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Pane e petrolio senza un briciolo di politica Stampa E-mail
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Drilling


Gli eventi che durante i primi mesi del 2011 stanno sconvolgendo gli scenari politici del Nord Africa e dei mercati energetici del Mediterraneo, richiedono un approfondimento che va al di là dei possibili futuri cambiamenti nella gestione del potere nei vari Paesi. Vorremmo sviluppare un ragionamento partendo dall’osservazione di alcuni dati riguardanti l’evoluzione della domanda e dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari negli ultimi dieci anni. Dal 2001 al 2010 la domanda di petrolio, così come quella di generi alimentari, è aumentata del 20-25 per cento. Nello stesso periodo, i prezzi del petrolio sono aumentati di circa il 350 per cento e quelli dei generi alimentari fino al 280 per cento. Siamo di fronte ad una dinamica di prezzi che viaggia mediamente 10 volte al di sopra del livello della domanda, pur in presenza di un’offerta abbastanza bilanciata.

L’analisi dei dati mostra come l’aumento del prezzo dei generi alimentari sia stato relativamente più basso di quello del petrolio. L’aumento dei prezzi dei generi alimentari diventa significativo, fra l’altro, soltanto a partire dal 2006, mentre quello del petrolio è già evidente dal 2003. Ciò vuol dire che, per i vari Paesi produttori, i ricavi petroliferi sono stati più alti dei costi sostenuti per le importazioni di generi alimentari.
Sarebbe stato logico aspettarsi che questa differenza fra ricavi petroliferi e costi dei beni alimentari si trasformasse in un aumento del reddito pro capite delle popolazioni dei Paesi interessati. Al contrario, se guardiamo i dati pubblicati, ci rendiamo conto che (con eccezione della Libia) il livello del reddito pro capite, durante lo stesso periodo, è cresciuto soltanto del 10-30 per cento, in linea con l’aumento della domanda fisica dei generi alimentari consumati.

Ovvero, l’aumento del reddito non ha nemmeno consentito, visto il livello di aumento dei prezzi, di continuare ad alimentarsi come in passato. Nascono allora due semplici domande:
a. Come sono stati utilizzati i crescenti ricavi petroliferi nei vari Paesi in questi ultimi 10 anni?
b. Visto l’andamento della domanda effettiva di beni, a fronte di una sostanziale stabilità dell’offerta (in alcuni casi persino di surplus di offerta), cosa ha generato questi aumenti enormi dei prezzi delle materie prime (petrolio e generi alimentari di base)?

La risposta alla prima domanda è su tutti i giornali e riguarda il dramma della distribuzione della ricchezza nei Paesi petroliferi, dove gruppi minoritari della popolazione che gravitano intorno alla famiglia dei diversi leader, riescono ad accumulare fortune enormi che vengono investite e spese nelle aree più lussuose delle maggiori metropoli del mondo. Basterebbe mappare gli elenchi delle proprietà immobiliari di Londra, Parigi e New York per averne una percezione. Come pure il flusso di importazione verso questi Paesi delle più costose auto sportive o di gran lusso. È impressionante scoprire che in qualche città del Medio Oriente ci sono più Rolls Royce che in tutta l’Europa.

L’aspetto più allarmante della divaricazione fra entrate petrolifere e reddito pro capite è l’impoverimento dei ceti medi. Negli ultimi 3-4 anni si è verificato che persino funzionari di medio-alto livello dello Stato o di compagnie di Stato non sono più in condizione di garantirsi un livello di vita accettabile. Un vero cocktail esplosivo in attesa di un detonatore.

Per rispondere alla seconda domanda occorre esaminare qualche ulteriore dato. A partire dalla metà degli anni 2000 sui mercati a futuri si è innescata un’attività in parallelo per petrolio e generi alimentari. Gli scambi di contratti paper di grano si moltiplicano di oltre 7-8 volte, con incrementi del 400 per cento, mettendo in evidenza un nuovo territorio di caccia della finanza internazionale. Il mercato del cibo diventa un altro bene rifugio dove collocare la massa monetaria a disposizione delle banche internazionali. Passato il momento di crisi del 2008-2009, l’attività a futuri su queste materie prime è ripresa con più vigore di prima.
Il risultato di queste attività nei mercati virtuali è l’aumento esasperato dei prezzi di questi beni nei mercati fisici e quindi un’esasperazione dei problemi sociali della parte povera della popolazione. La speculazione finanziaria è dunque penetrata profondamente nei meccanismi dei sistemi produttivi e contribuisce a deformarne il funzionamento, al di fuori della normale fisiologia dei mercati.

In precedenti articoli abbiamo individuato uno degli effetti più disastrosi del mercato finanziario del petrolio nella crisi dell’industria della raffinazione europea. Proprio quando la raffinazione avrebbe bisogno di mettere in campo un grande sforzo finanziario per una ristrutturazione profonda degli impianti e delle tecnologie, si assiste ad un crollo dei margini degli operatori causati dalla sistematica azione speculativa dei mercati finanziari.
Siamo di fronte quindi a scenari di crisi in cui sembra evidente che il potere della finanza - cioè, di fatto, di non più di una decina di banche nel mondo - sia oggi smisurato e privo di qualunque controllo politico. Non è una novità affermare che il potere della finanza e delle banche è smisurato: nuova è l’attuale dimensione del fenomeno a livello planetario, in grado di intervenire negli equilibri politici e sociali di intere regioni del mondo e nello sviluppo di settori strategici dell’economia mondiale.

Ricordo di avere imparato sui libri del liceo che le guerre nel XVI secolo si decidevano ad Anversa, capitale della finanza dell’epoca. In un’era in cui gli eserciti non erano formati da truppe nazionali, ma da mercenari, ottenere i finanziamenti dalle banche di Anversa era fondamentale per arruolare soldati e avere una possibilità di vincere.
Proprio per tenere sotto controllo Anversa, Carlo V, imperatore di Spagna e del Sacro Romano Impero, non risiedeva a Madrid ma a Bruxelles. Esisteva quindi una sorta di controllo del potere politico sulla finanza internazionale. Oggi, davanti a questo immenso potere, privo di controllo e che determina effetti devastanti, viene da chiedersi perché tutto ciò sia possibile. Si potrebbe fantasticare su scenari del tipo di quelli descritti da Orwell in 1984, con un Grande Fratello intento ad usare la leva finanziaria per raggiungere i propri scopi, ma sappiamo che la complessità del mondo non consente queste semplificazioni.

Dobbiamo allora ragionare su due possibili spiegazioni. Una è il permanere di un indirizzo economico neoliberista e monetarista a livello mondiale, condiviso dalla maggioranza dei governi dei Paesi economicamente più forti, che però comincia a sfaldarsi e a provocare effetti collaterali non previsti e non voluti.
L’altra, che non ci siano più leadership politiche a livello mondiale in grado di esprimere una capacità di governo verso questi centri di potere. Gli sviluppi successivi alla crisi finanziaria del 2008/2009 fanno propendere più per la seconda. Le banche sono state salvate dai governi, senza tentare di imporre almeno un cambiamento delle regole dei mercati finanziari. Quando Obama ha tentato di aprire il dossier Wall Street, si è dovuto fermare immediatamente. Non si vedono in giro nuovi Roosevelt, Churchill o De Gaulle.

Se mettiamo insieme i messaggi che arrivano dal Giappone, con il disastro di Fukushima, e dalla Libia con la fermata della produzione dei greggi quasi tutti di qualità leggera (quelli ottimali per la produzione di benzine di alta qualità), ci rendiamo conto ancora una volta come il controllo del mercato degli idrocarburi continui ad avere un peso strategico per tutti i Paesi industrializzati. Già nei prossimi mesi verificheremo alla pompa di benzina gli effetti di questi eventi.
Eppure, nonostante l’evidenza di questo impatto strategico del petrolio (come pure quello dei generi alimentari), si continua a consentire che questa materia prima sia oggetto della più devastante speculazione finanziaria. Carlo Marx ci descriveva un mondo in cui il padrone di una fabbrica e il suo operaio rappresentavano i due nemici di classe per eccellenza. Oggi sono entrambi due fuscelli trascinati dal vortice di una corrente travolgente.

Forse continuiamo a parlare del mondo con modelli che funzionavano fino a pochi anni fa, ma non consentono più di orientarsi in mezzo agli eventi che si susseguono con una rapidità prima d’oggi sconosciuta nella storia dell’umanità. In questo quadro la politica appare troppo spesso inadeguata, smarrita, incapace di comprendere e guidare i processi economici e sociali. E noi continueremo a vedere il prezzo dei carburanti aumentare alla stazione di servizio, almeno finché continueremo a produrli nelle nostre raffinerie.

 
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