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Mercato petrolifero, crisi finanziaria e Panini Stampa E-mail

a cura di Drilling


Il prezzo del greggio si è portato, durante il 2010, mediamente 10 dollari/barile al si sopra del valore del 2009. Nelle ultime settimane dell’autunno abbiamo registrato un valore intorno a 85 dollari/barile, abbastanza in linea con la media annuale.
Ed è anche un valore al di sopra di quel fantomatico nuovo equilibro stabile, nell’intervallo di 60-70 dollari/barile, che tanti guru avevano annunciato al mondo, dopo il crollo a 37 dollari/barile del novembre 2008. Questo aumento, sulla media annuale, avviene dunque al di fuori delle aspettative e durante lo svilupparsi della crisi economica.

Troppi eventi stanno avvenendo - giorno dopo giorno - che non fanno che confermare la gravità della crisi e del nuovo disordine internazionale. Una crisi economica con un livello di consumi pen troliferi stagnante o in diminuzione don vrebbe provocare un indebolimento del prezzo del petrolio. E invece si verifica il contrario.
Mi sono trovato a discutere di questo tema di recente con alcuni esperti del settore e, per tentare di esprimere il mio punto di vista su questo fenomeno, ho fatto ricorso al seguente ragionamento. Nel dicembre 1988, l’Opec decise di adottare come riferimento del prezzo del petrolio greggio, anziché il valore dell’Arabian light, il greggio saudita di qualità leggera, il valore del Brent. In quel momento tutti pensarono che si trattasse del valore del greggio prodotto nel Mare del Nord e il cui nome era appunto Brent. Nessuno comprese che si trattava di un equivoco, un caso di omonimia. Il Brent in oggetto non era un greggio, ma un titolo finanziario.

Immaginiamo, per un momento e per gioco, che l’Opec avesse deciso di adottare, come riferimento per la fissazione del prezzo, il valore di un particolare tipo di pomodoro ciliegino, cui il creatore e massimo produttore avesse dato il nome Brent. Non scordiamo, fra l’altro, che il nome originario Brent appartiene ad una razza di anatra delle isole scozzesi Shetland.
La scelta avrebbe potuto essere motivata dall’alto consumo energetico necessario per la produzione del ciliegino Brent. Una volta presa la decisione, diventerebbe ovvio che il prezzo del petrolio sarebbe dipeso, quasi esclusivamente, dalla domanda e dall’offerta di ciliegino Brent sul mercato internazionale. Raccolti abbondanti, prezzi bassi; annata difficile, prezzi alti. Moda del ciliegino in ascesa, prezzi alti; e così via.
Nessuno si sarebbe sognato di guardare, per analizzare i movimenti del prezzo o per azzardare previsioni future, la domanda e l’offerta del petrolio greggio in quanto tale. Abbiamo premesso che l’esempio appena descritto è un gioco, ma in grado, pur con le dovute differenziazioni e analisi di merito, di darci una descrizione abbastanza vicina della realtà.

Queste dinamiche del mercato petrolifero, lentamente, cominciano ad apparire chiare e comprensibili ai soggetti principali dello stesso mercato petrolifero, Paesi produttori e compagnie petrolifere. Cosa è infatti il mercato del Brent, quello vero, che definisce il prezzo del petrolio?

Si tratta di un gigantesco gioco analogo alle figurine Panini dei giocatori di calcio. Le figurine, una volta stampate e vendute, creano un mercato di scambio fra i vari bambini o appassionati che le cercano, e il loro valore si differenzia in funzione della loro richiesta. Quelle di giocatori famosi e popolari varranno di più di quelle di giocatori anonimi o meno conosciuti.
Immaginiamo che un giorno, per qualche ragione, le squadre di calcio del mondo, con l’accordo di Uefa e Fifa, decidano che il valore di mercato dei vari giocatori sia quello delle rispettive figurine Panini o che venga indicizzato a quel riferimento.
Verrebbe originato un doppio mercato: uno, quello del calcio mercato, dove a fronte di soldi veri un club recluta un giocatore in carne ed ossa; e l’altro, dove tutti possono comprare o vendere figurine Panini senza per questo diventare mai proprietari di un giocatore. Se il mercato delle figurine dovesse svilupparsi enormemente, grazie alla facilità con cui sarebbe possibile comprare e vendere (online, ad esempio), potrebbe ad un certo punto diventare una forma di investimento in sé, con partecipanti che mai in passato si erano occupati di calcio e tanto meno delle figurine Panini.

Se una banca internazionale, per ragioni varie, investisse capitali rilevanti nelle figurine di un giocatore, ne determinerebbe un aumento del valore, indipendentemente dalla performance del giocatore e dalla politica del club del quale il giocatore fa parte.
Diremmo che il calcio mercato è sfuggito di mano agli operatori di quello sport ed è diventato uno strumento di speculazione finanziaria, con effetti positivi e negativi anche per il mondo del calcio (guadagni o perdite per i soggetti che possiedono i giocatori le cui figurine sono oggetto di speculazione).

Nel mondo del petrolio è avvenuto qualcosa di simile. Negli anni ‘80 è stato creato un mercato delle figurine, quello dei contratti future, che sono come delle carte di plastica su cui è disegnato un barile di greggio. Chi compra queste carte di plastica, compra il disegno di un barile, ma non ha (salvo eccezioni) alcuna possibilità di scambiare una carta di plastica contro un barile vero.
Il mercato delle figurine del petrolio è un mercato quasi totalmente indipendente da quello del petrolio fisico, con soggetti che vi operano e lo dominano (controllandolo e manipolandolo) e che non hanno, normalmente, alcun rapporto o interesse nell’industria petrolifera. Nel dicembre 1988 i Paesi Opec, senza averne la consapevolezza, decisero che il prezzo dei loro greggi sarebbe stato fissato sulla base del valore delle figurine del petrolio.
Si trattò di un cambiamento di carattere geopolitico quasi inosservato, che ha trasferito il controllo e la gestione del mercato petrolifero internazionale dalle mani dei Paesi Opec a quelle della city di Londra e, un po’ meno, di Wall Street. Questo è stato l’evento che ha rovesciato i rapporti di forza che si erano stabiliti a partire dalla crisi del 1973.

Per anni, l’espansione costante di questo mercato parallelo ha fatto da sostegno al mercato fisico. Il valore del disegno del barile è stato costantemente superiore a quello del barile stesso, portando benefici ai soggetti che investono in questo settore e ai Paesi produttori. Si è quindi lasciato fare. Era un gioco pazzo, ma alla fine utile.
Nell’autunno del 2008 il fallimento delle principali banche che possedevano massicce quantità di figurine del petrolio ha fatto precipitare il valore delle figurine e quindi del prezzo del petrolio che da queste deduce il valore di riferimento. Da quel momento si è ripreso a parlare della necessità di rivedere il meccanismo con cui si fissa il prezzo del petrolio, ma sommessamente e senza fretta. Il prezzo, in fondo, grazie alla ripresa del mercato delle figurine (dove le banche hanno rimesso gran parte dei soldi ricevuti dai governi), viaggia a livelli nettamente superiori a quelli fisiologici per il mercato fisico. Meglio discutere e approfondire. Le azioni saranno discusse se e quando le banche troveranno modi più redditizi per investire i loro soldi.

Per ora, si va avanti così. E quindi dobbiamo rassegnarci a vedere il prezzo del petrolio andare su e giù, evitando di avere la pretesa di spiegare le correlazioni fra queste oscillazioni e i fondamentali dell’industria petrolifera o le politiche dell’Opec.
Credo che, se riflessioni analoghe fossero estese ad altri settori dei mercati finanziari, risulterebbero più chiare le ragioni della difficoltà e delle resistenze enormi che esistono ad ogni progetto di riforma di questi mercati e delle Borse internazionali.
Un riallineamento dei mercati virtuali a quelli reali potrebbe risultare drammatico per le banche, ma forse prima o poi sarà inevitabile avviare questo processo. Nel frattempo, restando al settore petrolifero, questo clima di attesa da un lato porta benefici concreti e immediati ai produttori della materia prima (Paesi produttori e compagnie petrolifere), ma sta determinando effetti drammatici nei settori dell’industria della raffinazione, che rappresentano il caposaldo per garantire il rifornimento dei mercati al consumo.

Il gioco dei mercati finanziari sta progressivamente erodendo la capacità di incentivare investimenti per il rinnovamento degli impianti esistenti, rendendoli adatti a produrre prodotti petroliferi di più alta qualità.
In Europa e negli Usa si sente parlare solo di chiusura di raffinerie e di dismissione di impianti produttivi, trasformati in depositi per ricevere prodotti provenienti da aree geografiche diverse. Il fenomeno sta diventando drammatico nelle aree di consumo occidentali, dove l’economia è fortemente dominata dai mercati finanziari. È quasi paradossale vedere che i soli Paesi che stanno investendo nel settore della raffinazione sono Cina e India, dove gli interventi dello Stato nella gestione dell’economia reale sono ancora determinanti. Sono nazioni che guardano al futuro, al di là delle crisi contingenti e delle incertezze del mercato odierno.

In Occidente spesso prevale la falsa convinzione che alla liquidità dei mercati finanziari corrisponda una eccedenza di capacità dei sistemi produttivi. Di questo passo, fra non molto, insieme ai pomodori provenienti dalla Cina, cominceremo a dover dipendere dall’approvvigionameto di prodotti petroliferi dalla Cina e dall’India. A quel punto dovremo essere pronti a pagare prezzi elevatissimi, vista la concorrenza cui dovremo far fronte a livello mondiale.
Una politica diversa da quella attuale sarebbe più ragionevole e vantaggiosa, economicamente e socialmente, ma allora dovremmo essere in grado di mettere mano al portafoglio e investire massicciamente nelle tecnologie e negli impianti di raffinazione. Si tratta di priorità molto più importanti della costruzione di nuove centrali nucleari, e l’Europa se ne dovrebbe far carico con urgenza.

 
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