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Quattro città per capire [e possibilmente risolvere] i problemi Stampa E-mail
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di Ugo Farinelli


La European Energy Review – una benemerita e intelligente newsletter sugli argomenti che ci interessano – ha recentemente proposto una efficace estrema sintesi dei problemi principali dei sistemi energetici con il riferimento a tre città: Kyoto, Mosca e Lisbona.
Kyoto significa evidentemente stabilità del clima globale, emissioni di gas serra, il protocollo, la sostenibilità. Mosca riassume i problemi della sicurezza degli approvvigionamenti energetici, la crescente dipendenza dell’Unione europea da quell’area geografica, ma anche la Carta Europea dell’Energia e l’apertura verso una più ampia integrazione dei sistemi energetici. Lisbona infine sta per gli aspetti economici e di mercato (e se vogliamo anche per lo sviluppo europeo basato sulla conoscenza e sull’avanzamento tecnologico).
Mi sembra che a queste tre città ne manchi una quarta, che potrebbe essere Nairobi, oppure Durban, quella insomma che riassume la priorità dell’energia destinata allo sviluppo, all’accesso di tutti alle forme moderne di energia, al decollo effettivo del Terzo Mondo. L’attenzione si concentra volta per volta su uno o sull’altro di questi quattro poli, anche se è sempre chiaro che tutti gli aspetti sono importanti e che vanno tenuti in conto contemporaneamente e compatibilizzati.

La recente 12a Conferenza Europea dell’International Association of Energy Economics (Venezia, 9-12 settembre 2012) ha permesso di fare il punto sulla situazione energetica a livello globale e dei vari Paesi, e di rendersi conto delle relative priorità assegnate ai quattro tipi di preoccupazione.
Non c’è dubbio che – almeno per quanto riguarda l’orizzonte europeo – prevale “Lisbona”. La crisi economica permette ben poca attenzione agli altri aspetti. Fino a che il PIL non ricomincerà a crescere, e la domanda di servizi energetici corrispondentemente, non ci sarà molta necessità di nuovi impianti, anzi in alcuni casi ci troviamo di fronte a problemi di sotto-utilizzo di impianti energetici (emblematico il caso delle centrali a gas a ciclo combinato che rischiano di funzionare al 30 per cento delle loro potenzialità non solo in Italia ma anche in altri Paesi). Fanno eccezione le infrastrutture energetiche (linee di trasmissione, terminali per il gas liquido, sistemi di stoccaggio) che richiedono adattamenti importanti, soprattutto in seguito alla crescente penetrazione delle fonti rinnovabili e alla mutevole geopolitica del gas.

Qualche perplessità comincia purtroppo a emergere sul potenziale anti-crisi della green economy, in particolare per quanto riguarda gli aspetti occupazionali. Quando si passa dalle considerazioni generali all’analisi di dettaglio per settore, si trova un bilancio meno favorevole, e spesso i dividendi vengono raccolti dai Paesi emergenti (Cina in testa, ma non sola).
Meno prioritaria che nel passato appare la preoccupazione per la sicurezza degli approvvigionamenti (vedi “Mosca”). La flessione della domanda energetica determinata dalla crisi economica nei Paesi industriali (e il rallentamento della crescita anche negli altri) e d’altra parte la rivoluzione portata dallo sfruttamento dei depositi non convenzionali di petrolio e di gas hanno allentato la tensione sul mercato energetico (anche se questo tarda a manifestarsi in termini di prezzi).

Lo stesso vale per “Kyoto”. [...]



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