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Registri emissioni con quote di notevole inefficienza Stampa E-mail

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di Gianguido Piani
da San Pietroburgo

L’inizio dello scambio di quote di emissione dei gas a effetto serra nel 2005 è stato accompagnato da diversi problemi. Unico tra questi ad avere avuto pubblica risonanza è stato l’elevato numero di quote di emissione che alcuni Stati hanno assegnato ai loro operatori. Alcuni Paesi hanno scelto di non perseguire politiche di riduzione delle emissioni (dobbiamo nominarli?) e si sono così trovati a comprare a caro prezzo quote da Paesi più “virtuosi”, o semplicemente più generosi nelle assegnazioni iniziali. Lo scambio delle quote avviene tramite registri di emissione, che funzionano più o meno come conti bancari. Anche qui ci sono numerosi problemi di fondo, che non sono stati finora oggetto di analisi. Considerato però che l’intero sistema di scambio delle emissioni si basa proprio sui registri, sarebbe bene considerare il loro funzionamento e i loro limiti operativi.

Numerosi argomenti portano a ritenere i registri superflui, dispendiosi, e in ogni caso poco adatti allo scopo. Tutti i Paesi europei, anche i più piccoli (Malta e Cipro esclusi), hanno un registro per i bilanci di emissione delle loro imprese. Per quasi tutte le aziende sono sufficienti due transazioni l’anno, ricevere un’assegnazione di quote all’inizio dell’anno e restituirla alla fine. La quantità di dati dei circa 10.000 impianti europei troverebbe comodamente posto in un normale lap-top, mentre si sono costruite allo scopo una ventina di piattaforme dedicate e sulla base di quattro architetture differenti. La sproporzione tra costi e benefici è eccessiva e meriterebbe certamente attenzione da parte degli organismi di controllo Ue. L’errore di fondo è stato però politico: l’eccessivo ottimismo iniziale nell’operatività del mercato delle emissioni e il volere trasferire su di esso responsabilità che richiederebbero invece la definizione di una strategia europea comune.

I registri delle emissioni non sono facili da usare, e soprattutto non ammettono errori. Le stesse normative europee prevedono che nessuna operazione, anche palesemente errata, possa venire annullata. Questo porta ad eccessivi controlli per le dichiarazioni iniziali delle utenze e per l’accesso on line alle piattaforme, mentre le stesse normative offrono poi eccessiva facilità di accesso a dati personali quali email e numeri di telefono, non dei gestori, ma quelli personali degli operatori. Tra i numerosi aspetti irrazionali dei registri si trova quello sulla pubblicità dei dati, che sarà qui esaminata più in dettaglio. L’accesso al pubblico è sancito dalla direttiva 2003/87 sull’Emission Trading e normativa di riferimento è il Regolamento (CE) N. 2216/2004. Nell’Allegato III sono indicati i dati che i gestori degli impianti che emettono gas a effetto serra sono tenuti a comunicare, in particolare i nomi dei rappresentanti autorizzati e con informazioni di contatto compreso telefono ed email, mentre non è esplicitamente richiesto il nome del gestore stesso. Il risultato di questa incongruenza è che nel registro italiano si cercheranno invano i nomi “Enel”, “Endesa” o simili. Al loro posto compaiono nomi generici, tipo “centrale termica”, oppure gli estremi anagrafici dei ragionieri con la password di accesso al registro.

A parte l’assurdità del confondere i nomi delle aziende con quelli di alcuni loro dipendenti, è lecito dubitare della correttezza giuridica della pubblicazione di riferimenti personali, in particolare per quanto riguarda gli utenti privati dei registri. Le banche non rendono pubblici gli indirizzi dei loro utenti, perché allora lo devono fare i registri delle emissioni? Le normative prevedono che i dati dei registri siano accessibili al pubblico. Formalmente, quasi tutti i registri europei adempiono alla norma. Di fatto, una qualsiasi ricerca nei registri si scontra con l’inconsistenza dell’accesso alle informazioni e le scarse possibilità di selezione dei dati. A questo si aggiunge che ogni Paese europeo ha stabilito in proprio i criteri sulle

"LE BANCHE NON RENDONO PUBBLICI GLI INDIRIZZI DEI LORO UTENTI, PERCHÉ ALLORA LO DEVONO FARE I REGISTRI DELLE EMISSIONI?"

informazioni da rendere pubbliche, senza criteri comuni. Tra le tante incongruenze, di importanza centrale è la mancanza di identificazione univoca degli impianti e dei loro gestori. La normativa europea assegna a ogni impianto un codice numerico, un identificatore di permesso emissioni, e un conto per le transazioni con le quote di emissione. Tre identificatori unici sono ridondanti, un sistema bene progettato farebbe riferimento ad uno solo di questi elementi, usandolo però sistematicamente in tutti i contesti. Al contrario, sia nei dati accessibili online sia nelle varie tabelle in stampa, dal piano di allocazione ai report dei registri, a volte si fa riferimento a uno di questi indicatori, a volte a un altro, a volte a nessuno di essi. Difficile dire se la difficoltà di accesso ai dati sia dovuta a dilettantismo o volontà precisa; il risultato oggettivo è però che ogni tentativo di analisi sui dati contenuti nei registri diventa di fatto impossibile.

Mettiamo di volere identificare, in Italia e in tutta la Ue, l’impianto con la maggiore quantità di emissioni e quello con la maggiore differenza tra quote assegnate ed emissioni verificate, quello che ha “sforato” di più. Con il semplice accesso ai vari registri europei sarebbe necessario confrontare con carta e penna i dati di circa 10.000 impianti. Inoltre quasi nessuno dei siti pubblica insieme alle emissioni verificate anche le quote allocate. Per questo occorre fare riferimento ai diversi piani nazionali di allocazione (PNA), che a loro volta non sono disponibili sui registri ma vanno ricercati a parte. Si ricade inoltre nel problema dell’inconsistenza dei codici di identificazione; ricercare tra le 50 “centrale termica” del registro italiano o tra le 77 “elektrociepłownia” di quello polacco è troppo generico. Ci sono però due metodi agevoli per aggirare il problema e costruire rapidamente tabelle Excel che permettono l’analisi sistematica dei dati. Il primo metodo si basa su software OCR di riconoscimento caratteri e della loro identificazione all’interno di uno schema strutturato, quali sono per l’appunto le tabelle pdf dei diversi registri e dei piani di allocazione. Ad esempio, con il software FORM Reader della società russa ABBYY è sufficiente indicare quali informazioni si trovano in quali punti delle varie pagine a stampa. Il software lavora su file pdf o su scan, converte il testo nei suoi caratteri base e prepara file di trasferimento in tabelle. Nelle pagine tedesche è così sufficiente segnalare che i dati accanto alla scritta “Name der Anlage” sono il nome dell’impianto, quelli vicini a “Kontokennung” rappresentano il numero di conto e così via, e in pochi secondi è pronta la tabella con 1.850 impianti. L’altra possibilità è di lavorare direttamente sulla base del registro europeo CITL (Community Independent Transaction Log). Questo sito è gestito dall’Unione europea e mantiene una copia di tutti i dati dei registri nazionali dei Paesi Ue. Il CITL è caratterizzato da un pessimo layout e offre strumenti molto limitati per la ricerca di dati; l’interfaccia utente farà certamente piacere ai nostalgici delle primissime applicazioni PC degli anni Ottanta, prima che mouse, grafica e colori diventassero la regola. Anche il trattamento delle informazioni è primitivo: dati numerici sono trattati come testi organizzati in ordine alfabetico, così che ad 1 seguono 10, 100, 1000, 1001 e lo stesso errore si ripete con le indicazioni ordinali, presentate come “Primo”, “Quarto”, “Secondo”, “Supplementare” e “Terzo”. Malgrado queste incongruenze, il CITL è l’unico sito dal quale sia possibile scaricare dati in formati compatibili Excel.

Il CITL offre tre possibilità di ricerca. “Allocation compliance” elenca gli impianti per “installation number” e “permit number” e indica il numero di quote allocate, emissioni verificate, e quote restituite. “Account List” riporta l’identificatore di conto, il gestore di impianto, e il responsabile di accesso al registro Emission Trading. Infine la pagina dedicata agli “Operator Holding Account” mostra tutti i dati relativi all’impianto selezionato con il suo numero nel registro nazionale o con il permesso di emissione. Per trasferire tabelle occorre selezionare il registro nazionale nel menu a tendina, procedere con l’opzione “Export” e quindi scegliere uno dei formati “xml” (preferibile) o “csv”. Il file così generato va salvato su PC e può quindi essere importato in un foglio elettronico. A questo punto la ricerca per parametri diventa molto più agevole. Dalla tabella con i dati relativi all’Italia una semplice operazione di ordinamento sulla colonna delle emissioni mostra come nel 2005 l’impianto nazionale con le maggiori emissioni sia stata la centrale termoelettrica Brindisi Sud (15.341.552 tonnellate di CO2), numero installazione=521. Dalla schermata CITL di “Operator Holding Account” una ricerca per registro=Italia e installazione=521 porta ai dati identificativi dell’impianto. Non è scritto in chiaro che la centrale appartiene all’Enel, ma l’indirizzo romano del gestore – Viale Regina Margherita, 125 – lascia pochi dubbi in proposito. In breve tempo, trasferendo i dati Paese per Paese è possibile costruire una base dati consolidata per tutta Europa. Riordinando per colonne appare come la maggiore quantità di emissioni siano state le 29.734.760 tonnellate dell’impianto tedesco “14310-1153” (tedeschi, spagnoli e altri non indicano il nome in chiaro). Basta però cercare di nuovo nel CITL, dal quale risulta che il gestore è la RWE Power Aktiengesellschaft e l’impianto è situato a Bergheim. Per identificare l’impianto con le maggiori emissioni effettive rispetto alle allocazioni iniziali nella tabella Excel è sufficiente calcolare la differenza di questi due parametri. Una volta replicata la formula su tutti gli impianti (l’operazione prende pochi secondi), un ordinamento in ordine decrescente indica come nell’Unione europea l’impianto con la maggiore differenza sia la centrale elettrica di Drax nel Regno Unito, 20 milioni 700 mila tonnellate di CO2 emesse contro allocazioni per soli 14 milioni. Al secondo posto è la centrale spagnola ES033301000215, due milioni di quote allocate contro otto milioni di emissioni. Anche qui è sufficiente un passaggio in CITL per

"RESTA DA CHIEDERSI PERCHÉ, AD ECCEZIONE DELL'OLANDA E DELLA SVEZIA, NESSUN REGISTRO HA PUBBLICATO IN CHIARO I PROPRI RESOCONTI SULLE EMISSIONI"

trovare che si tratta della centrale elettrica di Aboño nelle Asturie, di proprietà della Hidroeléctrica del Cantábrico. Al quinto posto è la centrale di Montalto di Castro, con due milioni di tonnellate allocate e sei milioni effettivamente emesse.

Resta da chiedersi perché, ad eccezione dell’Olanda e della Svezia, nessun registro ha pubblicato in chiaro i propri resoconti sulle emissioni, quando un PC e semplici strumenti software permettono di aggirare con facilità le limitazioni all’accesso dati intrinseche dei formati solo a stampa. Mentre non c’è ancora certezza sul fatto che l’Emission Trading contribuisca effettivamente alla riduzione di emissioni di gas ad effetto serra, i registri delle quote sono a uno stadio di sviluppo primitivo e gravati da notevoli inefficienze. Certamente essi non possono adempiere alla loro funzione se le quote allocate superano le emissioni effettive, come è successo nel 2005. Oltre a questi limiti concettuali ci sono però problemi di sovradimensionamento e pessime interfacce utente. Sarebbe auspicabile una revisione dell’intero concetto e dell’architettura di sistema che dedicasse molta più attenzione alla sostanza, e meno alle formalità.
 
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