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PAUSA-ENERGIA
 
Come rilanciare il (mini) nucleare in italia e vivere felici! Stampa E-mail

di Federico Santi



E tre. Tre Energumeni sullo stesso argomento. Lo so: possono essere più noiosi dei sette volumi della Ricerca di Proust, con il dovuto rispetto. Ma stavolta - prima e ultima, prometto - è inevitabile. Infatti, negli ultimi due Energumeni ho detto e ripetuto che un nucleare italiano e piccolo è meglio di un nucleare francese ed enorme.
È un pensiero che, senza scomodare il francese Lapalisse (morto in Italia), avrebbe potuto esprimere anche l’arboreo filosofo Max Catalano (È meglio lavorare poco e fare tante vacanze, piuttosto che lavorare molto e fare poche vacanze, Quelli della notte, 1985). Eppure, a quanto pare, è un pensiero che suscita reazioni scomposte: chi sghignazza pensando ad una repubblica delle banane in grado di mettere a punto una nuova tecnologia atomica (e dimentica chi ha dato i natali ad Enrico Fermi); chi si arrabbia perchè coi francesi ha già speso una tombola (e ancora non ha fatto neanche ambo); chi sospira “sarebbe bellissimo!” ma poi si rassegna alla Mignottocrazia di Guzzanti; chi - quasi nessuno, in verità - si fa prendere dall’entusiasmo, risveglia lo spirto guerrier ch’entro gli rugge e comincia a rimboccarsi le maniche per lavorarci, a cominciare dal convincere il vicino di banco dell’ovvia bontà dell’idea. In realtà, l’idea non è mia, non è nuova e davvero è lapalissiana.

Tanto che i francesi stessi, dopo la splendida figura che l’EPR sta facendo a Flamanville e ad Olkiluoto davanti agli occhi del mondo, cominciano a strizzare l’occhio a nuove soluzioni di piccola taglia, modulari, a basso impegno di capitale, costruite prevalentemente in officina in tempi ridotti e ad alta qualità, possibilmente a sicurezza intrinseca o comunque con sistemi di sicurezza improntati alla massima semplicità, col nucleo blindato per lunghi periodi o con qualche altro metodo contro i rischi di proliferazione, basati su principi fisici che riducano o addirittura annullino la produzione di scorie. Ecco, questo è l’identikit del reattore che il mondo cerca, francesi inclusi. Senza peccato alcuno, dunque, da parte di chi, magari in qualità di Energumeno, ambirebbe ad averne qualche esemplare made in Italy.

Lasciamo stare (chissà poi perchè) che in Italia sin dagli anni ‘80 sono stati messi a punto diversi progetti di mini-nucleare, con le caratteristiche suddette; per amor di ateneo cito ad esempio il MARS, che in quasi trent’anni di studi ha permesso lo sviluppo di un importante know-how, a tutt’oggi valorizzato con incarichi di studio, ricerche e progetti da tutto il mondo. Ovvio che senza una filiera nucleare italiana non è possibile che progetti come il MARS arrivino allo stato di cantierabilità.
Ma è altrettanto ovvio che se in Italia si rilancia una filiera nucleare basata su impianti stranieri, nessuna tecnologia italiana decollerà mai e nessuna industria nucleare italiana nascerà. Prevediamo impegni di capitali per oltre 30 miliardi di euro e ci arrendiamo a priori ad una pura acquisizione di tecnologia dall’estero, con fiumi di denaro nostro che andranno ad arricchire le casse di Nicolas (o di Barack, par condicio: Westinghouse non starà certo a guardare; scommetto un euro che quanto prima gli americani avranno dall’Italia lo stesso trattamento riservato ai francesi - e non è che l’AP1000, certamente meno mastodontico dell’EPR, sia poi così leggero).
La ragione per cui torno sul tema per la terza volta è presentare un elenco (alla Fazio…) di mini-reattori in corso di sviluppo, indicando i relativi sviluppatori, così da sottolineare che non si tratta della parabola dell’Energumeno. [...]

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