene un terzo del mercato globale delle clean technology e solo confermando questo share (in un contesto in rapida e diffusa espansione) potremo, appunto, continuare a sviluppare posti di lavoro, opportunità economiche, tecnologie.

             
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“Awareness about green economy? Is very high”. That’s the idea of Janez Potočnik, the European Commissioner for the Environment. “Millions of jobs - he said - depend directly or indirectly on a good quality environment. Overall, some 19 million jobs in Europe are related to the environment which represents some 5 per cent of the total working population. So the green economy is more than just an opportunity, it is the path to a genuine recovery. This is just common sense”.
“When Europeans are asked to consider how important the environment is to them on a personal, level - he declared to Nuova Energia - the response is overwhelmingly positive. But they don’t always know how to translate that concern into tangible action. That’s where the hard work needs to be done: making it easier for people to understand how they can help protect the environment they already value”.
Europe is often taken as a virtuous example insofar as it has adopted some brave environmental policies in recent years. Yet, sometimes these were taken as a good excuse to move production to regions of the world that are less strict in that respect. So how can we prevent our virtuous actions from backfiring against ourselves?
“There are a lot of misconceptions about this. The latest study on carbon leakage for instance - is the answer of Potočnik - shows no evidence whatsoever of any company relocating outside the EU because of a price on carbon.
The studies we do tend to show several things. First of all, that environmental policy accounts for a relatively low percentage of costs in most sectors - typically less than 2 per cent of production value, much less than people imagine - and secondly that this changes relatively little when you compare the cost of compliance in other places like Australia and the United States”.
And about the most crucial environmental issue? “The need to use resources more efficiently. Our planet’s population will rise to more than 9 billion by the middle of the century. Nine billion people will put immense strain on resources like fresh water, oceans, land, raw materials, energy, biodiversity and ecosystems. For two centuries we have relied on cheap and abundant resources, and the result was fantastic growth, bringing unimagined health and prosperity. But that model - where the richest 20 per cent use 60 times more than the poorest 20 per cent - is out of date”.
“A resource-intensive growth model can’t be extended to the global population. It’s just physics. Industrialised nations must change their production and consumption habits. Developing countries have to go down a different path. There has to be a way to higher living standards that doesn’t involve massive resource use. It’s an opportunity Europe has to seize”.

Read the full text of the interview

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A suo avviso, quanto è sentita dagli Europei la questione ambientale?
** Quando si chiede agli Europei di assegnare un livello di importanza alle questioni ambientali, le risposte sono sempre positive, addirittura contraddistinte da una maggioranza schiacciante. Le nostre rilevazioni segnalano che il 95 per cento dei cittadini si dichiara convinto che la tutela dell’ambiente generi ricadute positive dirette sul vivere quotidiano; nel 58 per cento dei casi la tutela dell’ambiente è definita “molto importante”.
È pur vero che poi un gran numero di persone non sa come tradurre praticamente in azioni tangibili questi buoni propositi. È su questo aspetto che ci attende un duro lavoro: convincere i cittadini che possono fare qualcosa per l’ambiente, oltre a ritenerlo “genericamente” un valore o un bene prezioso.


Da questo punto di vista, il lungo periodo di crisi che ha colpito anche l’Europa ha avuto ripercussioni negative?
**Proprio nelle fasi di crisi aumenta la consapevolezza che occorre cercare una via di uscita. Non una strada qualsiasi, ma un cammino che sia davvero sostenibile. E la promozione di politiche più verdi può aiutare a concretizzare questo auspicio. La strategia europea 2020, partendo da questa considerazione, è stata molto attenta a sottolinearlo: quello di cui abbiamo bisogno è una crescita sostenibile, inclusiva, smart. Non solo. I momenti più difficili sono anche quelli in cui la gente comincia davvero a rendersi conto che questioni come il recupero o l’uso efficiente delle risorse non sono solo dei concetti ambientali un po’ astratti, ma hanno una solida motivazione economica, di business!
Nel 2014 si svolgerà a Bruxelles una importante conferenza sul tema della green economy, con l’obiettivo di superare la concezione ormai datata di produzione/ consumo/scarto verso l’idea di una economia più circolare. Sono convinto che il mondo delle imprese sarà molto attento nei confronti di questa nuova opportunità, a maggior ragione dopo aver attraversato un lungo periodi di crisi.


L’Europa è spesso citata come esempio virtuoso per alcune coraggiose politiche ambientali che ha adottato in questi anni (ad esempio, sul controllo dei cambiamenti climatici). Ma a volte queste sono state prese come pretesto per delocalizzare le produzioni in aree del Pianeta “meno severe”. Come fare perché la virtù non si trasformi in un boomerang?
**Su questo tema continuano ad esserci troppi malintesi. L’ultimo studio che abbiamo effettuato in merito al carbon leakage - studio che si è concentrato su settori energivori come i metalli, l’acciaio, i materiali non ferrosi, le raffinerie, i cementifici, la carta - per esempio ha mostrato che non esistono evidenze di un collegamento tra la delocalizzazione di imprese europee al di fuori della UE e il prezzo del contenimento delle emissioni di anidride carbonica.
Altri studi che abbiamo condotto evidenziano che l’implementazione delle politiche ambientali nella maggior parte dei settori economici ha un’incidenza minima, tipicamente al di sotto del 2 per cento del valore della produzione. Dunque, molto al di sotto di quanto può stimare l’opinione comune. Quindi, non si tratta di essere virtuosi, ma semplicemente pragmatici.


In altre parole occorre...
**Guardare ai costi complessivi per la società. L’inquinamento atmosferico rappresenta un classico banco di prova. Un motore più pulito può costare un po’ di più al singolo consumatore nel momento in cui lo acquista. Ma un motore sporco genera sicuramente costi molto più elevati alla società nel suo complesso, considerando i danni alla salute umana, all’ecosistema, al patrimonio artistico, alle coltivazioni... Quindi, ragionando sul lungo periodo e in senso lato, più un motore è pulito più è economico!


Tornando nello specifico della riduzione delle emissioni di anidride carbonica?
**Sento spesso argomentare che l’Europa dovrebbe attendere un accordo davvero globale prima di pensare a target più ambiziosi. Sarebbe davvero un grande errore. Vorrebbe dire vanificare gli sforzi e ostacolare il processo di crescita che numerosi settori industriali europei hanno fatto proprio per diventare un punto di riferimento nel contrasto ai cambiamenti climatici. Non dimentichiamoci che il mercato, per poter crescere, necessita di un quadro legislativo e normativo stabile, con prospettive di lungo periodo.


In tema di energia si parla molto del Pacchetto 20-20-20, ovvero di target ben precisi e ripartiti per singolo Stato, che l’Europa si è data con obiettivo 2020. D’accordo, quei “20” coinvolgono direttamente anche gli aspetti ambientali... ma perché non è stato fatto qualcosa di analogo anche nello specifico dell’area ambientale?
**In realtà è stato fatto. Nei 30 anni appena trascorsi l’Europa ha adottato una serie di misure ambientali con l’obiettivo primario di migliorare la qualità della vita dei propri cittadini, stabilendo precisi target che ciascuno dei singoli Stati ha poi dovuto adottare. Solo che alcuni di questi target sono stati meno media friendly rispetto al 20-20-20 di cui hanno parlato un po’ tutti.
Per esempio, proprio a fine novembre è stato convertito in legge il Seventh Environment Action Programme che guiderà la politica ambientale comunitaria da qui al 2020. La cosa interessante è sottolineare che il testo finale approvato è ancora più ambizioso rispetto alla proposta originaria. Tutti i target sono stati confermati e ne sono stati anche aggiunti di ulteriori, passando dall’uso efficiente delle risorse alla protezione delle biodiversità, dalla produzione sostenibile alla chimica. E lo ripeto, non stiamo parlando di una semplice intenzione ma di un piano che è stato effettivamente adottato.


Le voglio proporre alcuni temi chiave in ottica ambientale. Per ciascuno di questi mi può dare un breve resoconto dei più recenti e significativi provvedimenti adottati in ambito europeo o di prossima possibile adozione? Partiamo dalla gestione dei rifiuti...
**La legislazione europea, in questo settore, ruota attorno alla Waste Framework Directive e al concetto di “gerarchia” nella gestione dei rifiuti, con la preferenza accordata alle politiche di riduzione della produzione all’origine, del riutilizzo, del riciclaggio, rispetto alla discarica e alla termovalorizzazione. Il livello di implementazione varia ancora molto da Paese a Paese, ed effettivamente ci sono ancora Stati membri che fanno un ricorso prevalente o eccessivo alla discarica. Per dare ancora più impulso al progresso in quest’area, stiamo rivedendo i target di recupero e riciclaggio dei materiali, contenuti nella già citata Waste Framework Directive e stiamo valutando ulteriori interventi legislativi su specifici settori (fanghi, PCB/PCT, imballaggi, recupero dei veicoli a fine vita e delle batterie). Siamo consapevoli del fatto che anche il problema della plastica meriti un ulteriore approfondimento.
È ancora troppo presto per dare delle anticipazioni, dato che i risultati del lavoro che stiamo conducendo si vedranno solo in estate. L’obiettivo generale è quello di arrivare a una economia che sia, come già accennato in precedenza, sempre più circolare; avendo sempre presente le grandi differenze che esistono tra Stato e Stato. Ancora oggi ci sono nazioni che hanno praticamente raggiunto l’obiettivo zero discarica, che convivono all’interno dell’Europa con altre dove la landfill rappresenta la destinazione finale del 70-90 per cento dei rifiuti prodotti.


E per quanto riguarda la risorsa idrica?
**Il 2012 è stato un anno molto significativo per l’acqua in Europa, grazie alla pubblicazione del Water blueprint, una nuova strategia per rinforzare la gestione della risorsa idrica. Anche in Europa, infatti, l’accesso all’acqua non può essere dato per scontato. La pressione che c’è su questa risorsa è maggiore di quanto ci si possa aspettare e molte regioni dell’Europa hanno, purtroppo, familiarità con problemi di scarsità, alluvioni, inquinamento, danni all’ecosistema acquatico.
Abbiamo fatto grandi passi in avanti, a partire dalla prima direttiva risalente a trenta anni or sono, ma giunti alla fine del 2013 siamo consapevoli di trovarci ancora a metà strada e che sono necessari grandi sforzi per arrivare agli obiettivi che si è posta la Water Framework Directive.


Per scendere ancora più nel concreto?

**Le maggiori attenzioni sono rivolte a settori come la gestione dei nitrati, la riduzione degli inquinamenti industriali, il ripristino delle zone umide o alluvionate, l’estensione del principio “chi inquina paga”. Ma l’obiettivo forse più sfidante è quello di integrare al meglio le politiche sull’acqua con quelle che riguardano altri settori a questa direttamente collegati. Ad esempio: l’agricoltura, la pesca, le energie rinnovabili, i fondi strutturali...
Stiamo anche pensando all’adozione, per ciascuno Stato membro, di precisi target in termini di water efficiency e alla definizione di standard comuni per il riutilizzo delle acque; al momento, tuttavia, non è ancora stato raggiunto un accordo.


Terzo aspetto, quello dell’occupazione del suolo. Su questo Bruxelles pare essere molto sensibile. Ma non sembrano mancare i problemi. Si parla, ad esempio, della necessità di incrementare l’offerta di infrastrutture, ma senza incidere ulteriormente sul territorio. Due esigenze non facili da conciliare...
**Effettivamente, la diffusione delle aree impermeabilizzate, come risultato dell’urbanizzazione e del cambiamento di destinazione d’uso dei suoli, rappresenta oggi una delle maggior sfide ambientali. Dobbiamo iniziare subito a utilizzare in maniera più saggia le super- fici che abbiamo a nostra disposizione; dobbiamo trovare un migliore equilibrio tra la necessità di garantire un continuo sviluppo della nostra economia ed evitare ulteriori danni inutili. Nonostante i nostri sforzi - e assicuro che ne sono stati fatti molti - ancora oggi l’Europa non ha una legislazione vincolante in questo settore.
Abbiamo solo delle linee guida che suggeriscono cosa si può fare per limitare, mitigare, compensare - questi sono i tre grandi principi cui fare riferimento - il problema. Abbiamo realizzato queste linee guida raccogliendo molte preziose esperienze a livello di singolo Stato e fornendo esempi di scelte politiche, legislazioni, schemi di finanziamento, programmi in ambito locale, campagne di sensibilizzazione sul territorio, best practice.


Prossimi step?
**È presto per dirlo. Non abbiamo ancora definito una “bozza” di nuova legislazione europea. Siamo tuttora in una fase di riflessione; consapevoli che sia necessario un nuovo approccio, stiamo valutando varie opzioni diverse. Vale quindi la pena di tenere d’occhio questo comparto...


La cronaca anche di queste settimane ha portato all’attenzione planetaria la grave situazione dell’inquinamento in Cina, soprattutto in ambito urbano. Un problema ormai del tutto superato in Europa?
**Negli ultimi decenni la qualità dell’aria in Europa è sensibilmente migliorata, ma certo resta ancora parecchio da fare. Le nostre ricerche, infatti, confermano che l’inquinamento è ancora oggi la principale causa di morte prematura all’interno della UE e ha ancora importanti impatti negativi sulla qualità dell’ambiente. È per questo che abbiamo deciso di lanciare, proprio sul finire del 2013, una nuova strategia per poter aiutare al meglio i singoli Stati a raggiungere i target che ci siamo prefissi (molti dei membri della UE non li hanno effettivamente raggiunti) e fissando ulteriori traguardi per il 2030.


E tornando al di là della Grande Muraglia?
**Dai colloqui avuti con le autorità cinesi ho compreso che il Governo locale ha deciso di porre maggiore attenzione al problema del miglioramento della qualità dell’aria, specialmente nelle grandi città. Una delle lezioni più importanti che abbiamo imparato in Europa è la seguente: l’inquinamento dell’aria e lo sviluppo non devono procedere assieme per forza di cose. È anzi possibile separare la crescita economica dalla crescita delle emissioni inquinanti. Questa consapevolezza deve rappresentare un punto fermo per tutti quei Paesi che sono ancora in una fase di forte crescita.
Non a caso le recenti misure adottate dalle autorità cinesi per contenere le emissioni dei mezzi di trasporto sono molto simili a quelle che abbiamo a suo tempo adottato anche noi in Europa; e in quest’area esiste una consolidata collaborazione che dura orami da molti anni, tra la UE e la Cina.
Un’altra significativa fonte di inquinamento è rappresentata dalle emissioni degli impianti industriali e di generazione; e anche in questo campo stiamo collaborando ampiamente con le autorità cinesi perché queste possano adottare nuove politiche di contenimento e di controllo.


La politica di enlargement della UE ha portato all’ingresso di nazioni, soprattutto dall’Est Europa, con forti differenze - in termini di parametri qualitativi ambientali - rispetto ai membri storici. Come stanno procedendo le cose?
**Non so se sia utile, o piuttosto dannoso, ragionare in questi termini. Ad alcune nazioni, effettivamente, sono state concesse delle proroghe alle dead line stabilite, ma solo in merito a specifici aspetti ambientali. Vorrei tuttavia ribadire che per tutti gli Stati membri, nella storia della UE, è capitato di dover stabilire delle tempistiche “più realistiche” rispetto alle scadenze stabilite in origine, soprattutto quando si è trattato di affrontare interventi onerosi o massicci, come quelli riguardanti il trattamento dei rifiuti.
E poi, onestamente, non tutti gli Stati europei della prima ora possono vantare performance ambientali esaltanti (sparkling) o possono dire di aver implementato al meglio la legislazione europea, nonostante ormai sia sui loro tavoli da un paio di decenni. Penso, in particolare, ai rifiuti e all’acqua. Quindi non farei affatto un discorso “a parte” per i nuovi Stati membri.
Detto questo, chiaramente, monitoriamo costantemente i progressi e se dovessero esserci dei problemi nell’implementazione, certo non esiteremmo ad intervenire. Inoltre, la chiave di lettura potrebbe addirittura ribaltarsi.


Esempio?
**Pensiamo alla Croazia. Il contributo di questa nazione a Natura 2000 (la rete di siti di interesse comunitario per le qualità del proprio habitat naturale, ndr) è preziosissimo e riguarda circa un terzo del suo territorio. Ha uno straordinario patrimonio di aree umide, grotte, foreste e qualcosa come 8.000 specie marine nell’Adriatico. In termini di biodiversità il suo ingresso ha comportato un grande guadagno per l’Europa intera!


In conclusione, qual è a suo avviso, attualmente, la principale criticità ambientale?
**Torno ad un aspetto già evidenziato nel corso di questa intervista. Dobbiamo imparare a utilizzare in maniera più ef- ficiente le risorse. La popolazione della Terra supererà i 9 miliardi di abitanti verso la metà di questo secolo. Siccome oggi siamo in sette miliardi, significa che in poco più di 30 anni ci saranno 2 miliardi in più di persone.


E questo significa?
**Generare una pesantissima pressione sulle risorse naturali quali l’acqua potabile, gli oceani, il suolo, le materie prime, l’energia, la biodiversità, gli ecosistemi. Se dovessimo proseguire secondo gli attuali trend e modelli di consumo significherebbe dover triplicare, alla fine del 2050, gli attuali livelli di prelievo. E già oggi circa la metà di tutte queste risorse risulta essere degradata o utilizzata oltre i limiti naturali.
Per due secoli abbiamo potuto contare su risorse abbondanti e a buon mercato e il risultato è stato un tasso di crescita e sviluppo dell’economia fantastico, un miglioramento della qualità della vita e della salute, maggiore prosperità. Ma questo modello, nel quale il 20 per cento della popolazione più ricca e benestante della Terra consuma sessanta volte quello che consuma il 20 per cento più povero, è ormai out to date. Una crescita ad alto tasso di consumo delle risorse non è più proponibile; è fisiologico.


Per evitare uno scenario ai limiti del catastrofico?
**Le nazioni industrializzate, per prime, devono cambiare le loro abitudini di consumo; mentre i Paesi in via di sviluppo devono percorrere fin da subito una strada alternativa a quella che ha segnato la crescita in Occidente. Ci deve essere, e c’è, una via per garantire a tutti standard di vita più elevati senza che questo si traduca in un consumo massivo delle risorse secondo la scala dei Paesi sviluppati. È un’opportunità che l’Europa deve cogliere al volo...

 
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