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Drilling


Blocco dei TIR, proteste degli automobilisti in fila alle stazioni di servizio, coro di proteste per i prezzi elevati dei carburanti, liberalizzazioni degli impianti di distribuzione, attacchi alle lobby del petrolio. Eppure non c’è nulla di nuovo sotto il sole.
Come sempre, intorno al problema dei combustibili da autotrazione esiste un grande dibattito e un forte conflitto sociale, spesso nell’assenza di numeri e di informazioni di merito. Le compagnie petrolifere operanti in Italia, che secondo il sentire popolare gestirebbero un monopolio a danno dei consumatori, possono esibire prove indubitabili dei bilanci in perdita delle società di raffinazione. Il che vuol dire che a comprare petrolio greggio e raffinarlo per produrre la benzina e il gasolio (anche se carissimi per i consumatori) ci si rimette. Questa crisi dura da anni e sta obbligando molte raffinerie a chiudere, con gravi impatti sociali ed economici. In questo caso non sfiora neanche il dubbio che le compagnie vogliano delocalizzare l’attività. La crisi del settore è mondiale e le raffinerie tendono a chiudere un po’ dappertutto. Di nuove, ne costruiscono solo Cina e India, Paesi in cui le parole pianificazione ed economia reale hanno ancora diritto di cittadinanza.

E allora? Chi sono gli sfruttatori e chi sono le vittime? Sono per caso i gestori degli impianti di distribuzione? Forse comprano benzina a prezzo basso dai raffinatori (mettendoli in crisi) e poi strozzano gli automobilisti vendendo a prezzi di rapina? Sono davvero soggetti così potenti? Siamo di fronte ad un vero e proprio racket della distribuzione?

Potremmo continuare con queste domande ingenue che fanno sorridere gli addetti ai lavori, ma sono evitate, in modo esplicito, in tutti i dibattiti pubblici, perché spazzerebbero via ogni forma di demagogia e obbligherebbero a parlare di una crisi internazionale che travaglia l’industria della raffinazione europea e americana. Vorrei partire da un dato di fatto.[...]


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