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PAUSA-ENERGIA
 
L'energia rinnovabile, i verdoni e la nobilità di Totò Stampa E-mail
di Federico Santi

Due miliardi e mezzo di euro. Questo, milione più, milione meno, è l’esborso annuo dei consumatori elettrici italiani che, bimestre dopo bimestre, finanziano la produzione di elettricità da fonti rinnovabili e (soprattutto) assimilate. Nessuno è escluso, molti ignorano. Tutta la popolazione nazionale, poveri e ricchi, uomini e donne, infanti e bisnonni, versa ogni anno, in media, una cinquantina di euro a testa. La media, si sa, vuol dir poco: chi molto consuma molto versa, chi poco consuma poco versa. Alla fine, versa versa, si arriva a questi cinquemila miliardi del vecchio conio (saluto Bonolis e i suoi pacchi, perché è di un enorme pacco che sto parlando: Affari Nostri). La cifra è enorme. Sfido i soliti banaloni a dire che trattasi di “meno di un caffé al giorno” per “aiutare la natura” o “liberarci dal petrolio”. Trattasi, è mediamente vero, di un caffé al giorno: ma è un caffé che tutti noi, dai neonati ai moribondi, paghiamo quotidianamente a pochi industriali per gonfiar loro il già stracolmo portafogli. La tutela ambientale c’entra poco.
Gran parte della stortura è un’ombra del passato: nel millennio scorso il famigerato provvedimento CIP6/92 istituiva un clamoroso e articolato sistema di regalie mascherate da incentivi per gli “autoproduttori” dell’epoca, oltre che per i produttori “verdi”, allora in verità pochini. I tre quarti del malloppo finiscono tuttora nelle tasche dei produttori da fonti “assimilate”. Ma come si fa, nel 2006, ad assimilare alle fonti rinnovabili il carbone, solo perché è bruciato in un impianto di cogenerazione? E che dire degli scarti di raffineria? Ebbene sì, tre raffinerie (è noto quanto una raffineria sappia essere amica dell’ambiente) beccano gli incentivi per le fonti assimilate alle rinnovabili (!) in quanto gassificano i loro luridi rifiuti e col gas producono elettricità.

Storia tanto vecchia quanto inaudita, soprattutto col senno di poi. Oggi quelle società si stanno quotando in Borsa grazie alla spartizione dei vecchi “verdoni”, se così vogliamo chiamare gli euro “verdi”. Mentre di gassificatori a brevetto italiano (tecnologia interessantissima, allora come ora) non c’è neanche l’ombra. Anzi, sotto sotto i tre “raffinatori”, acciuffato il bottino, reputano pressoché fallimentare la filiera tecnologica. Fallimentare, dico io, è la loro politica di ricerca, sviluppo e innovazione, che ha fatto perdere un altro treno alla nazione.

Ma sulla vergogna delle “assimilate” che si ciucciano ogni anno un paio di miliardi di verdoni pagati in bolletta dal solito Pantalone, altre e ben più autorevoli voci si sono già levate con maggiore veemenza (peraltro rimbalzando sul muro di gomma). Torno invece sulle rinnovabili e sull’attuale meccanismo di incentivazione basato sul mercato, il sistema ormai conosciutissimo dei Certificati Verdi (abbrevio CV, che non è la targa di Civitavecchia, dato che non si è mai riusciti a farne una Provincia). Vado subito al dunque: il metodo dei CV italiani è efficace ma inefficiente.

Funziona nel senso che stimola adeguatamente gli investimenti in nuovi impianti a fonti veramente rinnovabili; c’è qualche perplessità sui rifiuti urbani, ma si può tollerare, meglio che finire sotto montagne di immondizia. È inefficiente nel senso che il cosiddetto mercato dei CV è viziato da continui rimandi a scelte governative e attraverso questi vizi remunera eccessivamente gli investimenti, soprattutto per gli impianti eolici: “e io pago”.

Il meccanismo è complesso, provo a spiegarlo in modo semplice. Il governo decide la quota di elettricità che ogni anno deve essere prodotta da fonti rinnovabili. Poi obbliga chi immette elettricità nel sistema, producendola o importandola, a rispettare tale quota, con le proprie forze oppure acquistando dei titoli, appunto i CV, da quei produttori che eserciscono impianti certificati dal GRTN a fonte rinnovabile (cosiddetti IAFR) costruiti prima del primo aprile 1999. Chi gestisce un impianto di tal genere ha quindi un doppio ricavo: dalla vendita dell’elettricità prodotta (al mercato, al gestore di rete, a chicchessia) e dalla vendita dei CV ai soggetti obbligati che ne hanno bisogno in relazione alla quota minima prefissata. Fin qui, il metodo sembra articolato ma efficiente, perché mette in competizione i produttori “verdi” e dunque spinge verso una remunerazione degli investimenti non troppo gonfiata (altro che CIP6!). Il prezzo dei CV dovrebbe essere parente del costo marginale di produzione dei più costosi impianti a fonte rinnovabile in grado di entrare in questo mercato.

Invece, ecco l’inghippo. Se la produzione complessiva degli impianti IAFR non raggiunge la quota nazionale prefissata, interviene il GRTN, che immette sul mercato dei propri CV fino a coprire l’obbligazione. Ma a che prezzo il GRTN vende questi suoi CV “virtuali”? Colpo di scena, ecco ricicciare il famigerato CIP6! Il prezzo dei CV del GRTN è dato (bada ben) dalla differenza tra il prezzone mediamente pagato agli impianti CIP6 a fonti rinnovabili e il prezzino, più o meno fissato dal governo, a cui il GRTN stesso rivende al mercato l’energia da CIP6. Per capirci meglio, se il GRTN paga 200 euro/MWh l’energia degli impianti CIP6 a fonti rinnovabili e la rivende a 50 euro/MWh, la differenza di 150 euro/MWh è il prezzo dei suoi CV. Chiaro? Ovviamente no. E c’è di più. Poiché sono sul mercato i CV GRTN che, per volontà politica, hanno un prezzo così alto, perché i CV da impianti IAFR dovrebbero costare di meno? Ecco infatti che il benchmark di prezzo del mercato dei CV è dato in pratica dal CIP6, o, per chi preferisce, dal governo.

Dunque, il mercato è brutalmente viziato. Perché tutto questo? Ovvio: per remunerare gli impianti IAFR più del dovuto. Quanto di più? Almeno il doppio, dipende dal tipo di impianti. Se il mercato dei CV fosse un vero mercato, il sistema costerebbe la metà, vuoto per pieno. E siccome parliamo di qualcosa che somiglia a 700 milioni di euro, risparmiarne la metà non sarebbe male per il consumatore. Non posso poi tacere una prospettiva da brividi. Siccome a costruire impianti eolici, grazie a questo artificio incentivante, si fanno un sacco di quattrini, ci sono nuovi progetti a iosa. Tanto che la preoccupazione degli investitori è oggi la seguente: che succederà se un domani, ad esempio nel 2008, ci sarà un eccesso di offerta di CV di origine IAFR? Insomma, dopo la bolla del gas e la bolla dell’elettricità, si teme la bolla dei Certificati Verdi. Ci mancava solo la bolla verde.

È incredibile la sfacciataggine degli investitori (banche, industriali, studi legali e notarili e compagnia bella): temono che in futuro si arrivi al libero mercato! La lobby dei CV brigherà perché il GRTN ritiri l’eventuale eccesso di offerta, ad un prezzo prefissato di cui è facile sin d’ora immaginare l’entità. Non c’è niente da fare, in Italia siamo allergici a qualsiasi forma di mercato, di concorrenza, di libertà. Ci vuole ben altro che liberalizzare le licenze dei tassinari Alla fin fine, un industrialotto che si è costruito un impianto eolico, magari con aerogeneratori danesi, a fronte di un costo di produzione di 120 euro/MWh incassa 70 euro/MWh dalla vendita dell’elettricità e 140 euro/MWh dalla vendita dei CV, totale 210 euro/MWh, margine lordo del 75%. Neanche un palazzinaro romano, altro che tutela ambientale. Se invece i CV costassero 80 euro/MWh, come dovrebbe essere nel 2006 in un mercato vero, il ricavo sarebbe di 150 euro/MWh e il margine lordo sarebbe un più che ragionevole 25 per cento. Con risparmio non indifferente per il consumatore, che alla fine si trova nella fattura elettrica tutti gli extra-costi dell’inefficienza del mercato e della relativa speculazione.

Per finire, dal punto di vista del consumatore anche il “conto-energia”, diciamo la verità con voce fuori dal coro, è un grosso pacco. Il boom delle domande di finanziamento non è uno sviscerato amore dell’italiano “medio” per o’ Sole suo, è un incentivo stratosferico che fa guadagnare un sacco di soldi. Soldi che finiranno soprattutto nelle tasche di chi produce e/o commercializza pannelli fotovoltaici, a prezzi peraltro gonfiatissimi.

Infatti, la signora Marcegaglia, ad esempio, rampolla di acciaieri, si è buttata nel business. Ora, dico io, che c’entra un’acciaiera con un wafer di silicio? Niente. È che la mucca da mungere (sempre la solita) ha latte in abbondanza e gli industriali d’ogni specie provano a spremere. Tanto è vero che, faccio un esempio, per gli impianti fotovoltaici di taglia superiore a 50 kilowatt la tariffa incentivante più economica offerta al GRTN è di circa 300 euro/MWh, mentre la più costosa è di quasi 500 euro/MWh. Come è possibile che vi sia in Italia un tizio che produce energia fotovoltaica a meno di 300 euro/MWh e un altro tizio a cui non bastano 490 euro/MWh? La differenza è del 60 per cento per impianti pressoché identici (a meno che uno non si metta a produrre energia solare all’ombra). È evidente che nel meccanismo di incentivazione qualcosa non va. Anche qui, il meccanismo è efficace (un sacco di impianti) ma inefficiente (un sacco di soldi). E se veramente entro il 2015 saranno realizzati 500 MW fotovoltaici, i consumatori pagheranno ogni anno in bolletta altri 300 milioni di euro per i relativi incentivi, a fronte di una produzione elettrica complessiva che non arriverà allo 0,2 per cento del fabbisogno nazionale. Così, tra il CIP6/92, che sembra agli sgoccioli ma rinasce dalle sue ceneri, i Certificati Verdi in odore di bolla e il salatissimo Conto Energia (non voglio menzionare l’Emission Trading, per carità, né i Certificati Bianchi) il sistema elettrico italiano viaggia a passo di lumaca verso una sostenibilità ambientale ancora lontanissima, praticamente una chimera: non saranno rispettati né gli obiettivi minimi di Kyoto, né tantomeno quelli della Direttiva 2001/77/CE per le fonti rinnovabili. Ma intanto munge ben bene i consumatori a vantaggio dei soliti furbetti della borgata energia, che speculano sull’idea di energia verde vagheggiata dal volgo.

Una provocazione infantile: con l’enorme gettito per le fonti rinnovabili e assimilate, si potrebbe costruire una grande centrale nucleare all’anno e arrivare così nel 2030 a sostituire l’intera produzione termoelettrica da fonti fossili, senza tirar fuori il becco di un ulteriore quattrino e risparmiando in acquisto di combustibili all’estero qualcosa come 10 miliardi di euro all’anno. Lo so, lo so, poi ci sono le scorie, la sicurezza, i no-nuke, calma: scherzavo. È che quando ragiono sugli italici “verdoni”, più che Paperon de’ Paperoni mi viene in mente il principe Totò: “vede, i conti a volte non tornano, ma io sono duca…” (Totò, lascia o raddoppia?, 1956, Camillo Mastrocinque).
 
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