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Professore, entri a gamba tesa! Stampa E-mail
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di Alessandro Clerici | Presidente Gruppo di Studio Risorse energetiche e tecnologie del WEC



In un momento caratterizzato dal grave problema (in primis per l’Italia) dei debiti sovrani che si stanno mangiando svariati punti del PIL per rifinanziare il debito, ci siamo trovati da parte del Governo del professor Monti – dopo la prima stangata – in presenza del Decreto n. 1 del 2012 recante disposizioni urgenti per la crescita, lo sviluppo delle infrastrutture e l’equità. Il Decreto è basato su analisi che evidenziano come siano ancora notevoli in Italia le attività non soggette alle regole del mercato e alcune proposte (farmacie, notai, eccetera) sono state supportate dalla promessa di eventuali ricadute positive in termini di risparmi dei cittadini, valutate nelle migliori delle ipotesi attorno al centinaio di milioni di euro l’anno. Tali cifre, per gli esperti del comparto energetico, creano un certo sconforto per la loro esiguità, soprattutto rispetto a quanto davvero si potrebbe ottenere proprio nel loro settore.

Il Decreto, ahimè, soffre del male cronico dei Decreti Italiani, che rimandano i dettagli a successive disposizioni che dovranno uscire nei mesi a venire e che, ci si augura almeno questa volta dopo anni di disattese, saranno rispettati, chiarificando il reale impatto di alcune enunciazioni. L’energia è stata presa in considerazione solo in qualche articolo, per quanto riguarda il gas, il contenimento dei costi delle forniture di elettricità, la definizione di alcuni limiti per il fotovoltaico relativamente ad impianti a terra.

Vale la pena notare che nel 2011 le importazioni di energia primaria sono state pari all’87,5 per cento dei consumi e la fattura estera del Paese Italia ha raggiunto il record di 62 miliardi di euro, pur in presenza di un leggero calo dei consumi. Questa cifra corrisponde al 4 per cento del PIL.
Ma tale valore non tiene in conto le accise, l’IVA sui prodotti energetici (37 miliardi nel 2011 per il solo petrolio), i costi di trasformazione, trasporto e distribuzione, i balzelli vari. Tutte voci che vanno a finire sulle bollette di gran parte degli utenti finali, che – effettivamente – pagano un conto energetico finale superiore al 10 per cento del PIL.

Se ci confiniamo al solo settore elettrico, il mix ineconomico della produzione italiana (tanto gas, poco carbone, no nucleare) aggiunto a tasse e balzelli addebitati in bolletta (incentivi per rinnovabili in primis, costi di bilanciamento, CIP 6, uscita dal nucleare, eccetera, con la bellezza di quasi 20 voci) ha causato un costo totale agli utenti di circa 50 miliardi di euro nel 2011. I soli incentivi per le rinnovabili (non considerando il deprecato CIP 6 e confinandoci a fotovoltaico, eolico, biomasse e alle ricadute sulle bollette dei Certificati Verdi) varranno a fine 2012 circa 9 miliardi, trascurando gli oneri indiretti che le rinnovabili aleatorie causano al sistema: riserva da fonti convenzionali, estensione di connessioni alla rete usate per 1.000–2.000 ore/anno, costi di bilanciamento (e ora si parla anche di stoccaggi). E questo non per qualche mese o qualche anno, ma per 15-20 anni!

Togliendo dai consumi finali l’energia da autoproduzione e quella superiore agli 8 GWh per cliente, per cui non vengono applicati gli incentivi, i 9 miliardi finiscono per incidere sui restanti 250 TWh. Ovvero, circa 36 euro/MWh. Ciò comporta per clienti industriali e/o commerciali con partita IVA collegati in alta tensione, un’incidenza sulla bolletta pari al 40 per cento (per i prossimi 15-20 anni), per quelli su media tensione pari al 30 per cento, per quelli in bassa pari al 25 per cento. Per i clienti domestici si avrebbe un 17 per cento (circa 100 euro/anno per consumi di una famiglia media pari a 2.700 kWh).
Tali incentivi hanno chiaramente creato occupazione, ma ahimè principalmente sugli ultimi anelli della filiera e hanno spalancato il nostro mercato prima ai mulini a vento stranieri e poi ai pannelli fotovoltaici fondamentalmente cinesi. Hanno poi creato un indotto di forniture elettromeccaniche convenzionali, ma – in definitiva – sono anche andati a danno di altri settori produttivi, con effetti non trascurabili sulla competitività del Paese e sulla sua vulnerabilità.

Vale la pena, cioè, sottolineare che una nazione presente sul mercato globale che produce parte della sua energia a costi proibitivi può sì guadagnare in termini di indipendenza energetica e sicurezza degli approvvigionamenti, a seguito di una diminuzione del proprio fabbisogno di fonti fossili; ma nel contempo può anche risultare più debole in termini di competitività.
Si è arrivati in Italia a tale situazione procedendo a ondate e separatamente per ogni particolare fonte energetica/tecnologia, creando enormi distorsioni nel mercato per decenni, e bolle più o meno speculative senza nessuna certezza per operatori, industrie e consumatori, seguendo ideologie e pressioni del momento e senza valutare costi e benefici delle varie soluzioni. I costi della CO2 evitata e delle TEP risparmiate con rinnovabili ed efficienza energetica variano per le differenti tecnologie nel rapporto di oltre 1 a 25 (1-2 ad esempio per illuminazione e motori e inverter, e 20-25 per fotovoltaico e isolamento termico di edifici esistenti). Ma nessuno sembra porsi tale problematica.

È lecito a questo punto porsi una semplice domanda: vale la pena parlare di maggiori liberalizzazioni in un Paese che (sempre nel settore elettrico) vede uno pseudo-mercato drogato da incentivi, sconti, vantaggi che cambiano con frequenza elevata, o non sarebbe forse meglio pensare prima di tutto ad una razionalizzazione del sistema? Cosa fare dunque? Non è certo facile, considerando i precedenti stabiliti da vari Decreti e la faziosità dei diversi interessi in campo; occorrerebbe il coraggio di fermarsi un momento, definire capitoli di intervento ritenuti prioritari e mettere intorno al tavolo (o, meglio, rinchiusi per un tempo stabilito in una stanza) i principali stakeholder affinché possano elaborare una proposta condivisa.

Questo vale, a mio avviso, in particolare per quanto riguarda i portatori di interesse nei settori delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, che vanno considerate insieme. E questo al fine di promuovere un mix di tecnologie che minimizzi gli oneri globali a carico del Paese, con una ricaduta industriale che ad oggi è – almeno in parte – mancata. In parallelo occorre rivedere o, meglio, impostare campagne informative che non siano ristrette o condotte dai soliti circoletti dei ben informati che parlano tra loro, ma che siano realmente rivolte ad un vasto uditorio e che sappiano sfruttare tutte le moderne tecnologie informative.
Occorrerebbe poi analizzare e discutere un plausibile cammino (il più possibile condiviso) che porti ad un mix energetico di fonti – convenzionali e non – più equilibrato rispetto ad oggi, e tale da rispettare i vincoli europei, lo sviluppo e i costi per la nostra industria, tenendo tuttavia in conto che nel settore termo-elettromeccanico abbiamo sì eccellenze, ma non di dimensioni globali; in un mercato sempre più globale non possiamo quindi illuderci di crearle a breve nel nostro contesto industriale.

Non si potrebbe, ancora, assumere un’azione italiana pro-attiva verso la CE, proponendo che gli incentivi per rinnovabili ed efficienza vadano nella fiscalità generale ma non vengano contabilizzati nel deficit di bilancio? Non si potrebbe pensare a campagne informative forti e incisive sul problema energia, anch’esse non contabilizzate nel deficit di bilancio?
Ciò tenendo in conto che una vera cultura dei problemi energetici è, ad oggi, praticamente assente nel nostro Paese, dove non ci si basa su numeri, dati, fatti, costi e benefici, ma su ideologie o illusioni e visioni futuribili che poco hanno a che fare con un approccio concreto, razionale ed organico.
Razionalizziamo anche le procedure autorizzative, che vedono tempi medi (ad esempio, per la realizzazione di una nuova linea di trasmissione) di oltre 10 anni, se trascuriamo i casi di insuccesso che porterebbero ad un valore infinito! Riaffrontiamo l’articolo 5 della Costituzione. Razionalizziamo i Certificati Verdi, Bianchi, Marroni, le feed-in tariff, le deduzioni fiscali, eccetera eccetera, che obbligano gli utenti (a quando i clienti?) a corse ad ostacoli e creano dispendiose gestioni con pseudo-mercati tipo Monopoli che non danno alcuna certezza agli investitori.

Perché non fare riesaminare il mercato ETS, che non sta influenzando la riduzione di CO2 (il valore di mercato a 7 euro/tonnellata è risibile) e spingere per delle semplici carbon tax o formule equivalenti da rivedere con tempi decenti o qualora si verifichino cambiamenti di scenari?
Forza Professor Monti, entri a gamba tesa nell’energia dove – salvo alcuni ritocchi liberalizzatori nel settore gas e forse altrove – occorre implementare celermente delle razionalizzazioni per evitare ulteriori incrementi delle bollette dei poveri utenti finali, che vorremmo vedere trasformati in clienti competitivi con il resto d’Europa e del mondo.

 
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