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Ferrari: “La tecnologia dell'efficienza è un perno dello sviluppo” Stampa E-mail
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IL RESPONSABILE DELLA DIVISIONE POWER SYSTEMS DI ABB

di Davide Canevari



Immaginiamo che il parco di generazione oggi installato – in Europa e in particolare in Italia – sia più che adeguato in termini di MW a soddisfare i consumi attuali. E ipotizziamo che possa esserlo anche in futuro, in presenza di un’auspicata solida ripresa dell’economia (dunque della domanda di energia) e, in parallelo, di una sempre più decisa affermazione dell’efficienza energetica. Pur non essendoci spazio per nuove centrali, in un contesto siffatto… ci sarebbero comunque grandi opportunità per centrali nuove.


A parte il gioco di parole il concetto è il seguente: il fatto che non sia necessario incrementare la potenza globale installata, aggiungendo ulteriori impianti a quelli già esistenti, non significa “condannare” il settore allo stallo.
Al contrario, sarà possibile (e in molti casi indispensabile) agire sull’esistente, aggiornare le tecnologie, sostituire componenti e sistemi ormai datati, migliorare la qualità di impianti che spesso sono in esercizio da parecchi anni, ridefinire le condizioni operative.
Nuova Energia ha chiesto a G.B. Ferrari (responsabile della divisione Power Systems di ABB) qualche riflessione in merito alle opportunità di questo scenario.




Il settore energy sembra uno dei più colpiti da questa crisi che non pare voler abbandonare il nostro Paese. A suo parere, quella descritta in precedenza potrebbe davvero essere un’opportunità?
**Effettivamente, se limitiamo lo sguardo al nostro Paese, la richiesta di nuovi impianti di potenza partendo da un green field non si configura certo come lo scenario di riferimento nel breve e medio periodo; e nella scala delle urgenze e delle priorità di sicuro non occupa i primi posti. La contrazione dei consumi è un elemento evidente, dal quale non si può prescindere.
Tuttavia, la deindustrializzazione in atto nel nostro Paese non deve trarci in inganno. Fonderie e industrie pesanti – giusto per fare un esempio – potrebbero essere sostituite da altri utenti, altrettanto energivori. È il caso dei data center, per esempio, che spesso sono consumatori da decine di MW.


Tornando agli scenari possibili?
**Considerando gli impianti di generazione tradizionali, in Italia abbiamo tre differenti tipologie. Centrali molto vecchie, centrali con dieci anni o meno, realizzate grazie al processo di liberalizzazione, e un parco che ha tra 10 e 40 anni che vale circa il 50 per cento del totale installato, ed è stato pensato e realizzato per un determinato servizio (base load) e per funzionare con combustibili che non necessariamente oggi rappresentano la soluzione ideale. Su questi impianti l’efficientamento – del macchinario, ma anche in termini di utilizzo – è effettivamente possibile e può dare risultati notevoli.


Per esempio?
**Una più rapida entrata in esercizio. Dimezzare i tempi di avviamento di una tipica centrale a gas da 250-400 MW, può permettere di guadagnare un’ora di servizio, nella quale l’impianto lavora a pieno ritmo e immette in rete l’energia prodotta. Si tratta – in questa ipotesi – di 250-400 MWh. Considerando i prezzi attuali dell’energia è immediato fare i conti e capire che non si tratta di spiccioli.


E per quanto riguarda la fascia dei molto vecchi?
**In questo caso è chiaro che gli investimenti necessari sono molto più incisivi e, in particolare in questa fase di mercato debole, è più difficile per le utility individuare elementi di convenienza.
L’obiezione più ricorrente è anche fondata: “Quando anche dovessi aumentare sensibilmente le mia produzione, poi chi me la compra?”. Anche sui più moderni si può intervenire, ma si tratta di investimenti meno significativi.


Negli ultimi anni la tecnologia ha fatto passi in avanti tali da rendere appetibile un investimento nell’aggiornamento tecnologico o nel revamping?
**Non c’è stata una rivoluzione, un cambio epocale. Ma oggi c’è sicuramente più conoscenza, più consapevolezza su come utilizzare un impianto, su come gestirlo, su come ottimizzare i processi. Potrei dire che non c’è una tecnologia completamente nuova, ma c’è sicuramente un modo nuovo di usare quella tecnologia.
C’è, poi, tutto il discorso dei materiali. Come ho già detto in precedenza, oggi molti impianti sono utilizzati in maniera diversa rispetto alle ipotesi di progetto, e questo sottopone i macchinari a stress non preventivati. Il che significa dover monitorare, misurare, verificare, sostituire. E tutto ciò chiama in causa la tecnologia.


Il settore bancario e del credito è aperto a questi discorsi? È disposto a “collaborare”? E cosa si può fare per sensibilizzarlo ulteriormente?
**In genere il colore della reazione non arriva nemmeno al giallo: è cioè improbabile trovare reazioni entusiaste. Certo non consola, ma questo atteggiamento caratterizza anche molti altri segmenti del business energetico. In ambito confindustriale siamo consapevoli della necessità di superare questo scoglio e stiamo cercando di definire nuovi business model di finanziamento.


Prima domanda provocatoria. Gli impianti di generazione alimentati a fonti rinnovabili hanno comunque una via “privilegiata” di dispacciamento dei kWh prodotti, e non sembrano avere problemi di remuneratività anche se non lavorano al cento per cento delle loro potenzialità. Può davvero valere la pena intervenire per ottenere ulteriori aumenti di efficienza?
**Il discorso, in prima istanza, è un altro. Tutti gli impianti alimentati da fonti rinnovabili – hydro, wind, e la grande novità del fotovoltaico – stanno diventando soggetti non più passivi ma attivi nella gestione della rete, in quanto partecipano alla regolazione della potenza. Impianti anche recenti, costruiti pochi anni fa e concepiti come semplici “punti di consegna”, ora potrebbero diventare elementi di controllo. Automazione e gestione del parco vanno quindi assumendo una importanza strategica: l’ottica del singolo impianto è stata superata da quella di sistema.
Detto questo, anche a livello di singolo impianto i margini di miglioramento possono essere molto più elevati di quanto si possa credere, e i tempi di ritorno degli investimenti molto contenuti.


È azzardato affermare che nell’euforia di costruire “il più possibile” e spesso con vincoli temporali molto stretti, non sempre sono state adottate le soluzioni migliori o le configurazioni di impianto più efficaci?
**Un proverbio genovese dice che presto e bene abitano sullo stesso ballatoio e non si sono mai incontrati. Credo che questo risponda alla sua domanda. Aggiungo che, inevitabilmente, chi ha scelto di installare dei pannelli “primo prezzo” non può avere a disposizione le soluzioni migliori…


Seconda domanda provocatoria. Gli impianti tradizionali, con il crollo dei consumi energetici, lavorano abbondantemente al di sotto dei livelli ottimali per cui erano stati progettati e costruiti. Le utility hanno dovuto rivedere radicalmente i business plan che solo quattro o cinque anni fa sembravano del tutto plausibili. Parlare di ulteriori investimenti può sembrare una beffa, oppure un semplice palliativo…
**È chiaro: finché la domanda resta così depressa, è difficile anche far passare il messaggio dell’efficientamento. Ma in un orizzonte temporale più ampio, ci sarà sempre bisogno di energia e il trend della domanda è destinato a riprendersi.
Occorre però parlarsi chiaro: probabilmente andranno fatte delle dismissioni, bisognerà avere il coraggio di chiudere degli impianti, guardando al medio e lungo termine con l’obiettivo di avere un parco centrali con meno riserva, ma più efficiente. In quest’ottica davvero saranno premiate le centrali più efficienti e sarà quindi profittevole investire nell’efficientamento.
Non dimentichiamoci che l’energia si trasmette, e avendo a disposizione un sistema energetico efficiente si potranno trovare nuove opportunità anche all’estero.


Torno alla domanda iniziale, ma la declino in modo diverso. Lo scenario che abbiamo delineato in questa intervista può rappresentare un’opportunità anche per il Sistema Paese, oltre che per le utility?
**Sono convinto che possa davvero esserlo per le aziende italiane. Abbiamo fornitori di tecnologia impegnati lungo l’intera filiera dell’efficientamento: meccanica, componentistica, elettronica, sistemi. E poi c’è il campo normativo e delle prove, ci sono i nuovi materiali, la formazione. Realmente si potrebbe attivare una filiera importante.
Certo, occorre avere le idee chiare, sviluppare una vision nazionale, delineare un trend di sviluppo industriale e culturale condiviso a livello di Paese. Solo così si potrà ottenere un effetto volàno e si potranno consolidare quelle competenze che poi il Sistema Paese può spendere anche all’estero come valore competitivo.


A parte il settore energy, quali altre aree a suo avviso potrebbero beneficiare di questo approccio?
**Vedo tre grandi filoni: trasporti, ICT, building. Sono tutti consumatori energetici che possono condividere questa logica di migliore e più efficiente utilizzo. Altro aspetto di grandissimo rilievo, quello del trattamento dei rifiuti, un problema che in Italia tendiamo sempre a nascondere sotto il tappeto. Anche in questo caso penso in termini di filiera, partendo quindi dalla distribuzione dei beni, il momento in cui si genera ciò che poi diventa rifiuto. Altrettanto prioritario il settore water.
Il gap maggiore dell’Italia nei confronti dell’Europa lo abbiamo proprio su queste due voci – acqua e rifiuti – ancor più di quanto non si possa riscontrare in tema di energia.


In conclusione, da un punto di vista industriale, qual è la vostra vision?
**Siamo abbastanza ottimisti in ambito domestico, e a maggior ragione allargando lo sguardo al di fuori dei nostri confini. La generazione vista nel duplice ruolo di oggetto/soggetto di regolazione apre ampi spazi per l’automazione; questo davvero è un mercato che può crescere e dare soddisfazioni. Lo stesso discorso vale, ad esempio, per il filone dei nuovi materiali. Sui temi critici cui ho fatto riferimento in precedenza – acqua e rifiuti – occorre creare (quasi da zero) una nuova e più efficiente infrastruttura. Quindi le opportunità non mancano e non mancheranno, anche se – chiaramente – in questa fase dell’economia occorre sempre fare i conti con le risorse limitate.


E come ABB?
**Anche di recente, abbiamo ampliato il portafoglio delle nostre competenze con nuove acquisizioni mentre nel campo dell’automazione continuiamo a sviluppare la piattaforma SymphonyTM Plus, il nostro sistema di automazione totale per la generazione di energia e l’industria dell’acqua. E questa, credo, sia la conferma più evidente che ci crediamo.

 
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