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Golinelli: “C’è un clima di stallo ma la tecnologia può batterlo” Stampa E-mail
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di Davide Canevari



L’Italia non è più il Bengodi dell’energia (se mai lo è stato)... Nei primi anni della liberalizzazione molte utility – non solo straniere – avevano approntato ambiziosi piani di sviluppo nel nostro Paese e il mercato italiano era dipinto come uno dei più promettenti su scala europea. Oggi, quelle stesse realtà denunciano una situazione sempre più difficile da sostenere sul piano economico e finanziario; molti dei programmi di espansione sono stati ridimensionati, se non cancellati del tutto. Qual è il punto di vista di un fornitore di tecnologia di caratura internazionale come Wärtsilä?

“Il nostro, per certi versi, è un osservatorio privilegiato – dichiara Marco Golinelli, Vice President Power Plants Wärtsilä – essendo tra coloro che all’interno della filiera energetica devono provare ad anticipare le esigenze di un mercato in corso di ridefinizione. In effetti, percepiamo chiaramente le perplessità degli operatori. La situazione attuale fa sì che impianti nati per il base load stiano lavorando solo per coprire il picco, con effetti devastanti sui business plan. Lo stato dell’arte è quello di una tecnologia sistematicamente sottoutilizzata, proprio perché è nata per garantire il carico di base e sta facendo tutt’altro. Poi c’è il fenomeno del fotovoltaico, che già oggi ha raggiunto gli obiettivi che si era prefisso per il 2020”.


E questa sembra essere una buona notizia, almeno per i rinnovabilisti...
**È vero, però restano sul tappeto i problemi dello schema di incentivazione, e anche per l’immediato futuro le incertezze non mancano. Sono il primo ad essere convinto che il futuro debba andare nella direzione di un mix equilibrato di fonti, tra le quali il fotovoltaico avrà un ruolo prioritario. Però, occorre ancora capire quale sia lo schema ideale di supporto allo sviluppo di questa tecnologia, senza penalizzare le altre fonti o le altre soluzioni.


Tipo?
**L’efficienza energetica, per esempio, che ha ancora margini enormi di sviluppo, ma alla quale manca l’appeal delle fonti rinnovabili e stenta quindi a decollare.


Morale?
**Il settore energia in Italia sta effettivamente vivendo una situazione di stallo, e non mi meraviglia che ciò possa preoccupare soprattutto i produttori. Come Gruppo Wärtsilä vogliamo però intendere questo momento come un’opportunità che ci sta dando l’abbrivio per proporre soluzioni diverse e più coerenti con la mutata situazione generale. Penso al concetto di smart power generation, ad una generazione con un adeguato bilanciamento tra le nuove fonti rinnovabili e i sistemi tradizionali a basse emissioni di anidride carbonica.
Il motore a combustione interna ad alta efficienza è uno dei migliori alleati delle rinnovabili, non è certo un nemico. E noi siamo tra i primi sostenitori dell’eolico e del fotovoltaico. Offrendo soluzioni di back up, supportiamo queste fonti e le aiutiamo a superare i limiti della discontinuità e dell’incertezza che le contraddistinguono.

Sarà certamente una buona idea, ma con l’aria che tira in Italia sembrano comunque poche le utility disposte ad investire.
**Infatti, stiamo partecipando a gare in ambito europeo e internazionale (e le stiamo anche vincendo).


Quali sono le nazioni che oggi sembrano più attente alle soluzioni di smart power generation?
**La Gran Bretagna è certamente una delle realtà nelle quali questo approccio potrebbero avere più riscontro, proprio perché la nazione sta ridisegnando il proprio sistema energetico. Anche la Polonia, l’Estonia e la Turchia sono aree di sicuro interesse per il nostro business (in particolare per quanto riguarda la Turchia, questo si traduce in un coinvolgimento anche del sito produttivo italiano). Fuori dall’Europa, una case history interessante riguarda Timor Est.


Cosa offre di significativo questo piccolo Stato del Sud Est asiatico?
**Timor Est sta disegnando il proprio schema energetico. Durante le recenti visite che hanno effettuato nei nostri stabilimenti di Trieste, le delegazioni governative sono sempre state accompagnate da due ONG: una esperta di problematiche ambientali, l’altra nel ruolo di auditor sugli investimenti del governo. Fin da subito, quindi, si sono presentati come interlocutori attenti e lungimiranti, non semplicemente interessati ad acquisire una tecnologia o una soluzione chiavi in mano già precedentemente identificata, ma in cerca di una soluzione di ampio respiro.
La loro esigenza primaria era quella di ricevere una consulenza che li aiutasse a ottimizzare e rendere davvero sostenibile il mix energetico del Paese. Partendo praticamente da un greenfield, avevano la possibilità di sviluppare una proposta di mix ottimale, senza subire i condizionamenti dell’esistente.


Torniamo all’Italia. Sarebbe disposto a barattare gli incentivi in cambio della certezza di tempi e risposte?
**Rispondo facendo riferimento alla particolare situazione della cogenerazione e all’esperienza diretta che abbiamo riscontrato durante gli ultimi road show organizzati con Confindustria. La maggior parte dei progetti che non sono stati portati a termine in questi ultimi mesi, per ammissione degli stessi proponenti, erano del tutto sostenibili economicamente. Se l’investimento non si è concretizzato è stato proprio a causa del clima di incertezza. In molti tra gli addetti ai lavori hanno quindi riconosciuto che la garanzia di una risposta definitiva e in tempi brevi (sia positiva, sia negativa) sarebbe oggi più utile di un aiuto economico.
Un imprenditore non può pensare al proprio progetto come ad una realizzazione potenzialmente remunerativa, a meno che si possano verificare problemi durante l’iter di approvazione... Questo vale soprattutto per le soluzioni che richiedono l’input di un combustibile e quindi aggiungono l’elemento di incertezza delle quotazioni, tipico dei mercati delle commodity.


E se non fosse solo una questione politica? Penso al proliferare di associazioni di settore che finiscono per parlare con troppe voci e per portare avanti interessi spesso in contrasto tra loro. Non crede che anche gli operatori, così facendo, contribuiscano ad alimentare il clima di incertezza?
**Sì e no. A mio avviso non sta al sistema degli operatori definire le norme e la struttura regolatoria. Inoltre, con un po’ di malizia potrei dire che un sistema associativo polverizzato non fa altro che replicare i modelli che contraddistinguono la politica degli ultimi anni. È però vero che, limitandosi a una lotta di piccola bottega, alla fine si rischia di disperdere le forze ed è più difficile partorire proposte davvero utili per il Sistema Paese nel suo complesso.
Non è comunque facile radunare attorno a un tavolo tutti gli operatori di un singolo settore (la cogenerazione è un tipico esempio, con la presenza di più associazioni diverse) e credo sia quasi proibitivo pensare a un tavolo allargato che possa rappresentare tutte le componenti in gioco: le varie rinnovabili, l’efficienza energetica, il teleriscaldamento...


Le bioenergie sembrano essere ancora figlie di un Dio minore, almeno rispetto al fotovoltaico. E soffrono anche gli effetti della sindrome Nimby...
**Sicuramente per le biomasse e i bioliquidi è più difficile catalizzare il consenso. Nel caso delle biomasse abbiamo a che fare con una fonte rinnovabile, programmabile, che tipicamente lavora in cogenerazione (e quindi massimizza l’efficienza). Dovrebbe essere al top perché offre dei plus che le altre rinnovabili non hanno. Eppure, proprio le biomasse restano vittime di una serie di pregiudizi che le penalizzano fortemente: la tipica opposizione a questi impianti nasce dal timore che un domani, al posto della materia prima naturale, si possa bruciare chissà che cosa.


E sui bioliquidi?
**Entrano in gioco i dubbi sull’effettivo beneficio in termini di abbattimento della CO2 lungo tutto il ciclo di vita e le possibili sovrapposizioni con le colture ad uso alimentare.


La visione delle biomasse come una rinnovabile di serie B è italiana o più in generale europea?
**Direi che questa percezione è più italiana che altro. Tutte le rinnovabili hanno bisogno di incentivi (almeno in questa fase di sviluppo) e tutte emettono anidride carbonica in misura più o meno elevata (pannelli fotovoltaici compresi) durante l’intero ciclo di vita. Certamente ne emettono i biofuel acquisiti sui mercati stranieri che arrivano in Italia via nave. Ma questo vale a maggior ragione per il petrolio (sempre importato via nave) della Libia, che proprio le biomasse vanno a sostituire. Basterebbe semplicemente effettuare delle corrette analisi di life cycle e se alla fine si dimostra che un prodotto dà benefici – nella fattispecie ambientali – rispetto ad un altro, lasciar perdere le polemiche strumentali.


Quali dovrebbero essere, secondo lei, le priorità alle quali mettere mano nell’attuale corpus normativo in tema di energia?
**Sicuramente l’approvazione di tutti i decreti attuativi della legge 28 del 3 marzo 2011, ancora in sospeso (che, inevitabilmente, dovranno prevedere modifiche e slittamenti). Più in generale occorrerebbe evitare la dispersione degli argomenti di carattere elettrico ed energetico su troppi attori, come invece avviene oggi. Specie a valle del referendum serve ragionare in termini di sistema, pur sapendo che la coperta è corta.


Ovvero?
**Ripensare a un’equilibrata politica energetica per il Paese.


Un Ministero dell’energia potrebbe essere la soluzione?
**Se fosse un Ministero con portafoglio, in grado di intervenire davvero e di fare sistema, sì. Per il Paese sarebbe un passaggio di fondamentale importanza. La logica delle decisioni prese di concerto con e della polverizzazione delle competenze ha dimostrato di funzionare male.


E l’alternativa di un nuovo Piano energetico nazionale?
**Senza una cabina di regia (per ricorrere a un termine oggi forse un po’ abusato) non avrebbe molta efficacia. L’importante per il Sistema Paese è arrivare a delle decisioni. Se il tema energia continuerà ad essere affrontato in termini di buona volontà da parte dei mille attori che oggi concorrono alle decisioni, di strada ne faremo ben poca, anche con un nuovo Piano energetico.


Indispensabili o insostenibili? Quando si parla di incentivi alle rinnovabili questi sono i due commenti più ricorrenti. Il suo punto di vista?
**Più ci si avvicina agli obiettivi, meno devono essere premianti gli incentivi, un po’ come avviene nel sistema tedesco. A patto di mutuare dal sistema tedesco anche il fattore certezza. In Germania le cose funzionano perché gli operatori possono programmare il futuro senza temere un cambio delle regole in corsa. Quindi, da parte mia dico: d’accordo ridurre gli aiuti, ma diteci con chiarezza come e di quanto.
Naturalmente occorre agire con la consapevolezza che le fonti sono diverse e i percorsi di riduzione dovranno essere calibrati su ciascuna di esse. Occorre anche non avere come unico scopo il raggiungimento degli obiettivi, ma il loro mantenimento. Avrebbe poco senso tagliare il traguardo e poi dover spegnere gli impianti perché a quel punto non sono più sostenibili.


La riforma del Titolo V della Costituzione è stata una buona idea?
**Direi che è stato un buon metodo per non decidere, una leva che assicura in ambito locale una forte potenzialità di negoziazione, non necessariamente a vantaggio del Paese. Stesso discorso per la Conferenza dei Servizi. Teoricamente è uno strumento perfetto (tra i migliori in Europa, accanto allo Sportello unico del Belgio), ma sul campo non ha mai funzionato.


E per quanto riguarda il sistema bancario?
**Si tratta di un attore essenziale per il buon funzionamento dell’intera filiera e ben venga che si rafforzi nelle competenze energetiche. Anche negli ultimi incontri che si sono svolti in ambito Confindustria il sistema creditizio ha assicurato di essere pronto a finanziare qualsiasi progetto. Sappiamo tutti, però, che poi la realtà è diversa. In questo momento ha altre preoccupazioni – e lo capisco – e certamente le banche oggi sono più riluttanti rispetto ad alcuni anni or sono. Dunque, ci sono sempre più imprenditori del settore che fanno davvero fatica ad accedere al credito. Che ci sia a monte una corretta selezione dei progetti è giusto (ed è utile anche a noi), però non si può pretendere di azzerare i rischi, altrimenti non ha neppure senso parlare di impresa e di finanziamento.


Torniamo ai primi passi di questa intervista. Nei vostri progetti di espansione sui mercati internazionali ci potrebbe essere spazio anche per l’Africa mediterranea?
**Soprattutto in quei Paesi che ancora devono strutturare un proprio sistema energetico, quasi partendo da zero, vedo significative opportunità. Quindi direi che tutta l’Africa, e non solo i Paesi che si affacciano al Mediterraneo, potrebbe rappresentare l’area a maggior crescita nel breve e medio termine. In queste nazioni la generazione distribuita potrebbe essere il punto di partenza e non di svolta all’interno di un sistema già maturo, come invece in Europa. Facendo un parallelo con la telefonia, significa non dover passare dalla fase dei cavi e partire subito e in modo più efficace con le tecnologie wireless.


Il concetto di smart power generation potrebbe dunque diventare protagonista fin da subito?
Sì, con ricadute positive non solo per il Gruppo, ma anche, nello specifico, per le produzioni industriali di Wärtsilä Italia.

 
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