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Frei: “Smart city in Italia? Un Rinascimento... rivoluzionario” Stampa E-mail
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di Dario Cozzi


Parlare di Rinascimento in presenza di un’auspicata rivoluzione può sembrare una forzatura o un’indebita sovrapposizione tra due condizioni storiche (apparentemente) difficili da conciliare. In realtà nell’oggetto in questione – lo sviluppo delle smart city – sembrano poter convivere pienamente questi due momenti.


Nelle scorse settimane è stata presentata ufficialmente la ricerca Smart Cities in Italia: un’opportunità nello spirito del Rinascimento per una nuova qualità della vita. Realizzato da The European House-Ambrosetti per conto di ABB, questo studio ha fornito numerosi spunti di riflessione che Nuova Energia ha deciso di approfondire con Barbara Frei, amministratore delegato ABB - Mediterranean Region Manager.


Perché avete scelto come parola chiave Rinascimento? Il report auspica l’affermazione di un “nuovo modello urbano che assicuri elevati standard di qualità della vita per la crescita personale e sociale delle persone e delle imprese, grazie all’ottimizzazione sostenibile di risorse e spazi”. In altre parole, una vera e propria rivoluzione…
**Ci ha ispirato il Rinascimento Italiano perché è proprio in questo periodo storico che la visione delle città ideali trova la sua massima espressione: bellezza, organizzazione sociale, governo illuminato. Tutti aspetti che hanno strette correlazioni con la visione delle smart city: un progetto per il nostro Paese che porti lo stesso contributo in termini di innovazione orientata al soddisfacimento delle esigenze funzionali, estetiche e sociali dei cittadini. È vero… una rivoluzione!


Perché la città diventa punto di riferimento?
**Stiamo vivendo un’epoca di grandi trasformazioni, e i sistemi urbani sono spesso al centro dei processi di cambiamento in atto. Gli schemi attuali non sono più in grado di funzionare in maniera efficiente e non potranno certo essere replicati tout court in futuro: occorre quindi ripartire proprio dalle città, superando le logiche e gli assetti tradizionali. Sistemi urbani più intelligenti ed efficienti, più integrati ed inclusivi, in grado di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse e di proporre nuovi modelli di mobilità, di migliorare la qualità della vita, di valorizzare la componente più anziana della popolazione, non sono un’opzione. Diventano una necessità inderogabile. Le smart city - dirette discendenti della città ideale di spirito rinascimentale - sono l’occasione per rimettere la valorizzazione del territorio urbano al centro dell’agenda del Paese.


Proviamo a quantificare realisticamente i tempi del cambiamento.
**Il rapporto, in realtà, tocca e sviluppa vari aspetti smart. Smart energy (produzione di energia e integrazione delle rinnovabili, infrastruttura smart grid, efficienza energetica); smart building (intesa come efficienza delle infrastrutture – isolamento, illuminazione, riscaldamento e condizionamento alimentati da energie rinnovabili, gestione integrata degli edifici – nonché degli elettrodomestici); smart mobility (tema che tocca sia la mobilità elettrica e ibrida sia le infrastrutture necessarie alla ricarica e alla gestione intelligente del traffico); smart resource (gestione delle risorse idriche e dei rifiuti).
Gli orizzonti temporali individuati a tendere per completare questa trasformazione variano in funzione dell’attuale livello di sviluppo dei vari aspetti e degli investimenti necessari alla loro evoluzione. Abbiamo comunque identificato dei possibili target al 2030, indicando per ciascuno un obiettivo percentuale di completamento entro questo termine. In tutti questi scenari, ovviamente, la tecnologia gioca un ruolo cruciale e soprattutto rappresenta un elemento che può accelerare il raggiungimento di alcuni obiettivi anche a breve termine.


Sta pensando a qualcosa in particolare?
**Alle tecnologie a supporto dell’efficienza energetica. Entro il 2030 la “torta” del risparmio energetico sarà costituita al 34 per cento dagli edifici (dove molti studi parlano di riduzioni possibili fino al 50 per cento a costi bassi o nulli), al 24 per cento dal trasporto, al 20 per cento dall’industria, al 13 per cento dalle apparecchiature elettriche e al 10 per cento dall’illuminazione.


E i principali attori coinvolti?
**Il modello che crediamo possa sostenere questa visione non può che essere ampiamente partecipativo: gli attori sono molteplici (sia nel pubblico sia nel privato) e la loro interazione deve essere concertata e stimolata, creando sinergie che ottimizzino gli investimenti che già oggi sono messi in campo da diversi enti.


Uno degli aspetti più apprezzabili di questa analisi è la concretezza. Nel complesso sembra emergere un chiaro appello a “darsi da fare”, a “rimboccarsi le maniche”…
**Sicuramente il rapporto è di per sé un appello alla concretezza e all’azione. Le proposte toccano tutti gli attori e sono un chiaro invito a garantire continuità, visione e capacità di implementazione reale a tutti i progetti che possano portare a reali benefici per i cittadini.


Altrettanto concreto il richiamo a una visione più unitaria e coordinata del problema.
**Perché il Paese possa trarre beneficio nel suo complesso sono indispensabili massa critica e coesione. La marcata frammentazione delle iniziative smart già intraprese in Italia non è certo funzionale. Singole politiche settoriali, singoli progetti occasionali (tendenzialmente auto-organizzati), singole tecnologie applicate nell’ambito di un complesso molto eterogeneo di soluzioni genericamente etichettate come smart, non bastano per rendere davvero smart un territorio. Tecnologie, progetti, politiche, vanno posti al servizio di un’idea comune, pena il rischio evidente di affievolire le potenzialità del concetto e indebolire gli sforzi.
Una smart city, per definizione, non può essere un prodotto standardizzato: il fermento diffuso va coagulato in un “progetto Paese”. Ovvero, occorrono una “visione Paese” e una relativa “strategia Paese”.


Che ruolo giocherà l’innovazione tecnologica?
**Lo sviluppo e il successo delle città sono da sempre obbligatoriamente legati all’innovazione. Tecnologie, sistemi, infrastrutture urbane devono essere costantemente adattati alle esigenze via via emergenti; e il legame è destinato ad accrescersi in futuro. Ciò premesso, è chiaro che la città intelligente non può essere solo una sfida tecnologica; deve soprattutto essere una sfida sociale.


Affascinante… ma potrebbe costare troppo, soprattutto in questa fase ancora difficile dell’economia. Come risolvere il problema delle risorse?
**Il primo passo ispiratore che ha portato alla pubblicazione della ricerca è stato domandarsi quali opportunità per il Sistema Paese potevano nascere dallo sviluppo del concetto di smart city. Credo, quindi, che la domanda precedente dovrebbe essere formulata in maniera diversa: possiamo permetterci di non affrontare oggi stesso questa sfida? E - proprio nello spirito di un nuovo Rinascimento - quanto potrebbe costare al Sistema Italia il fatto di non scegliere, di non investire, di non progettare, di non governare il cambiamento? Nonostante tutto e tutti, il processo è comunque in atto; meglio quindi viverlo da protagonisti piuttosto che da follower.


D’accordo, ma ci sono stime di costo, numeri, valutazioni economiche da cui partire?
**Trasformare l’Italia in un Paese più smart può richiedere uno sforzo considerevole: 50 miliardi di euro l’anno (che si riducono a 6 miliardi di euro l’anno se l’intervento è rivolto solo alle 10 principali città). L’introduzione di tecnologie innovative innesca, tuttavia, un recupero di efficienza, di tempo utile, di produttività e una riduzione dei costi di transazione che si traduce in una crescita aggiuntiva per il Paese equivalente a 8-10 punti di PIL l’anno (senza contare i non quantificabili ritorni in termini di immagine e competitività internazionale, coesione sociale, creatività, innovazione, diffusione di conoscenza, vivibilità).
Insomma, per diventare più smart il nostro Paese dovrebbe investire circa 3 punti di PIL ogni anno da qui al 2030… ma questo sforzo economico sarebbe ampiamente ripagato, traducendosi in un guadagno, sempre in termini di PIL di ben 10 punti percentuali.


L’Italia potrebbe anche diventare un centro di competenze, di know-how, di tecnologie, di esperienze da esportare all’estero, con ricadute positive anche per il nostro sistema industriale?
**Questo è quello che già oggi sperimentiamo, ad esempio, nel Gruppo ABB. Le competenze tecnologiche e ingegneristiche dei nostri team più specializzati portano valore aggiunto su scala mondiale: penso alle soluzioni per l’oil&gas, all’automazione nel settore energetico, alla progettazione e produzione di prodotti per la distribuzione di bassa tensione. Eccellenze italiane che fanno il giro del mondo. Ma questa è la stessa esperienza che vediamo fare ai nostri clienti che, grazie a eccellenze riconosciute ad esempio nell’ambito dell’impiantistica, delle macchine produttive o del food, continuano ad esportare con successo in tutto il mondo il brand Italia.


Un auspicio finale?
**È fondamentale che le istituzioni si impegnino a delineare una strategia di medio e lungo periodo che crei le basi fondanti per l’evoluzione e il cambiamento. Penso all’identificazione di obiettivi, priorità, aree di intervento, metodi per il monitoraggio, ruoli e responsabilità degli attori coinvolti, direzioni tecnologiche e indicazione di standard. A valle di questa strategia è necessario definire come governare questa evoluzione, garantendo stabilità di indirizzo e di governance.


Non pensiamo, tuttavia, solo in termini di attori istituzionali…
**È vero, sarebbe un grave errore. L’evoluzione delle nostre città verso un modello smart non può prescindere da un profondo cambiamento anche dei comportamenti dei singoli, nei confronti dei quali è importante avviare una vasta attività di comunicazione che possa rendere ciascuno consapevole dei benefici e delle opportunità potenziali. Oggi, purtroppo, non c’è coinvolgimento nei progetti di innovazione in chiave smart e solo 1 italiano su 5 conosce il significato del termine smart city. Trattandosi di un tema a forte connotazione sociale, che rivoluzionerà il modo di vivere la città, non è pensabile avviare alcun processo senza che i cittadini siano adeguatamente informati, preparati, motivati.


Quali sono state le prime repliche alla presentazione di questo studio?
**Siamo stati colpiti dalle reazioni sia da parte della stampa sia da parte dei social media. Le informazioni contenute nel report sono rapidamente rimbalzate sul web, suscitando attenzione, dibattito e curiosità. Un primo passo verso la costruzione di una consapevolezza distribuita alla quale speriamo di aver contribuito.


Le prossime mosse per poter dar seguito ai primi riscontri?
**Continuare ad approfondire l’argomento, portando in Italia anche l’esperienza che si sta già sviluppando nel resto del mondo, partecipando a progetti in Olanda, Nord Europa, Stati Uniti, Germania. E naturalmente, continuare a giocare il nostro ruolo, ad esempio nel progetto Genova Smart City, nel quale siamo operativamente coinvolti sin dalle sue prime fasi. E soprattutto continuare a dialogare con questo sistema, che ha voglia di diventare sempre più smart e di incidere concretamente sulla qualità della nostra vita. Del resto, a cosa deve servire la tecnologia se non a questo?

 
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