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Si chiama Unione ma è troppo divisa Stampa E-mail
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di Elio Smedile


Anche se ormai la globalizzazione è entrata prepotentemente nella vita dei cittadini e delle istituzioni, il termine rimane tuttora un concetto generico e impreciso. A volte inteso come un processo salvifico per il futuro dell’umanità e altre come il punto di avvio di un processo, per certi versi negativo, di omologazione della società. Ma è comunque fuor di dubbio – come sostiene l’economista americano Joseph Stiglitz – che essa ha rovesciato le sue implicazioni problematiche su tutte le materie umane, dal commercio alla finanza, all’ambiente, alle tecnologie, alla comunicazione, e così via.
La globalizzazione è quindi un processo rivoluzionario che spazia in ambiti differenti, talché si può parlare di una rivoluzione culturale (l’accelerazione del flusso delle informazioni), di una rivoluzione temporale (l’eterno presente), di una rivoluzione spaziale (la deterritorializzazione). Tuttavia la globalizzazione degli anni ’90, voluta e governata dall’Occidente, ha determinato una conseguenza forse inaspettata: lo spostamento dell’assetto dell’economia dall’Occidente all’Oriente.

Si consideri, a tal proposito, che Cina e India - i Paesi trainanti - rappresentano insieme 2,5 miliardi di persone mentre Stati Uniti ed Europa insieme raggiungono appena gli 800 milioni. Più in generale risulta ormai evidente che i Paesi BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nei quali vive il 40 per cento della popolazione mondiale sono destinati ad essere protagonisti sempre più rilevanti della scena internazionale.
Se oggi essi producono il 16 per cento del PIL mondiale, nel 2030 il loro contributo alla produzione della ricchezza globale salirà al 47 per cento. Un peso economico in continuo aumento, dunque, che sarà accompagnato da una parallela crescita (ma su questo permane qualche perplessità) del peso politico. In questo mutato orizzonte emerge prepotentemente il problema dell’uso delle risorse e delle materie prime.

Tutte le economie emergenti, ma in particolare Cina e India, hanno un crescente fabbisogno di energia e materie prime. Attualmente i consumi di energia dei Paesi BRIC rappresentano il 30 per cento dei consumi globali ed è prevedibile per i prossimi anni un consistente incremento. Infatti i consumi pro-capite di energia in questi Paesi sono oggi modesti rispetto a quelli dei Paesi avanzati. Ma cosa accadrà quando si avvicineranno a quelli dell’area Occidentale?
La Cina sta consolidando la posizione di primo consumatore mondiale di energia: nel 2035 la sua domanda energetica supererà del 70 per cento circa quella degli Stati Uniti, il secondo maggior consumatore. Contemporaneamente India, Indonesia, Brasile e Medio Oriente dovrebbero sperimentare tassi di crescita della domanda di energia ancora più sostenuti di quelli della Cina. L’IEA ha stimato che gli investimenti per le infrastrutture energetiche saranno pari, nel periodo 2011-2035 a oltre 38 trilioni di dollari e che almeno un terzo di tali investimenti saranno nei Paesi non-OCSE.

L’energia è quindi un comparto economico che sta subendo sostanziali mutamenti per effetto dell’avvento del processo di globalizzazione. La globalizzazione del mercato energetico è infatti in grado di portare con sé, in presenza di una precisa volontà politica di attuare riforme orientate al mercato, significativi benefici sia per i produttori sia per i consumatori. Essa si sviluppa e si diffonde non solo attraverso il commercio internazionale ma anche tramite la deregulation dei mercati interni e le ristrutturazioni industriali che legano la vecchia industria dell’energia alla nuova politica economica globale.
Gli equilibri del Pianeta si stanno quindi rapidamente ridisegnando e in questo contesto ci si interroga su quale potrà essere il ruolo dell’Europa in generale e dell’Unione europea in particolare. Se si guarda all’assetto attuale del contesto energetico globale risulta evidente che l’Unione europea è potenzialmente in grado di svolgere un ruolo di primario rilievo.

Infatti l’UE è il più grande mercato regionale dell’energia e con i suoi 500 milioni di abitanti consuma circa un quinto dell’energia totale; ha un ampio e diversificato mix energetico; dispone di un mercato unico (purtroppo ancora da completare soprattutto per quanto riguarda proprio il comparto dell’energia) che si estende anche ad altri Paesi europei non comunitari ed ha un elevato livello di scambi commerciali di energia con una pluralità di Paesi nel mondo; è un Centro di eccellenza mondiale per lo sviluppo di nuove tecnologie energetiche; ha un primato propositivo per temi importanti quali il cambiamento climatico e la sostenibilità.
Inoltre l’Unione europea occupa ancora oggi la prima posizione per quota di mercato sia dell’export sia dell’import mondiale. Essa dovrebbe essere quindi capace di imporre il proprio peso geopolitico nel mondo. Ma ciò non avviene, per una serie di motivazioni. In primo luogo, per competere a livello mondiale è indispensabile dotarsi di una politica energetica comune che non c’è, perché raggiungere un’intesa tra 27 Paesi altamente differenziati è impresa non facile.

La sua attuazione consentirebbe tra l’altro di superare le resistenze di molti Stati membri che frappongono ostacoli al completamento del citato mercato unico dell’energia. Una rete energetica europea è fondamentale per garantire la qualità del servizio, favorire gli investimenti in infrastrutture, aumentare la concorrenza, contribuire alla sicurezza degli approvvigionamenti. La difficoltà dell’Unione a creare una politica energetica comune ne indebolisce inoltre il potere negoziale. I tentativi, peraltro apprezzabili, della Commissione e del Consiglio per definire una politica estera dell’energia a livello comunitario non hanno avuto successo per le resistenze di alcuni Stati membri.

Causa di tali ostative prese di posizione è soprattutto la persistenza di un approccio prevalentemente nazionale da parte degli Stati membri, i quali preferiscono gestire le proprie relazioni energetiche con i Paesi produttori su base bilaterale perché non ritengono perseguibile investire nelle istituzioni europee per le scelte strategiche in tema di energia. Occorre rimarcare che nel momento attuale gli obiettivi-chiave che i major actor mondiali devono perseguire sono quelli della sicurezza degli approvvigionamenti, della competitività e della sostenibilità, obiettivi di grande rilievo il cui raggiungimento richiede risorse economiche, finanziarie e umane che da soli i singoli Paesi europei non sono in grado di sopportare (specialmente nel presente stato di crisi economica).

Non resta quindi che l’Europa. Ma quella vera, non l’attuale Unione europea divisa e debole che non ha potere di iniziativa ed è in calo di autorevolezza nel contesto internazionale. Per affrontare le sfide importanti del prossimo futuro occorrono infatti strategie e strumenti di governo che mancano alle istituzioni comunitarie perché sono tipiche di un’organizzazione statuale. Possiamo girarci intorno quanto vogliamo, ma il nocciolo del problema è uno e uno solo: occorre trasformare l’Unione europea in una federazione di Stati. Il processo di integrazione politica dell’Europa è in itinere da più di sessant’anni ma ancor oggi, quando si parla di costituire uno Stato federale, riemergono gli egoismi e le miopie nazionalistiche. Ma non c’è più tempo da perdere.

Come ha scritto con grande chiarezza Antonio Puri Purini in un articolo apparso di recente sul Corriere della Sera: “L’Europa è la nostra ultima spiaggia, senza l’Europa nulla ci salverà dal baratro: diventeremo vassalli di esigenti padroni stranieri. (…) L’opzione federalista è l’unica che permette la creazione di una comunità storica di valori e di interessi”.
Ritornando all’energia, basta solo immaginare cosa significherebbe poter parlare con una voce sola nei consessi internazionali, negoziare da una posizione di forza con i grandi Paesi produttori, realizzare e gestire un Piano energetico europeo che non sia la sommatoria annacquata di tanti Piani energetici nazionali, far pesare la propria autorevolezza per trovare un punto di incontro tra le divergenti posizioni dei Paesi emergenti e del blocco occidentale in tema di cambiamenti climatici e sostenibilità. E così via...

 
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