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A Cancún risultati modesti, ma concreti Stampa E-mail

di Ugo Farinelli


Il sedicesimo incontro delle parti aderenti alla Convenzione delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici - la cosiddetta COP-16, chiusasi a Cancún in Messico il 10 dicembre 2010 - non ha destato grande interesse nei media e nell’opinione pubblica. Scottati dal fallimento dell’incontro dell’anno precedente - la COP-15 di Copenhagen a dicembre 2009 – nessuno si aspettava molto da Cancún. In realtà, questa mancanza di aspettative è stata un po’ la chiave del risultato tutto sommato positivo che è stato ottenuto: lasciati da parte, senza neppure affrontarli, i problemi che a Copenhagen erano apparsi insolubili, ci si è concentrati su quelli meno controversi, per i quali è stato possibile arrivare ad accordi largamente condivisi. Naturalmente i problemi di fondo, rinviati, restano e prima o poi dovranno essere affrontati. Ma almeno, a differenza di Copenhagen, qualcosa è stato possibile riportare a casa. [...]

Prima di tutto un accordo sulla deforestazione e sugli effetti delle variazioni nella destinazione d’uso dei territori. Si sostiene il meccanismo delle Nazioni Unite REDD+ (Riduzione delle Emissioni da Deforestazione e Degrado) che aiuta i Paesi in via di sviluppo a combattere la riduzione delle aree forestali e in generale il degrado del territorio. In secondo luogo, si istituisce un Fondo Verde per il Clima (Green Climate Fund), inizialmente appoggiato alla Banca Mondiale, destinato ad essere una parte del processo delle Nazioni Unite per aiutare Paesi poveri e in via di sviluppo ad adattarsi al cambiamento di clima e sostenere gli sviluppi a basso contenuto di carbonio.

E qui emerge una delle parole chiave di Cancún, appunto l’adattamento. È un po’ un segno di sconfitta, ma anche di realismo. Da molto tempo si considerano parallelamente misure di mitigazione (cioè le misure per ridurre e ritardare i cambiamenti climatici) e di adattamento (cioè le misure per sopravvivere e svilupparsi anche in presenza di un cambiamento del clima con effetti nocivi). Ma ultimamente abbiamo assistito a un aumento della rilevanza delle misure del secondo tipo rispetto a quelle del primo. Esempi? Se non possiamo evitare che cresca il livello dei mari, costruiamo degli argini più elevati. Se il clima più caldo impedisce la coltura del mais, sviluppiamo dei tipi di mais che resistano alle temperature più elevate. Se le nuove condizioni favoriscono in molte zone l’aumento delle zanzare, studiamo nuove cure per la malaria. E così via.

È un riconoscimento di sconfitta: probabilmente non arriveremo a evitare un’evoluzione del clima, con tutti i danni che può comportare, anche se fossimo capaci a intervenire efficacemente da subito; ciò che non avviene. Troviamoci quindi a metà strada: un po’ cerchiamo di mitigare i cambiamenti climatici e un po’ cerchiamo di conviverci. È una tendenza che già si faceva sentire da tempo (per esempio negli investimenti della World Bank, che si spostano progressivamente verso l’adattamento) ma che a Cancún è stata codificata nel Cancún Adaptation Framework e nella creazione di un Comitato per l’Adattamento per sostenere le misure prese o da prendere a livello dei singoli Paesi, inclusi i sistemi per ridurre la vulnerabilità, la gestione dei disastri provocati dal clima, la sicurezza energetica e alimentare. [...]

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