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Pomodori e responsabilità Stampa E-mail
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di Federico Santi



È sotto gli occhi di tutti che il nostro Premier – eminente membro del Gruppo Bilderberg – ed il suo Governo stanno raschiando il fondo del barile per tirar su gli ultimi centesimi rimasti in tasca ai cittadini e versarli in obolo al dio-Mercato, con preghiera di scongiurarci il default. A parte che il barile da cui raschiano è sempre lo stesso da decenni e non è rimasto che il legno; a parte che, come i profeti del dio-Mercato insegnano, l’equilibrio si raggiunge anche alleggerendo la spesa pubblica (ma non-sia-mai, Dio-ce-ne-scampi, sono-posti-di-lavoro! ...); a parte che anche il ragionier Fantozzi Ugo sarebbe capace di concepire le innovative misure anti-default adottate dai grandi professori (più o meno, è stato come chiamare il prof. Remo Calzona per calcolare il tetto della cuccia del cane, mentre la casa cade a pezzi; ed apporre sul cartello di cantiere il nome del prof. Calzona, ben visibile); a parte tutto, se servono quattrini un modo per recuperarne un po’ ci sarebbe: applicare il sano principio “chi fa il danno lo paghi”.

Ecco un esempio. Secondo vari studi (Extern-E, SESAMO, eccetera) le emissioni gassose di ossidi di zolfo arrecano alla collettività danni per circa 2.000 euro/tonnellata in termini di spesa sanitaria, rovina del patrimonio artistico, degrado dell’ambiente naturale, perdite nelle colture agricole, eccetera. Il settore energetico rilascia ogni anno in atmosfera circa 250.000 tonnellate di ossidi di zolfo, per cui la moltiplicazione è presto fatta: si tratta nel complesso di danni per circa 500 milioni di euro ogni anno. E quel che vale per lo zolfo, vale anche per gli ossidi di azoto, il particolato solido, gli inquinanti gassosi, liquidi e solidi di ogni natura che finiscono nell’ambiente grazie alle soglie legislative che lo consentano.

L’inquinamento a norma di legge (poi c’è quello fuori-legge, ma è tutta un’altra storia) causato dal settore energetico costa circa 1,5 miliardi di euro ogni anno, che la collettività paga in forma di carico fiscale. In altri termini, chi nel settore energetico causa l’inquinamento a norma di legge non lo paga, bensì ne scarica i costi sulla collettività (che già paga, ovviamente, il prezzo del 30 l’energumeno di Federico Santi bene/servizio prodotto dall’attività inquinante).

È chiaro che non si può ridurre a zero l’inquinamento, la tecnologia non lo permette. Però si può fare in modo che a sostenerne i costi non sia la collettività nel suo insieme, con le inevitabili iniquità di ripartizione: basta imporre il principio del “chi inquina paga”. Nel settore energetico le accise e i balzelli sulle diverse commodity hanno un'applicazione a francobollo, senza alcuna proporzionalità con il livello di inquinamento (che, d’altronde, non dipende solo dalle commodity stesse, ma anche dalle tecnologie di impiego). Ad esempio, una centrale termoelettrica a carbone paga balzelli sul carbone che acquista, mentre il consumatore paga le accise dell’elettricità prodotta da quella centrale; ma né le tasse sul carbone, né quella sull’elettricità sono in alcun modo proporzionate alla quantità di ossidi di zolfo rilasciati dalla centrale, tanto per dire.
Un kilowattora prodotto da un impianto eolico e uno da un impianto a carbone sono indifferenti rispetto alle accise di cui sono gravati. Certo, il kWh prodotto dall’impianto eolico è incentivato, mentre quello prodotto dal carbone no, il che riequilibra le proporzioni; però a tutte spese dei consumatori e non già di chi inquina.

Invece di raschiare il fondo dello stesso barile, si potrebbe proporzionare il prelievo fiscale in base – almeno in parte – all’inquinamento provocato; si potrebbe, cioè, prelevare parte dei quattrini che servono dai profitti degli inquinatori, ovviamente per la sola parte dei profitti ottenuti scaricando sulla collettività il valore delle esternalità – quindi indebitamente, ancorché nel rispetto delle norme ambientali vigenti.
Vale anche per le rinnovabili. Il ministro dell’Ambiente ha detto di recente: Nei campi si coltivino pomodori, non pannelli solari ed ha aggiunto successivamente che gli incentivi al fotovoltaico sono troppo generosi. Del resto, il Governo – con un blitz notturno di vecchia scuola – ha testé cassato qualsiasi forma di incentivo per centrali fotovoltaiche su terreni agricoli. Complimenti. Cari professori-governanti, nel mio ateneo neanche uno studentello del primo anno farebbe errori blu così grossolani. Bocciati, riprovate al prossimo appello.

Parentesi: purtroppo viene il sospetto che i governanti–professori sappiano molto bene quello che fanno; considerandone la chiara fama, viene da pensare che gli errori blu siano intenzionali; in tal caso, non deve essere concesso loro il prossimo appello. Chiusa parentesi. Come abbiamo già spiegato, il Long-Run-Marginal-Cost di un impianto fotovoltaico a terra è oggi nell’ordine dei 180- 200 euro/MWh per cui necessita di un incentivo di circa 100 euro/MWh, molto grossolanamente parlando. Ma del resto, il prezzo dell’energia elettrica nelle ore di punta, quando il fotovoltaico è in produzione, non è molto lontano da quest’ordine di grandezza; non ci sarebbe stato poi un gran danno a lasciare un’incentivazione corretta, come peraltro era già previsto dalla legislazione vigente prima della performance governativa notturna. Inoltre, sulla intrigante faccenda dei pomodori, bisogna osservare che le fonti rinnovabili – avendo bassa densità di energia al suolo, a differenza delle fonti fossili – occupano molti metri quadri per MW installato.

Ad esempio, il fotovoltaico impegna – vuoto per pieno – 2 ettari a MWp installato, l’eolico 5, le biomasse 100 (dipende dalle colture e dal tipo/rendimento di impianto). Nel complesso, il fotovoltaico oggi installato in Italia su terreni agricoli occupa circa 15.000 ettari. La superficie agricola totale italiana è di circa 17,8 milioni di ettari, per cui l’insieme di tutti gli impianti fotovoltaici realizzati in Italia fino ad oggi occupa meno dello 0,08 per cento della superficie agricola disponibile.
Ma c’è di più: solo 12,7 milioni di ettari su 17,8 sono utilizzati per l’agricoltura (SAU) per cui circa 5 milioni di ettari di terreno agricolo sono in realtà inutilizzati: ben 340 volte la superficie agricola attualmente destinata a fotovoltaico. Sarebbe a dire che per assurdo anche moltiplicando per 340 (!) le installazioni fotovoltaiche a terra finora realizzate, non si arriverebbe a coprire neanche la superficie agricola attualmente inutilizzata, altro che pomodori.

A proposito di questi ultimi, poi, l’Italia ne produce circa 67 milioni di quintali ogni anno, coltivati su circa 90.000 ettari; la superficie a pomodori è quindi 6 volte superiore a quella a fotovoltaico. L’80 per cento di questa superficie coltivata a pomodori è concentrata in quattro regioni: Lombardia, Emilia- Romagna, Toscana e Campania; dunque, nelle altre 16 regioni d’Italia il fotovoltaico non avrebbe alcuna possibile interferenza con i pomodori (ammesso che questo abbia una qualsivoglia rilevanza…). È evidente che il ministro dell’Ambiente intendeva fare una battuta, ma è malriuscita: non c’è proprio niente da ridere, anzi, non ci resta che piangere.
Ma arrivo al punto. Come le fonti fossili dovrebbero internalizzare le esternalità ambientali, così le fonti rinnovabili dovrebbero internalizzare i danni che causano al sistema elettrico. In particolare, le fonti rinnovabili intermittenti (eolico e fotovoltaico) dovrebbero evitare di gravare sul sistema con pesanti servizi di back-up e bilanciamento e con congestione delle reti di trasmissione e distribuzione. Il problema dell’aleatorietà della fonte primaria dovrebbe essere affrontato in seno al mondo delle fonti rinnovabili e non già trasferito all’esterno. Cioè, gli impianti a fonti rinnovabili intermittenti dovrebbero essere dotati di opportuni sistemi di energy storage, che li rendano programmabili esattamente come gli impianti termoelettrici.

I sistemi di energy storage esistono e devono essere applicati laddove, come in Italia, le fonti rinnovabili intermittenti superano ormai il 20 per cento del carico in periodi anche critici. Dalle batterie al pompaggio idraulico, dal CAES ai volani d’inerzia, le tecnologie sono disponibili e ad un passo dalla maturazione. È dunque giunto il momento di usarle: anziché tagliare o rimuovere di colpo gli incentivi alle fonti intermittenti, obbedendo a logiche lobbistiche e creando danni irreparabili al Paese, i decisori dovrebbero imporre l’obbligo di programmabilità alle fonti rinnovabili tutte. In tal modo, gli eventuali eccessivi profitti dovuti ad incentivi troppo alti (ammesso che ve ne siano) sarebbero necessariamente investiti in energy storage e il sistema nel suo complesso risparmierebbe quattrini. Il risparmio verrebbe in particolare dall’erosione dei profitti dagli impianti eolici e fotovoltaici incentivati, a fronte dell’internalizzazione dei costi dovuti a bilanciamento/ congestioni di rete (e, ovviamente, i CCGT dovrebbero rinunciare ai lauti introiti derivanti dalla fornitura di questi servizi: pazienza, chi ha dato ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto ha avuto…).

Ecco un esempio: un impianto eolico da 40 MW con LRMC di 130 euro/MWh, che vende energia a 100 euro/MWh e Certificati Verdi a 70 euro/MWh, ha un margine di 40 euro/ MWh (oltre 20 per cento). Nel caso si doti di un sistema di storage adeguato (mini-pompaggio idraulico, container di batterie NaS o Li-Ion, A-CAES) detto impianto avrebbe un aggravio nel LRMC di circa 30 euro/MWh, conservando un margine di 10 euro/MWh: esiguo, in verità, ma se ne può discutere. Il conteggio è quanto mai spannometrico, serve a far capire che anziché tagliare il valore dei Certificati Verdi o del Conto Energia – come avventurosamente è stato fatto – sarebbe molto meglio imporre ad eolico e fotovoltaico un obbligo di programmabilità, cioè di integrazione di sistemi di accumulo. Eventualmente, gli incentivi dovrebbero essere ricalibrati (verso l’alto, non verso il basso!) per tenere in debito conto il processo di maturazione delle tecnologie di storage.

Del resto, se Terna spende qualche centinaio di milioni di euro per comprare 130 MW di batterie da installare al Sud e se, nel far questo, suscita le ire funeste e rabbiose di tutte le utility, una ragione ci sarà... Chi deve presidiare lo sviluppo dell'energy storage, futuro prossimo dell’energia? Terna? I distributori? Le utility? I clienti del sistema elettrico attraverso le smart grid? La filiera delle energie rinnovabili non programmabili, forse? Con il semplice accorgimento di prescrivere a questi ultimi la programmabilità, lasciando ed eventualmente adeguando – repetita iuvant – gli incentivi, si eviterebbe non solo di danneggiare il settore delle rinnovabili, ma si stimolerebbe l’accelerazione delle tecnologie di energy storage, magari italiane, con un mercato potenziale stimato in 280 miliardi (sì, miliardi) di euro al 2030. A tal proposito, come si può non gridare con quanto fiato abbiamo in gola che sarebbe necessario, indispensabile, prioritario premiare la ricerca e lo sviluppo! L’Italia che è – sua fortuna o suo malgrado – in testa alle classifiche mondiali per incidenza nel sistema elettrico delle fonti rinnovabili non programmabili, non può non puntare tutto, ma proprio tutto, sullo sviluppo di un Made-in-Italy dell’energy storage, aggredendo il mercato impiantistico mondiale prima che lo facciano i soliti noti e ci rendano, per l’ennesima volta, acquirenti puri di tecnologia – nonché più poveri.

E puntare sulla ricerca e lo sviluppo significa sostenere fortemente progetti basati su principi meritocratici e industriali. È necessario riconoscere, nei meccanismi incentivanti delle fonti rinnovabili non programmabili, un premio a chi sostiene, realizza, controlla e valorizza progetti di ricerca industriale italiana nell’ambito dell'energy storage. Di questo è fatto il futuro, se c'è: di Responsabilità. Chi crea il danno, lo paghi. E pagandolo crei opportunità di sviluppo industriale ed economico. Essere responsabili significa essere abili a rispondere. Questo ci aspettiamo dai governanti-professori: abilità a dare risposte. Responsabilità.

 
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