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Profumo: ‘‘Penso ad una ricerca con pareti mobili” Stampa E-mail
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di Davide Canevari



Molto contento, ma anche molto preoccupato. A poche settimane dalla nomina ai vertici del CNR, Francesco Profumo vive i due aspetti (solo in apparenza contrastanti) tipici di un ruolo di grande responsabilità, che è stato assunto da poco.
“Conosco bene il CNR, per i rapporti che in questi anni abbiamo intessuto con i suoi ricercatori. Un po’ meno la sua organizzazione interna e i suoi aspetti gestionali. Non sarà facile guidare la più importante struttura di ricerca che abbiamo in Italia; ma certo si tratta di una bella sfida”.


Quali delle esperienze positive che ha maturato come Rettore del Politecnico di Torino pensa potranno tornare utili anche al CNR?
**Il sistema CNR è molto più complesso e articolato rispetto al Politecnico di Torino. I fattori di scala dimensionale non sono lineari; non si può quindi pensare a un trasferimento automatico e in toto delle esperienze maturate. Alcuni elementi, però, potranno certamente essere riproposti. A partire da un piano strategico dell’ente. Fu una mia priorità per il Politecnico, non appena divenni Rettore, lo sarà per il CNR.

In Italia la parola piano può spaventare... Fa subito pensare a qualcosa di complesso e macchinoso.
**In realtà penso a una road map. Ad un percorso tracciato, pur non essendo né rigido né vincolante. Nella ricerca non si può certo navigare a vista.

Cosa altro vorrebbe portare da Torino a Roma?
**Un secondo elemento sul quale voglio concentrarmi è l’internazionalità dell’ente. Già oggi il CNR gode di una grande reputazione all’estero, ma vorrei accrescere ulteriormente la mobilità sia dell’ente verso l’estero, sia di ricercatori stranieri verso di noi. La ricerca deve essere sempre più concepita secondo un concetto di rete, occorre mescolare il sangue, rendere i laboratori sempre più a pareti mobili. Per il Paese, una vera e propria sfida culturale.

Proprio all’ingresso del Politecnico di Torino mi ha colpito la presenza di segnalazioni e informazioni in lingua cinese, a testimonianza di quanto sia cresciuta la comunità di studenti e ricercatori asiatici. È solo un’illusione pensare di fare altrettanto anche al CNR?
**Penso che questo sia un sogno, almeno in parte realizzabile, ma occorre sempre ricordare che l’internazionalizzazione è, prima di tutto, un fattore di cultura-Paese. È difficile che nasca come un’esperienza isolata. Anche per questo, ed è il mio terzo obiettivo, intendo accrescere le relazioni tra il CNR e il sistema socio-economico dell’Italia. Credo che ci siano tutte le condizioni perché il CNR possa diventare uno dei pivot della crescita economica, con un sistema di relazioni molto più strutturato rispetto ad oggi. Infine, il quarto tema: la relazione con il sistema delle Università in un concetto di rete. Soffriamo per un eccesso di parcellizzazione e – come noto – le risorse sono limitate. O si fa squadra o non si vince.

Già, le risorse. Le prospettive non sono all’insegna di una nuova fase di crescita. E se è vero che non ci può essere ripresa senza ricerca, senza ripresa è difficile reperire le risorse per finanziare la ricerca stessa. E il sistema rischia di andare in cortocircuito.
**Per evitarlo, una strada percorribile porta in Europa. Oggi l’Italia ha una partecipazione ancora troppo limitata nei grandi progetti comunitari di ricerca. Occorre quindi elaborare una policy specifica per una maggiore presenza del CNR in ambito UE. La seconda strada è quella di attivare partenariati e percorsi in comune con il sistema socio economico. Evitando il rischio, già evidenziato in precedenza, della parcellizzazione.

Secondo una recente indagine di Eurobarometro, il 33 per cento degli italiani (la media europea è ferma al 20) vorrebbe che la UE destinasse alla R&D più risorse. Non è strano in un Paese che, spesso, è descritto dai media come poco sensibile ai temi dello sviluppo scientifico?
**In realtà, abbiamo una cultura dell’innovazione che è molto più radicata rispetto ad altre nazioni europee. Poi, questa si scontra con i noti problemi di budget, ma la domanda di innovazione c’è ed è distribuita all’interno del Paese e delle sue attività.

Come superare la tentazione di rispondere alla crisi internazionale ancora in atto tagliando gli investimenti in ricerca?
**Attraverso la reputazione dei risultati. Bisogna saper comunicare (meglio) che la crescita non può passare attraverso la riduzione della spesa. Occorre puntare alla rigenerazione dei prodotti e dei sistemi. E un Paese come l’Italia, che non ha materie prime interne e che non può competere in termini di costo del lavoro, deve saperlo fare prima e più velocemente degli altri.
Il Paese Italia è ancora – per molti versi – legato all’epoca dei mille Comuni e, quindi, alla polverizzazione degli sforzi. Soprattutto in un mercato contraddistinto dalla riduzione delle risorse, occorre andare nella direzione opposta.

             
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A few weeks after his appointment as chairman of the Italian national research Council - CNR- Nuova Energia had a chat with Francesco profumo and learnt how he thinks he’ll guide Italy’s top research institute.
“A priority – states Profumo – will certainly be defining a strategic plan for the institute, some kind of road map that shouldn’t be too strict or binding, and yet provide some clear guidance: in the field of research, you just can’t sail without a compass. A second point I want to focus on is going international. research must be increasingly seen from a network-based perspective”.
The third objective is the strengthening of relations between CNR and the country’s socioeconomic system. “I think now all conditions are right for CNR to become one of the drivers of economic growth, with a better shaped network of relations than it has today. A fourth and last issue is that of relations with the University system. You just can’t win the game if you do not play as a team”.
“CNR gathers 108 institutes all over the national territory – adds Profumo – which could get us extraordinarily close to local areas. We must be able to meet the demand of society and provide people with tangible responses to their needs”.
“We can no longer be content with having a privileged communication channel with the Ministry alone. We cannot ignore regional authorities; furthermore, we have former bank foundations. If we succeed in setting up a round table where all players can sit, I do think good results will come, and we will become more competitive in big challenges, that is, right where international agencies give money to research”. Or, to say it with a slogan, CNR goes International for development to get local.*

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Scendiamo nello specifico del CNR.
**Abbiamo 108 istituti distribuiti su tutto il Paese e questo ci può avvicinare in maniera straordinaria al territorio, cogliendo la domanda che viene dalla società e fornendo risposte alle sue esigenze (anziché calare dall’alto i progetti di ricerca). Non possiamo più accontentarci di avere come interlocutore privilegiato solo il Ministero. Dobbiamo guardare anche alle Regioni; e poi ci sono le fondazioni ex bancarie. Se riusciremo ad attivare un tavolo di lavoro attorno al quale sederci assieme a tutti questi attori, penso che davvero potremo ottenere buoni risultati. E riusciremo anche a competere meglio nelle grandi partite, là dove le agenzie internazionali finanziano la ricerca. Punto a un CNR internazionale per lo sviluppo del territorio.

Cito ancora un’indagine di Eurobarometro, secondo la quale attualmente solo il 44 per cento degli europei si fida di quanto dicono Università ed enti di ricerca. E poco consola sapere che ONG, governi centrali e la stessa UE riscuotono consensi ancora più bassi. Perché secondo lei?
**Credo che, troppo spesso, i temi della ricerca finiscano per essere condivisi solo tra addetti ai lavori. Alla gente manca una percezione di quale sia il vero valore della ricerca e di quanto si sta facendo di concreto nei laboratori. Per assurdo, manca una fiction di successo sulla ricerca. Forse si potrebbe cominciare da qui per iniziare a comunicare in maniera meno severa le valenze della ricerca.

In effetti, disseminazione e diffusione restano un tasto dolente. La sensazione è che molti risultati – anche di rilievo – finiscano per restare nei cassetti...
**Nel mondo anglosassone c’è molta più attenzione a questi aspetti, e sono anche più efficaci gli strumenti di divulgazione. Va però riconosciuto che già nella fase preliminare di determinazione dei filoni di ricerca vi è un ampio coinvolgimento del cittadino, che viene quindi chiamato in causa fin dall’inizio. Questa potrebbe essere una chiave di successo. Un altro aspetto da prendere in considerazione è quello dei tempi di risposta. Nelle mutate condizioni sociali ed economiche, questi devono saper essere sempre più brevi. E comunque, devono essere mantenuti secondo gli impegni prestabiliti. Da questo punto di vista la nostra cultura è un po’ alterata già dai banchi dell’Università.

Ovvero...
**Mi riferisco al concetto (unico nel suo genere) dei fuori corso, che poi ci si porta dietro anche quando si entra nel mondo del lavoro (e della ricerca). L’idea di poter comunque recuperare domani quello che si sarebbe dovuto fare oggi, sicuramente non aiuta nel dare credibilità, visibilità e applicabilità ai risultati della ricerca.

Nello specifico del settore energia, sembra che siano Enea ed RSE a poter recitare un ruolo di preminenza. E il CNR?
**Proprio quello dell’energia è uno dei grandi temi nei quali la parcellizzazione certo non aiuta. Mi auguro quindi – e mi opererò in questa direzione – che tra questi tre soggetti possa esserci una sinergia sempre più efficace e una vera cooperazione che consenta di ottenere risultati in tempi più brevi. Per lo sviluppo del Paese, l’energia è un aspetto strategico. E siccome i risultati non si ottengono con attività spot, una programmazione e una collaborazione, tanto in ambito nazionale quanto internazionale, sono indispensabili.

 
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