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Non sarà facile uscire da questi capolavori senza un po’ di fortuna Stampa E-mail
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di Chicco Testa | Presidente Assoelettrica



Nelle ultime settimane è stata da più parti sollevata un’annosa questione, quella della pianificazione energetica. Ognuno tra coloro che hanno fatto riferimento a questa specie di sacro Graal – o chimera, dipende dal punto di vista – aveva in mente uno specifico obiettivo e seguiva il proprio percorso logico. Ma ad accomunare la loro visione permaneva sempre l’idea di fondo che l’energia esige un governo puntuale, preciso, lungimirante e insieme concreto. E che questa esigenza sia stata sostanzialmente tradita, che l’energia, insomma, sia stata lasciata a se stessa, alle inquietudini di una mercato privo di regole ovvero alle peripezie mentali di imprenditori guidati dalla sola sete di guadagno e alle smanie di grandezza di imprese spesso straniere.


C’è dunque chi dice, più o meno testualmente: il comparto termoelettrico è in crisi perché sono stati fatti troppi investimenti; peggio per chi ha sbagliato; avete voluto il mercato e queste sono le sue ferree leggi, che valgono per qualsiasi impresa industriale, che produca automobili o chilowattora; serviva una attenta pianificazione, in modo che le nuove centrali potessero avere un futuro meno incerto; ma si è lasciato tutto in mano a speculatori senza scrupoli che hanno sbagliato i conti e che oggi vorrebbero rifarsi sulle bollette oppure sui produttori da fonti rinnovabili.


Altri sostengono una cosa del tutto diversa, ma che sembra alla fine condurre verso gli stessi lidi: la situazione del termoelettrico è così grave da richiedere scelte politiche volte a ridisegnare l’assetto del sistema; le imprese del comparto non mostrano di avere una strategia coordinata; serve programmazione, coordinamento e controllo.
Altri ancora si situano su una terza posizione: la questione energetica ha un’importanza straordinaria per il sistema Paese, sia sotto il profilo della disponibilità di energia, sia sotto quello del suo costo finale, che costituisce una variabile di primaria importanza negli scenari competitivi; essa deve dunque vedere un’attenta azione di pianificazione da parte del governo che deve attuare tutti gli strumenti necessari all’applicazione degli indirizzi che ha fissato in questa complessa materia.


Proviamo a tradurre in modo brutale: i primi dicono che le centrali a ciclo combinato più moderne d’Europa possono anche chiudere (tanto, loro gli incentivi li stanno già intascando); i secondi sognano il Piano con la P maiuscola che tutto prevede e che ad ognuno si provvede (peccato che sia finita malissimo); i terzi si dimenticano che il mercato c’è, che esiste da un decennio e che nel bene o nel male ha generato da se medesimo la sua attuale configurazione (e che è una scelta europea incontrovertibile).


Tutti quanti sembrano dimenticare una cosa tanto evidente quanto universalmente sottaciuta: in Italia la politica energetica, intesa come ferrea pianificazione, è stata fatta eccome e la si continua a fare. Ed è proprio questa la causa dei problemi che ci stanno rovinando addosso. Che poi, invece di chiamarla Piano Energetico Nazionale, come lo si denominava un tempo, questa politica non abbia nemmeno un nome proprio è del tutto irrilevante. Ma se si fa lo sforzo di considerare le diverse norme di legge in materia energetica intervenute anche soltanto negli ultimi dieci anni e si prova a immaginare quale sia stato il loro effetto congiunto, si vede che una politica energetica, anzi, la più stretta pianificazione energetica, di stile quasi sovietico, c’è stata e alla grande. Basta pensare alla nascita del mercato e al decreto Bersani che ha liberalizzato il settore. Quelle norme, peraltro benvenute ancorché assai complesse, si sono stratificate su quelle preesistenti (le famose leggi 9 e 10 e poi il «famigerato» CIP 6, senza il quale l’Italia sarebbe finita davvero a lume di candela) creando già un intessuto assai difficile da maneggiare.


Poi, il legislatore (chiamiamolo così per carità d’animo) ha pensato bene di fare una legge all’anno e un decreto al trimestre su: Certificati Verdi, incentivi diversi, conto Energia 1, 2, 3, 4 e 5, e poi cambiamenti e limature di fino, esenzioni su esenzioni e aggravamenti su aggravamenti. Il risultato finale è lo spettacolo che abbiamo di fronte. Che non è nato in una testa sola e nemmeno in mille, ma semplicemente è il risultato della superficialità e dell’incompetenza con la quale la politica si è occupata di questi difficili argomenti. Complimenti, un (altro) capolavoro, dal quale non sarà facile uscire senza un po’ di fortuna.

 
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