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Demografia d'impresa:
comparto energia al top


A metà ottobre l’ISTAT ha pubblicato l’ultimo aggiornamento disponibile (ultimo ma non proprio freschissimo, essendo fermo al 2011!) della Demografia d’impresa. Si tratta del bilancio di natalità e mortalità delle imprese italiane per settore di attività. Lo studio - forse un po’ a sorpresa - ha registrato un boom di fiocchi rosa e azzurri (giusto per non discriminare nessuno) proprio nel settore energy.
Chiariamo subito i termini della questione. L’Istituto statistico considera come tasso di natalità “il rapporto tra il numero di imprese nate nel corso dell’anno e la popolazione di imprese attive nell’anno medesimo (in percentuale)”.
E come tasso di mortalità “il rapporto tra il numero di imprese cessate e la popolazione di imprese attive nell’anno”, sempre in percentuale.
Ebbene, la vitalità del comparto energia non ha avuto rivali. Le aziende che operano in ambito “fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata” hanno registrato uno stratosferico tasso di natalità pari al 26,1 per cento, quasi quattro volte superiore rispetto alla media nazionale (pari al 6,7 per cento). Chi si avvicina di più sono le telecomunicazioni, che si fermano comunque a quota 17,1. Da primato risulta anche il turn over netto, ovvero la differenza tra imprese esordienti e imprese cessate. Per il comparto energy, sempre nel 2011, questo è stato pari al 18,6 per cento. Basti dire che per il complesso delle attività economiche italiane il risultato è stato invece pari a meno uno. Quindi il tasso di mortalità ha superato quello di natalità. I pochi settori che hanno guadagnato (come, ad esempio, la fabbricazione di prodotti farmaceutici) sono rimasti comunque al di sotto dei due punti percentuali di turn over netto!
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Nella produzione oil&gas 2013 gli USA battono tutti

Non è una barzelletta, anche se l’attacco potrebbe far pensare a qualcosa di poco serio. Immaginate che attorno ad un pozzo ci siano
un Americano, un Russo e un Saudita. Chi di loro, a fine 2013, avrà estratto più gas naturale e petrolio? La risposta esatta… inizia con la “A”; o per essere più precisi con la “O” di Obama. La decisa spinta verso l’autoproduzione di fonti fossili, che rappresenta uno dei pilastri della nuova politica americana e che ha avuto una indubbia accelerazione negli ultimi due anni, ha dato frutti concreti.
È stata la stessa Energy Information Administration a inizio ottobre a dare il grande annuncio. “Nel 2013 gli USA diventeranno il principale produttore mondiale di gas naturale e petrolio, sopravanzando nettamente la Russia (dopo il quasi pareggio del 2011 e 2012) e
l’Arabia Saudita”. La vittoria degli USA è schiacciante, in quanto riguarda entrambe le fonti. Nel caso del petrolio gli States vincono
l’oro e relegano l’Arabia sul secondo gradino del podio (fino all’anno scorso era sempre stata solidamente al primo posto). Nel caso
del gas il distacco inflitto ai Russi è minimo, mentre il ruolo dell’Arabia
nel panorama mondiale è pressoché trascurabile.
La stessa EIA invita a prendere questi dati con una certa cautela.
Il conteggio delle produzioni di oil&gas non è sempre semplice, anche per il differente contenuto energetico dei diversi prodotti e i relativi problemi di conversione. inoltre, resta il dubbio di come considerare i biofuel. Ma, intanto, l’America si gode il primato. E continua a perforare.

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Il fotovoltaico cinese
è competitivo,
ma non dipende
dal costo del lavoro


Contrordine compagni! Se le produzioni cinesi di fotovoltaico
in questi anni sono state in grado di bagnare il naso ad Americani
ed Europei non è stato grazie
al (basso) costo del lavoro.
La competitività è stata raggiunta su altri tavoli. È quanto emerge da uno studio congiunto del NREL (Energy Department’s National Renewable Energy Laboratory)
e del MIT (Massachusetts Institute of Technology).
Le parole chiave, per altro tra di loro fortemente connesse, sono production scale e supply chain. Le economie di scala, insomma, e la capacità di creare una filiera degli approvvigionamenti sempre più efficace ed efficiente.
Lo studio sembra per altro contraddire - almeno in parte - un’altra convinzione molto radicata, soprattutto in Europa: accanto alla ridotta incidenza
della manodopera, un ruolo determinante nella conquista dei mercati spetterebbe ai sussidi concessi dal governo centrale cinese alle proprie produzioni. “Questo elemento rappresenta
un fattore secondario rispetto
ai vantaggi assicurati dai volumi produttivi”, sancisce lo studio NREL-MIT. Determinanti sono pure considerati il basso livello generale del rischio (per chi avvia un’attività imprenditoriale in Cina) e la contenuta inflazione. Ma il risultato forse più sorprendente dello studio è un altro: secondo i ricercatori americani il “modello cinese potrebbe essere riprodotto anche negli Stati Uniti, proprio perché la partita non si gioca in termini di labour cost”. E l’Europa che dice?

 
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