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Protti: ‘‘Questo sistema è tutto da ridisegnare” Stampa E-mail
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di Davide Canevari



Le rinnovabili, e in particolare il fotovoltaico, sembrano riproporre in Italia lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. A seconda dei punti di vista mostrano infatti due personalità (almeno in apparenza) diametralmente opposte e inconciliabili.
Da una parte, lodate come motore di sviluppo dell’economia, isolato settore in grado di creare preziosi nuovi posti di lavoro green, efficace alternativa alla dipendenza dai combustibili fossili e valido aiuto nella riduzione della bolletta energetica che il Paese deve pagare ai fornitori stranieri di oil&gas.
Dall’altra, pesantemente criticate per il conto che presentano - in termini di incentivi, dunque di oneri in bolletta - ai consumatori, soprattutto a quelli industriali.
Un aggravio che sembra ormai divenuto eccessivo e insostenibile, con conseguenti perdite di competitività per il nostro sistema produttivo. Questo, in una fase critica dell’economia dove giustamente si guarda anche ai centesimi per poter rimanere sul mercato.
Dunque, Dr. Jekyll o Mr. Hyde? Nuova Energia lo ha chiesto a Massimo Protti, presidente del Coordinamento Consorzi Energia
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Una prima considerazione, conti alla mano. I prezzi dell’energia elettrica continuano ad aumentare. Quali sono le componenti che stanno incidendo di più sulla bolletta e quanta di questa crescita è imputabile alle rinnovabili?
**Come noto, il prezzo dell’energia è composto da tre voci principali, che ne stanno rendendo critica la sostenibilità, in particolare per i consumatori che io rappresento. È un tema di cui parliamo ormai da anni e finalmente, forse un po’ troppo tardi, se ne sono accorti anche gli altri. Sicuramente ci sono le accise, che hanno subito all’inizio dell’anno una forte impennata per alcune fasce di consumo, con aumenti fino al 142 per cento, conseguenza dell’annullamento delle addizionali provinciali a cui è seguito un adeguamento delle accise, non a somma zero per i consumatori.


Basta e avanza…
** Poi ci sono gli oneri di sistema, che si prevede continueranno a crescere fino a 45 euro/MWh entro la fine dell’anno - quindi circa del 35 per cento rispetto al valore attuale (stima sulla base dei 10,6 miliardi di euro annunciati dall’AEEG per il 2012) - trainati principalmente dall’onere A3, dedicato alla copertura degli incentivi alle fonti rinnovabili. Questa voce, stando ai decreti del Governo su fonti rinnovabili e fotovoltaico, crescerà in maniera più equilibrata, ma comunque continuerà a incidere significativamente sui costi energetici dei consumatori. Infine la componente energia, dove oltre all’effetto negativo dato dalla mancanza di regole di dispacciamento per le rinnovabili, si aggiungono altri fattori tra cui in primis i costi del gas naturale e l’overcapacity della generazione convenzionale.

Partiamo proprio dai costi...
**Il nostro Paese ha scelto di convertire la propria generazione elettrica prevalentemente a gas naturale, certamente più pulito, efficiente e meno costoso dell’olio, ma a questo ancora ingiustificatamente legato nelle formule di indicizzazione del prezzo.
Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a differenziali dei prezzi del gas in Italia rispetto agli altri Paesi europei più alti anche di 10 euro/ MWh, uno spread in valore assoluto sempre positivo e accentuato nei periodi invernali, che significa un prezzo superiore del 30 per cento: una condizione insostenibile per la generazione elettrica che, se non è riuscita a fare affidamento su contratti di approvvigionamento gas sotto mercato, è costretta a recuperare marginalità incrementando il prezzo di vendita dell’energia elettrica.


             
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The Italian energy landscape is characterized by an ongoing search for balance, often and quite obviously influenced by the geopolitical context but first and foremost by national issues.
Massimo Protti focuses his attention right on that; in his capacity as chairman of the Coordinamento Consorzi Energia (a body that gathers 12 consortia belonging to Confindustria, the Association of italian entrepreneurs), the manager provides his view on a number of issues, starting from the price of electrical energy which is skyrocketing in Italy.

“Our country” he points out “has decided to opt for conversion to energy generation from natural gas, mainly, which is undoubtedly cleaner, more efficient and less expensive than oil, with which, quite unreasonably, it still shares the formulas used for determining its price index. Recently, the delta which separates Italian prices from prices set in other european countries exceeded 10 euros per MWh, with a constantly positive absolute spread that gets exacerbated during winter, which translates into prices that are 30% higher”.

Protti also criticizes the adoption of policies based on incentives to renewables, especially for PV, as they heavily impact tariffs levels. His analysis is matched with an attempt to identify the causes of such a complex situation. “What has happened to date results from the lack of a national energy plan: we have witnessed a plethora of isolated, ad hoc provisions whose effects were ignored and which led to the need for further provisions to remedy the damage they have caused”.

So, which is the way out he envisages? “Honouring the commitment taken with the Union, we should nevertheless go back to a market strategy and to developing the supporting infrastructures needed to transport the electrical energy produced by the many recently built plants, conventional and non conventional alike, whose building was authorized based on regional-based considerations, instead of national based ones”.

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L’altro tema è l’overcapacity.
**Che ora si rischia di gestire nuovamente con una logica di procurement, con il capacity payment. E così il sistema elettrico si allontana sempre più dall’essere dominato dal mercato.


Una riduzione spot degli incentivi, tuttavia, non è detto che sia la soluzione migliore. Forse sarebbe il momento di dotare questo Paese di un piano energetico di ampio respiro, senza rincorrere di volta in volta i problemi o intervenire con soluzioni tampone. Qual è il vostro auspico, al riguardo?
**Partiamo da un dato di fatto. Il livello degli incentivi alle fonti rinnovabili è divenuto insostenibile, in particolare per effetto della feed-in premium al fotovoltaico. I decreti hanno tagliato gli aumenti portando la spesa annuale dagli attuali 9 miliardi di euro ai 12 miliardi al 2020, di fatto calmierando la crescita incontrollata che si è registrata fino ad oggi con un impatto degli oneri in bolletta comunque negativo.
Il fenomeno che ha contribuito a stravolgere il mercato, oltre alla scelta di un meccanismo feed-in premium invece che feed-in tariff, come avvenuto negli altri Stati europei, è stato il decreto “Salva Alcoa” che ha dato una forte accelerazione agli investimenti concentrando il peso degli incentivi sull’onere in un lasso di tempo più breve del previsto. Quanto è avvenuto fino ad oggi è stato frutto proprio dell’assenza di un piano energetico nazionale: abbiamo assistito a un continuo proliferare di provvedimenti spot che, incuranti degli effetti provocati, hanno portato alla necessità di ulteriori provvedimenti per rimediare ai problemi causati.


E, allora, che cosa è necessario fare?
**È arrivato il momento di affrontare il tema a 360 gradi con una logica sistemica volta a disegnare la politica energetica che il Paese vuole seguire, rispettando gli impegni comunitari, ma tornando al mercato e allo sviluppo delle infrastrutture di trasporto necessarie a supportare l’energia elettrica prodotta dai numerosi impianti, tradizionali e non, sorti in questi anni e autorizzati con logiche regionali e non nazionali. Il che avvalora, ancora una volta, la necessità del ritorno alla centralità dello Stato sul tema strategico dell’energia.


Gli incentivi, però, non riguardano solo le rinnovabili. Anche alcuni grandi consumatori di energia sembrano godere di privilegi. E poi ci sono tutte le altre voci, in bolletta: dal decommissioning alla ricerca…
**Assolutamente sì! Oggi in Italia di fatto solo le piccole e medie imprese si fanno carico di tutti gli oneri di sistema. Infatti non sono solo i grandi consumatori ad avere delle agevolazioni. Non vanno, ad esempio, dimenticati tutti i benefici ricevuti dai produttori, uno su tutti il CIP 6, per il passato, e la sempre più incombente adozione del capacity payment, per il futuro.
Nell’ultimo decennio abbiamo assistito alla realizzazione di un significativo parco di generazione termoelettrica, spinto anche dal blackout del 2003 e dallo sblocca centrali che ne derivò, senza però che nessuno si facesse carico di incrociare l’incremento di capacità produttiva che si stava realizzando con la localizzazione e soprattutto l’implementazione della capacità di trasmissione che ad essa sarebbe dovuta seguire.


Proviamo a trovare un colpevole
**Tutto ciò è frutto dell’inesistenza di una politica energetica e crea distorsioni e costi che ci allontanano sempre più dal libero mercato e che si traducono inevitabilmente in maggiori costi per il consumatore finale. Ci troviamo ancora una volta a parlare di una visione miope e di breve periodo dei legislatori che fino ad oggi si sono cimentati sul tema dell’energia, non guidata dalla valutazione degli effetti di certe agevolazioni rivolte sempre a proteggere i soggetti più forti del sistema.
Per concludere sugli oneri, forse bisognerebbe avere il coraggio di tagliare alcune voci. Come quelle relative al decommissioning delle centrali nucleari e agli strumenti di perequazione per i territori che accolgono siti nucleari. Pur pesando poco rispetto all’A3, contribuiscono comunque a gonfiare le nostre bollette.


Perché in Italia sembra essere così difficile ragionare in termini di una vera politica energetica?
**Gli interessi che si addensano intorno al settore energia sono enormi e di conseguenza potenti e numerose sono le lobby attive ad essi collegati. Basta guardare cosa sta succedendo relativamente al V Conto Energia per il fotovoltaico. In pratica, quello dell’energia è uno dei pochi settori protetti dalla concorrenza straniera in cui i profitti derivino più da meccanismi normativi che da un’effettiva logica di mercato.
Inoltre, l’attuazione di un piano energetico nazionale, anche quando fosse superato il fenomeno delle lobby, avrebbe la necessità di essere tutelata attraverso leggi nazionali ad hoc dall’effetto Nimby che - come abbiamo visto per il caso del rigassificatore di Brindisi - è molto presente nel nostro Paese e spesso più dettato da scelte di tipo emotivo che da reali criticità tecniche. Ci aspettiamo però che questo Governo, che già sta affrontando con determinazione molti dei temi bloccati da anni (come il lavoro o la TAV), possa occuparsi anche dell’energia in maniera sistemica e in una logica di lungo periodo per tutelare lo sviluppo economico del Paese.


In questo contesto resta vincolante l’obiettivo del 17 per cento del consumo energetico lordo coperto nel 2020 da fonti rinnovabili. Altrimenti, tra pochi anni, potremmo essere qui a discutere delle sanzioni europee che stanno penalizzando le nostre industrie. Come raggiungere quel traguardo?
**Il vero problema in Italia è che il tema dello sviluppo delle fonti rinnovabili è stato affrontato nel modo più devastante, e mi riferisco in particolare alle tecnologie maggiormente diffuse e che più hanno inciso sul conto dell’onere A3 e sul prezzo dell’energia: fotovoltaico ed eolico. Gli incentivi avevano lo scopo di far partire gli investimenti sviluppando in parallelo una filiera industriale italiana, invece l’eccessiva generosità degli stessi e la mancanza di meccanismi volti al supporto della ricerca in nuove tecnologie ha attratto interessi stranieri e speculatori finanziari, trasformando quella che doveva essere un’opportunità di sviluppo per il nostro Paese in una fonte di business per gli altri.


Come e perché si è potuto verificare?
**Tutti gli investimenti fatti sono realizzati prevalentemente con tecnologie estere; non è nata una filiera nazionale e molto spesso la proprietà di questi impianti è in mano a grossi fondi di investimento stranieri che hanno redditività a due cifre sulle spalle dei nostri consumatori. Il peso che ha raggiunto l’onere A3 rimane un problema gravissimo e di difficile soluzione.
Tornando alla precedente domanda, è ovvio che il Governo deve raggiungere l’obiettivo del 17 per cento ma, considerando l’attuale livello di produzione da fonti rinnovabili, punterei allo sviluppo della generazione distribuita legata principalmente all’autoconsumo. Le intenzioni esposte dal Governo a metà aprile sui principi che guideranno lo sviluppo delle fonti rinnovabili fino al raggiungimento e addirittura al superamento del 17 per cento sembrano avere buone basi per la nascita di una filiera industriale italiana, per la riduzione degli sprechi e la massimizzazione dei risultati. Ci aspettiamo che oltre al riordino degli incentivi si lavori anche all’implementazione delle infrastrutture di trasporto e alla revisione delle regole di mercato al fine di avere effettivi vantaggi sulla formazione del prezzo dell’energia.


E per quanto riguarda il mercato del gas? Anche su questo fronte le criticità sembrano essere numerose. Ce le può riassumere?
**Uno dei grandi problemi riguarda il tema delle misure del consumo di gas. Sul mercato elettrico abbiamo i contatori elettronici che permettono letture e operazioni da remoto; sul mercato del gas siamo ancora dipendenti da contatori meccanici, che prevedono l’intervento umano in lettura, con la problematica della proprietà del contatore che non sempre è del distributore.
Per quanto riguarda il mercato all’ingrosso, rimangono questioni di liquidità, per cui non è facile approvvigionarsi di quantità non marginali in modo indipendente dai grandi gruppi; rimangono problemi di trasparenza delle informazioni, per cui l’unico riferimento pubblico e ufficiale di prezzo è quello della PB-Gas, mentre gli altri mercati attivi del GME stentano addirittura a mostrare degli scambi nella maggior parte dei giorni dell’anno.
Infine l’Italia paga ancora un premio rispetto ai prezzi europei in larga parte imputabile alle difficoltà di accesso ai mercati esteri: insomma, stiamo vivendo quello che il mercato elettrico ha vissuto 5 o 6 anni fa.


Soluzioni possibili o suggerimenti al Governo?
**Tra le varie problematiche esposte, sicuramente grande attenzione andrebbe posta al tema dell’accesso ai mercati esteri, cercando di garantire non solo facilità e trasparenza, ma anche livelli di prezzo vicini a quelli di costo effettivo e non amplificati da meccanismi di allocazione solo apparentemente competitivi. Solo in tal modo si potrebbe infatti pensare di ri-allineare i prezzi della materia prima in Italia a quelli decisamente inferiori troppo spesso visti sugli hub di nazioni vicine.


E la proposta dell’Italia come hub europeo? Tramontata per sempre? Ha ancora senso parlarne quando la prospettiva richiederebbe importanti investimenti in infrastrutture e si assiste invece alla fuga più che legittima di British Gas?
**Rinunciare ad essere un hub europeo è un suicidio. Anche se nel nostro Paese ormai investire in infrastrutture è diventata una missione temeraria. Ma non perdiamo la fiducia. Come può un Paese che è un molo naturale proiettato nel Mediterraneo verso il nord Africa rinunciare ad essere un hub del gas?


E la Borsa del gas?
**La lenta partenza cui abbiamo assistito per tutti i prodotti cui non è stato obbligata la partecipazione, lascia supporre che la strada da percorrere sia ancora lunga e in buona parte sia dovuta alla cultura degli operatori, per cui si auspica che il regolatore riesca a trovare il modo per incentivare la partecipazione alla Borsa e che essa stessa possa a breve essere ampliata con una maggiore offerta di prodotti negoziabili. Rispetto a quanto disponibile oggi, dovranno infatti trovare al più presto spazio prodotti forward e future.


In questo scenario cosa hanno fatto (o non hanno fatto) le liberalizzazioni, che avrebbero dovuto tagliare proprio i costi delle bollette?
**È molto difficile rispondere a questa domanda; infatti si dovrebbe parlare solamente del costo dell’energia al netto degli oneri e da questo punto di vista è difficile capire come sarebbe stata gestita la questione in un sistema nazionalizzato. In ogni modo va fatta una distinzione tra il mercato elettrico e quello del gas.


Partiamo dal primo.
**Il mercato elettrico, per la sua natura di gestione in tempo reale, necessita di una moltitudine di regole che per forza di cose generano delle sacche di inefficienza che possono diventare per altri rendite di posizione. Di fatto, il settore è capital intensive per cui è molto difficile che possano operare una miriade di soggetti al fine di accrescere il livello di concorrenza sul mercato e quindi calmierare i prezzi. A questo si aggiunge la scelta di fondo, riconfermata un anno fa, di non procedere con lo sviluppo dell’energia nucleare, che avrebbe permesso di avere un baseload di energia a costo inferiore.


E guardando avanti?
**Per il futuro, la creazione di un mercato unico europeo dell’energia potrebbe fornire una parziale risposta ai nostri problemi, ma questo richiede importanti investimenti nelle infrastrutture di interconnessione che rendono questo scenario ancora lontano.
Nel breve periodo ci aspettiamo che vengano riconsiderate alcune regole di mercato che in primis, attraverso l’approvvigionamento della flessibilità per gli impianti rinnovabili, portino l’energia rinnovabile a contribuire positivamente alla formazione del prezzo, e in seguito si lavori a incrementare la liquidità e la trasparenza sui mercati ai quali la domanda possa avere sempre più facile accesso. Questo ultimo aspetto è tra gli obiettivi principali del Coordinamento che intende supportare tutti i consorzi d’acquisto del sistema confindustriale, al fine di renderli maturi per poter operare sul mercato.


Anche sull’umbundling c’è molto da dire…
**Una reale separazione tra la rete distributiva e gli operatori di mercato aprirebbe la porta ad altri soggetti; è evidente però che non sarebbe sufficiente l’unbundling se non venissero risolti i problemi sulle reti di trasporto con l’estero. L’incremento della capacità di trasporto e soprattutto la modifica delle regole delle aste per l’aggiudicazione di tale capacità è una misura urgente per permettere anche ai consumatori di avere accesso a tale mercato.


E sul fronte dell’efficienza energetica? Non è questo uno di quei temi di cui si parla molto… agendo però ancora poco?
**L’efficienza energetica è una di quelle tematiche prioritarie ma su cui ancora non si trova la leva giusta di promozione. È indubbio che tutti i consumatori, vessati dal costo dell’energia, dovrebbero da soli pensare di intervenire, in prima battuta riducendo gli sprechi spesso a costo zero, gestendo l’energia in maniera ottimale, e in seconda battuta investendo su tecnologie ad alta efficienza.
Ma da un lato c’è un gravissimo gap culturale che ancora non è stato colmato; dall’altro, in tempi di crisi i consumatori non hanno soldi da investire per risparmiare. Il problema è che spesso per fare efficienza bisogna spendere soldi che ritornano nel lungo periodo, non dando risultati immediatamente percepibili. Eppure oggi gli incentivi all’efficienza costano poco, e al di là di qualche problema nel meccanismo dei TEE che l’AEEG man mano negli anni sta cercando di risolvere, direi che alcuni settori - tra questi quello industriale - ancora usano poco questo strumento di incentivazione.


Come favorire, quindi, la “pratica” dell’efficienza?
**Credo che l’efficienza possa anche essere un importante volano per la crescita industriale ed economica del Paese, in quanto - a differenza del fotovoltaico - le nostre imprese sono mature per la produzione di tecnologie ad alta efficienza la cui diffusione sarebbe una grande opportunità di sviluppo. Forse si potrebbe pensare ad un approccio coercitivo, obbligando tutti i consumatori a raggiungere un certo livello di efficienza nei consumi, ma nell’attuale congiuntura economica che stiamo attraversando pensare a normative che impongono ulteriori vincoli non credo possa essere una soluzione da prendere in considerazione...


Qualche rammarico sul risultato del referendum sul nucleare?
**Il nucleare avrebbe dato all’Italia energia baseload a costi competitivi e soprattutto senza ulteriori costi ambientali ad essa connessi. Fino ad oggi i costi ambientali non hanno inciso sulle bollette in maniera pesante, grazie all’assegnazione gratuita delle quote. Dal 2013 però, con il sistema ETS entrato a pieno regime, si rischia di peggiorare ulteriormente i costi delle bollette. Il nucleare ci avrebbe protetto da questi aggravi e avrebbe aumentato il livello di sicurezza del sistema.


Ormai l’Italia ha ribadito il suo no e quindi è inutile riparlarne.
**Sì, ma una considerazione voglio farla ugualmente: con quello che stiamo spendendo per gli incentivi alle rinnovabili e che ci apprestiamo a spendere nei prossimi anni avremmo potuto realizzare un parco di generazione nucleare sufficiente a ridurre in maniera significativa i costi dell’energia in Italia.


Infine, dal vostro osservatorio, che polso avete della situazione economica dell’Italia? Come se la passano le imprese? A quando una possibile, vera ripresa?
**I consumi elettrici, che indicano in genere l’andamento dell’economia nel nostro Paese, sono in continua decrescita. Siamo quindi ancora lontani da una ripresa, nonostante la riduzione dello spread dei titoli italiani rispetto a quelli tedeschi. Il governo Monti ha ancora da lavorare e ci auguriamo che riduca la pressione fiscale sulle imprese dando loro la possibilità di continuare ad operare sul nostro territorio e di riprendere a crescere.

 
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