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Besseghini: “Il know-how italiano alla scoperta dell'America Latina” Stampa E-mail
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di Davide Canevari



L’Italia è alla ricerca di nuove opportunità da cogliere in America Latina, in quei Paesi che (anche) nelle green energy hanno uno straordinario potenziale di sviluppo: fonti rinnovabili, efficienza, reti intelligenti... E proprio la ricerca potrebbe essere una delle leve più efficaci per favorire l’accesso delle nostre imprese in quest’area del Pianeta. Nuova Energia ha incontrato l’amministratore delegato di RSE, Stefano Besseghini, per approfondire questo tema.
“L’interesse per l’America Latina è sostanziale e oggettivo per molte ragioni – commenta Besseghini – compresa l’affinità culturale (è un’area che, come modello, guarda all’Europa più che agli Stati Uniti). Anche se ogni Paese fa poi storia a sé, si tratta di un territorio in forte crescita, con grandi potenzialità per molti versi ancora da esplorare”.



Nel settore delle rinnovabili, quali tecnologie, esperienze e prodotti che oggi fanno parte del know-how di RSE sembrano più facilmente esportabili?
**L’idroelettrico è presente con un peso assai significativo nel mix energetico di queste nazioni. E questo è un settore nel quale RSE può vantare studi ed esperienze di assoluto rilievo. È indubbio che nel grande idroelettrico l’Italia abbia perso un po’ di terreno, mentre realtà quali USA, Canada e Francia – in termini strettamente imprenditoriali – sono in grado di fornire soluzioni più strutturate rispetto a noi. Però, se si parla di modelli e modellizzazione, siamo convinti di poter fornire un valido supporto.


Concretamente, quali sono i primi passi che avete mosso?
**In questi ultimi due anni abbiamo svolto alcune missioni conoscitive assieme al CEPAL – la Commissione Economica per l’America Latina ed i Caraibi delle Nazioni Unite – che hanno previsto tre diversi momenti: informarsi (sullo stato dell’arte dell’economia tecnologica del territorio), informare e infine indicare (le possibili soluzioni a disposizione dei decisori presenti nelle nazioni coinvolte). La prima missione si è concentrata su Brasile, Uruguay e Cile, la seconda ha visitato i Carabi.


Torniamo alle tecnologie. In tema di reti quali sono le soluzioni che ha in portafoglio RSE?
**Le smart grid sono sicuramente un aspetto prioritario, sul quale si sono anche concentrate le missioni che abbiamo condotto fino ad oggi. Le possibilità di intervento in questo ambito sono davvero ampie, per varie ragioni. Prima di tutto, come già accennato, spesso non si tratta di intervenire su reti già esistenti, ma occorre costruire ex novo il sistema. Poi, dal punto di vista del distributore, ci sono specifiche e dichiarate esigenze di controllo della rete (anche per fronteggiare il grave problema dei furti). Altre driving force spingono nella direzione delle smart grid. In Europa il vero impulso alla diffusione di queste tecnologie viene dalle rinnovabili e dall’esigenza di gestire flussi eterogenei di energia elettrica in un sistema economico già consolidato.
Si tratta quindi di una risposta reattiva a una specifica esigenza. In America Latina, invece, l’approccio sarebbe proattivo. Le reti intelligenti possono cioè fare da traino alla crescita delle economie locali. Soluzioni efficienti, flessibili e dinamiche possono davvero stimolare ulteriormente lo sviluppo.


E la ricerca di RSE...
**Potrebbe fare da testa di ponte per entrare in maniera non conflittuale su questi nuovi territori e, poi, per presentare operatori economici che in questo comparto possano fare business. Ricordo anche che RSE è recentemente diventato coordinatore di ISGAN (International Smart Grid Action Network): avere il polso della situazione di ciò che vuol dire smart grid nelle diverse aree del Pianeta, toccando direttamente con mano la situazione, può dare maggiore efficacia alla nostra presenza e al nostro ruolo.


Resta però il grave problema di fondo della povertà energetica e del mancato accesso (per decine di milioni di persone) all’energia elettrica. Non pensa che questa sia la vera questione da affrontare?
**Certo, e proprio le smart grid e la generazione distribuita sono una delle soluzioni. Può sembrare naif parlare di tecnologie così avanzate in aree che, ad oggi, non hanno ancora l’accesso all’elettricità. Ma è vero l’esatto contrario. Dovendo servire questi territori, che senso avrebbe riproporre modelli e tecnologie obsoleti? Non è più razionale puntare al meglio oggi esistente? La risposta pare scontata, e questo è un elemento che tutti hanno compreso e condiviso.
Una maggiore diffusione della generazione distribuita può contribuire a ridurre le perdite, a migliorare la qualità della fornitura e può evitare investimenti troppo dispendiosi. E questo, infatti, è un ambito nel quale quei Paesi si stanno orientando. Occorre però andare oltre l’approccio del far west, dove ciascuno si muove autonomamente. Alle spalle deve esserci una rete in grado di rispondere, soprattutto nella fase transitoria di uno sviluppo che si annuncia molto dinamico (ma anche molto caotico).


Altro capitolo importante, quello dell’efficienza energetica. Ma forse è prematuro parlarne in questo contesto geografico...
**L’efficienza energetica si può segmentare in tre momenti principali, oltre alla fase di generazione. Il primo riguarda la distribuzione, ed entrano in gioco ancora una volta le smart grid. Poi ci sono gli usi finali industriali. In estrema sintesi gli interventi possono qui riguardare due macro soggetti: motori e luci. In questi Paesi, dove la componente produttiva è in divenire e spesso l’industria è giovane, vedo poco spazio per attività di efficientamento dell’esistente. Infine, gli usi finali civili, per cui vale un discorso similare al precedente.
La produzione interna di elettrodomestici e beni di consumo elettrici ed elettronici è abbastanza ridotta. Il mercato si rivolge essenzialmente all’offerta di grandi multinazionali che già applicano standard di efficienza energetica elevati. Certo, molto si potrebbe fare in termini di informazione all’utente finale e di indirizzo dei comportamenti nell’uso dell’energia. Ma questo è un compito che difficilmente potrebbe svolgere un soggetto esterno come RSE.


Ci sono anche le fonti fossili (di cui l’area è piuttosto ricca). Dove, in questo caso, RSE può dire la sua?
**Su questo tema, durante le nostre missioni, non abbiamo ancora strutturato delle proposte specifiche. E a dire il vero, non abbiamo nemmeno ricevuto specifiche sollecitazioni o richieste. È pur vero che in Messico, dove hanno ingenti risorse interne di idrocarburi, l’attenzione nei confronti delle smart grid e delle rinnovabili è stata più tiepida rispetto a quella riscontrata altrove. Quindi, in futuro, RSE potrebbe trovare postivi riscontri anche per il know-how che detiene nel campo della generazione tradizionale.


E per quanto riguarda il nucleare? L’America Latina sembra essere una delle aree del Pianeta che intende sviluppare questa fonte nel proprio mix energetico. Quali competenze potete offrire?
**Vale il discorso fatto in precedenza. Le missioni che fino ad oggi hanno coinvolto RSE non erano a tutto campo, bensì concentrate su specifici settori, tra i quali il nucleare non era previsto. Le competenze però ci sono e saremmo quindi pronti a rispondere ad eventuali future richieste.


Il quadro regolatorio è un altro aspetto delicato per lo sviluppo di un sistema energetico. Anche in questo ambito RSE potrebbe fornire un prezioso supporto?
**Per certi versi è l’area nella quale potremmo essere più efficaci... Mentre gli aspetti strettamente tecnologici richiedono, poi, l’intervento di soggetti industriali (e questo rende l’iter realizzativo più complesso), in questo campo possiamo svolgere un’azione diretta e autonoma, grazie alle esperienze maturate in Italia e, soprattutto, alla capacità di creare modelli predittivi che possano valutare adeguatamente l’evolversi dei diversi scenari.
Delineare dal punto di vista estetico e di architettura un modello regolatorio è una cosa; agganciarlo adeguatamente ad un substrato già esistente e vedere cosa potrà succedere nei cinque, dieci, quindici anni successivi, in base a specifiche ipotesi, è ben altro. Ed è ciò che interessa veramente al decisore. Su questi aspetti ci sentiamo piuttosto capaci.


Quanto è importante per RSE promuovere, anche nei Paesi dell’America Latina, una presenza di rete con altri enti, Università e imprese? E come pensa di attuare concretamente questo obiettivo, spesso difficile da realizzare anche in Italia...
**Al momento in America Latina siamo ancora in una fase esplorativa, anche se già abbiamo fatto gruppo, visto che RSE nei suoi viaggi di lavoro è stata accompagnata da Enel, Cesi e CEPAL. In una fase successiva, quello che davvero vorrei creare è un raggruppamento imprenditoriale. E per questo stiamo stringendo rapporti con Confindustria, con la filiera di aziende presenti nel portale Corrente del GSE, con la Regione Lombardia. Le manifestazioni di interesse non mancano; il problema è quello di commutare i sentimenti comuni in qualcosa di veramente concreto. In questo momento siamo ancora come la piccola vedetta indiana che va all’avanscoperta; ma ci conforta sapere che, all’occorrenza, alle nostre spalle c’è un gruppo di soggetti che può intervenire sul campo. Quanto al coinvolgimento delle Università locali, potrebbe essere una valida opportunità. Al momento, però, non abbiamo ancora intercettato il loro interesse. Il nostro punto di ingresso in questi mercati, fino ad oggi, è sempre stato istituzionale e non accademico.


Quali vantaggi competitivi può vantare la ricerca italiana in America Latina nei confronti dei grandi competitor mondiali, che spesso hanno disponibilità di risorse ben più significative?
**L’affinità culturale pesa sicuramente, ma su alcuni argomenti specifici c’è oggettivamente una competenza molto forte. Restando in casa RSE, penso ad esempio alle più volte citate smart grid o ai sistemi di combustione delle biomasse. L’Italia ha voce in capitolo anche nell’area dell’automazione e controllo...


E cosa scontiamo, invece, di negativo?
**La ricerca in senso stretto produce conoscenza, richiede ingenti investimenti, dà ricadute incerte e di incerta destinazione (i risultati, ad esempio, potrebbero essere utilizzati da un soggetto terzo). Lo sviluppo crea qualcosa di fisicamente tangibile, costa molto, ma dà ricadute più concrete. Infine l’innovazione rappresenta ciò che permette a un’azienda di rimanere sul mercato.
Ebbene, quando usciamo dalla ricerca e occorre entrare nella fase dello sviluppo siamo decisamente più impreparati rispetto ad altri competitor. Ai tedeschi, per esempio, che hanno reti tecnologiche sia a livello accademico sia industriale molto efficaci. Se non c’è nessuno che fa implementazione – nella tecnologia il diavolo sta nei dettagli – si fa poca strada e si riesce a creare poco valore aggiunto per le aziende. RSE è una delle poche realtà che riesce a sviluppare un’importante filiera anche nella fase di sviluppo, nel passaggio dalla carta alla realizzazione e al test di un prodotto concreto.

 
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