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Eccellenze d'Italia: il caso IIT Stampa E-mail
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di Alberto Pieri | Segretario generale FAST


Le indicazioni strategiche dei governi, i rapporti dei più accreditati centri studi sia internazionali sia italiani, gli articoli degli economisti, gli interventi dei rappresentanti delle istituzioni, le esternazioni di politici, sociologi, opinionisti lo hanno sostenuto e lo ribadiscono: scienza, ricerca, trasferimento tecnologico, innovazione sono i fattori irrinunciabili per superare la crisi del nostro Paese e dell’Europa.

Se queste sono le posizioni, non si capisce perché quando si deve ridimensionare la spesa pubblica o è necessario ridurre i costi nelle imprese, si comincia quasi sempre tagliando gli investimenti proprio per tali funzioni. E così le disponibilità per la ricerca e sviluppo dell’Italia si fermano all’1,2 per cento del Pil. Certo, siamo nella media dei 27 Stati dell’Unione europea, ma ben lontani da competitori quali Germania e Francia. Oltretutto, questo dato del 2009 in termini reali evidenzia una diminuzione dell’1,1 sull’anno precedente.

Con tale quadro di riferimento si possono avere enti e laboratori in grado di operare secondo standard internazionali di qualità? Sì, se ci si crede, lo si vuole fare, lo si realizza. E qualcuno c’è riuscito molto bene, smentendo le contestazioni iniziali. L’esempio è la breve ma già rilevante esperienza dell’Istituto italiano di tecnologia (IIT) di Genova. La legge istitutiva del novembre 2003 fa subito esplodere le polemiche. È proprio il caso di sprecare 100 milioni di euro l’anno per costruire un altro centro di ricerca? Ce ne sono già troppi; sarebbe meglio aiutare chi c’è già e cerca di sopravvivere tra scarse risorse e incertezza sul futuro… La risposta sta nei fatti successivi.

Nel 2004 e 2005 un board di esperti di fama mondiale redige lo statuto, definisce la governance e la struttura della Fondazione IIT. Il triennio 2005-2008 è dedicato allo start-up. Il bando pubblicato su Nature e Science, nel giugno 2006, permette di scegliere 6 direttori provenienti da Usa, Francia, Gran Bretagna e Italia; per la sede viene ristrutturato un edificio abbandonato di oltre 30 mila metri quadri; si progettano e allestiscono i laboratori; partono i dottorati con la collaborazione di università e centri di ricerca.

Oggi l’IIT ha un organico di circa 700 unità; altre 300 lavorano nella rete dei centri distaccati di Torino, Milano, Trento, Parma, Pisa, Napoli, Lecce. L’età media è di 34 anni; quella dei vertici è di 49. Gli addetti provengono da 37 Paesi; il 40 per cento dall’estero; il 16 per cento di questi sono italiani che ritornano. Il rapporto di lavoro è regolato da contratti a tempo determinato di 5 anni. Il 20 per cento della retribuzione è variabile, legata al conseguimento degli obiettivi. In aggiunta al finanziamento annuale del Ministero dell’economia c’è il portafoglio dei progetti europei di 46 milioni di euro. L’IIT è un istituto fortemente interdisciplinare che sviluppa ricerca di base e applicata attraverso piattaforme scientifico-tecnologiche complementari e sinergiche: robotica, neuroscienze, farmacologia, energia, salute e sicurezza dell’ambiente, materiali intelligenti, calcolo. L’intero Istituto, quindi anche i centri della rete, si sottopone periodicamente alla valutazione di esperti internazionali. È stato anche chiuso un dipartimento con 72 addetti che non ha superato tale verifica.

Nel campo energetico, oltre che per i materiali nanostrutturati per lo stoccaggio, l’interesse si concentra sulle rinnovabili, cercando di valorizzare le potenzialità che esprimono le nanotecnologie per ottenere celle fotovoltaiche di terza generazione, cioè quelle che usano sensibilizzatori organici invece del silicio policristallino e amorfo. Copiano dalla natura, dalla clorofilla delle piante; i pigmenti assorbono la luce e producono elettricità se posizionati su un film bianco fornito da nanocristalli di ossido di titanio. Il risultato: tecnologie a costi molto inferiori, biodegradabili, sottilissime, semitrasparenti, facilmente adattabili a tutte le superfici, come le pareti verticali degli edifici o i tessuti che ricoprono i robot prodotti all’IIT, che per il direttore scientifico Roberto Cingolani devono al più presto autoprodurre l’energia per il loro funzionamento.
Tali celle funzionano con la luce diffusa, quindi non hanno bisogno di essere esposte in modo diretto al sole. In funzione della quantità della radiazione solare si modifica lo stato cromatico: diventando più scure, producono più energia e impediscono l’eccessivo riscaldamento degli interni. Dunque le finestre diventano intelligenti.

È difficile dire oggi se questa innovazione permetterà di recuperare il primato mondiale che l’Enea assicurava all’Italia una ventina di anni fa. Quello che è certo oggi è che le nanotecnologie lasciano prevedere, oltre a tante altre opportunità, anche elettricità pulita in abbondanza. Solo per questo si doveva creare l’Istituto italiano di tecnologia, sempre più apprezzato a livello mondiale per attrattività dei ricercatori, personale internazionale, qualità delle pubblicazioni, progettualità scientifica, applicazioni tecnologiche.

 
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