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Sono trascorsi pochi giorni dal grande annuncio e il bosone ha perso la straordinaria accelerazione mediatica che lo avevano portato ai vertici della notorietà universale. Dopo l’exploit sembra ritornato nei tunnel sotterranei dai quali era uscito per concedersi allo stupore di una scoperta epocale. Anzi qualcosa di più, visto che la particella è abbastanza in confidenza con tematiche ultraterrene o laicamente esistenziali.
Forse, con un po’ di vergogna, il bosone c’è rimasto male quando ha saputo che gli scopritori italiani (amara coincidenza) hanno ricevuto un taglio ai fondi destinati alle loro ricerche. Una mancanza di rispetto? Nel nome della spending review ci sta di tutto. Un po’ di legge elettorale, un accenno alla concertazione, qualche sondaggio preelettorale e la megascoperta è coperta dall’oblio. Peccato.
Ma l’Italia è anche qualcos’altro. Con diverse articolazioni il Paese esprime a getto continuo forme di genialità. Da un lato, le avanguardie ginevrine che sprizzano intelligenza e passione feroce per la ricerca. Dall’altro quanto mi è capitato de visu in questi giorni. Un giovane, si può chiamare così uno che sta sui trent’anni?, forse era uno sfigato?, si aggirava per il centro di Milano depositando qualcosa. Il gesto, causa la lontananza e la stanchezza dei miei occhi, risultava indecifrabile se non preoccupante vista la frenetica dinamica.
A questo punto, la curiosità era incontenibile ed ecco la scoperta (ovviamente, non paragonabile a quella ginevrina). Nei cestini di tutte le biciclette disseminate su marciapiedi, abbracciate con l’antifurto a pali, inferriate e sporgenze varie, trovava timida presenza un foglietto. Nulla di stratosferico sotto il profilo estetico ma di stampo interessante.
Orbene, in quest’Italia all’insegna del motto “datevi da fare e inventatevi un lavoro” (per il momento non si possono clonare Steve Jobs e Mark Zuckemberg), nel grigiore di un futuro “occupato”, ecco un lampo di genio.
Il nostro, quel giovane dalle movenze un po’ meccaniche, si metteva in gioco fornendo ai possessori di biciclette il proprio servizio. Eccolo, senza aver fatto master di varia natura, marketing compreso. Lui si offre per aggiustare velocipedi a domicilio. Qualcuno, prima di lui, aveva pensato di farlo? E lì, sulla sua reclame, un elenco dovizioso di prestazioni. Manca solo che vi porti a fare un giretto pedalando lui, se non avete un tandem. Campeggia il numero del cellulare, è disponibile tutti i giorni dalle 10 alle 19 (“Anche ad agosto!”, precisa), garantito anche il pronto intervento ovunque e riparazioni effettuate entro l’ora di chiamata o in giornata. Non so se un giorno lui assurgerà a case history, magari mette in piedi una rete internazionale, c’è da augurarglielo per questa incontenibile voglia di fare che spero non appartenga alla serie cerco lavoro e sono all’ultima spiaggia.
Nonostante che nella ministampa ci sia un “aquistare” (le forature ortografiche sono ultimamente frequenti), io gli darei una laurea meritata più di tante altre riconosciute dallo Stato. Una in Economia, per come ha colto il trend dei mercati che nella fattispecie ciclistica vede a Milano un proliferare di piste ciclabili e quindi di pedalatori. Una in Filosofia morale per la sua etica del lavoro. L’ultima in Scienze della creatività. Ed è qui che si meriterebbe la lode e un bacio accademico. La sua autodefinizione a mo’ di brand aziendale la trovo geniale. Eccola: “il tappabuchi”. Nessun commento. Pensando a quelli che hanno fatto tanti buchi.
Giuliano Agnolini
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