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Profumo: “Il tecnologo non basta più” Stampa E-mail

di Dario Cozzi


Francesco Profumo, rettore del Politecnico di TorinoSui temi della R&S, della fuga dei cervelli, della disponibilità di risorse, della concorrenza cinese, Francesco Profumo, rettore del Politecnico di Torino, sceglie di percorrere una strada alternativa al consensus oggi prevalente in Italia.
E fornisce chiavi di lettura decisamente più stimolanti - e propositive - rispetto a chi vede tutto nero e si limita a denunciare una situazione insostenibile o sanabile soltanto attraverso una improbabile moltiplicazione delle disponibilità economiche.
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Partiamo proprio dalla fuga dei cervelli...
La scelta dei nostri studenti e ricercatori di andare all’estero non rappresenta un problema e, anzi, va intesa come un’opportunità e una risorsa potenziale per il Sistema Paese. Ciò che deve realmente preoccupare è la scarsa capacità di attrattiva che esercita oggi l’Italia. La nostra nazione ha un grande bisogno di nuova energia, soprattutto per poter competere con quelle realtà emergenti che hanno una popolazione più giovane e motivata della nostra.
Quindi, deve più che mai incrementare la propria appetibilità ed esercitare un forte richiamo nei confronti delle risorse umane provenienti dall’estero, convincendosi del fatto che ogni euro investito nell’attrazione di talenti ha un coeffi- ciente di ritorno senza eguali e un effetto moltiplicativo che dura nel tempo. Questa, del resto, rappresenta da sempre la vera forza degli Stati Uniti.


Non è un po’ tardi per percorrere questa strada virtuosa?
Credo di no. Esistono ancora interessanti opportunità, soprattutto in quei Paesi – come le nazioni dell’Africa mediterranea – dove ancora in pochi hanno investito e che sono anche più vicini all’Italia.

In questo scenario, l’energia potrebbe recitare in un ruolo di protagonista o di semplice comprimaria?
Almeno per quanto riguarda la nostra esperienza, l’energia rappresenta un filone trainante nell’ambito della ricerca accademica. Al Politecnico di Torino abbiamo 230 tra professori e ricercatori impegnati in ambito energetico, su un corpo docente di circa 800 addetti. Le competenze chiamate in gioco sono, per altro, sempre più complesse, trasversali e tra loro interconnesse: tecnologie dell’informazione, nuovi materiali, territorio, città e trasporti intelligenti...

Ma, nel concreto, l’Italia ha oggi la forza, la volontà e le risorse per investire in ricerche così complesse?
Personalmente credo che le maggiori criticità vadano ricercate proprio in termini di volontà. Prendiamo il caso della pubblica amministrazione. Se solo decidesse di allocare una piccola frazione dell’attuale spesa corrente in investimenti, si potrebbero liberare ingenti risorse e ottenere grandi risultati.
Oggi in Piemonte la spesa sanitaria ammonta, nel suo complesso, a 4 miliardi di euro l’anno. Scegliendo di indirizzare solo il 2 per cento di questa cifra in R&S, avremmo subito a disposizione 80 milioni di euro l’anno. Solo in Piemonte, e limitatamente alle possibili applicazioni innovative nel settore della salute!

Una cifra sensibilmente superiore rispetto a quanto oggi è destinato in tutta Italia per la Ricerca di Sistema elettrico...
Infatti. Il problema della ricerca, a mio avviso, non riguarda tanto la mancanza di risorse in senso lato, quanto la scelta di allocazione delle disponibilità. È una questione di cultura per un Sistema Paese che dovrebbe un po’ rivedere le sue strategie e le sue priorità. C’è poi - innegabilmente - anche l’aspetto organizzativo. Oggi l’Italia ha un problema di parcellizzazione della ricerca che mal si concilia con la portata attuale dei progetti di R&S, il più delle volte trasversali e sempre meno di nicchia.
Un processo di aggregazione delle competenze e dei centri rappresenterebbe quindi un ulteriore, indispensabile, punto di svolta.
L’invecchiamento dei ricercatori è un’altra criticità che riguarda non solo il nostro Paese ma - più in generale - l’Europa. In Asia, Brasile e anche in molte nazioni emergenti dell’Africa, ci troviamo a competere con forze più fresche (in termini di strutture, ma soprattutto di persone), con maggiore energia. La nostra sfida, dunque, è tre volte più difficile in quanto appesantita da tre vincoli: la parcellizzazione, l’età media dei ricercatori, la scarsa capacità di allocare in modo efficace le risorse.

_“Occorrono anche capacità
_di tipo economico, finanziario,
_ sociologico, addirittura filosofico.
_Un’università come la nostra deve
_puntare alla formazione di persone
_in grado di progettare, ma anche
_di essere soggetti di relazione,
_con una maggiore apertura nei
_confronti degli aspetti umanistici”

Ha fatto cenno, in precedenza, alla estrema vitalità dell’Asia. Anche recentemente lei si è recato in Cina: ci fa un breve resoconto di quanto sta succedendo all’interno della Grande Muraglia?
Il ruolo delle competenze ingegneristiche in Cina è estremamente importante e per promuovere queste figure professionali sono stati varati programmi davvero ambiziosi. Il settore universitario cinese, nel suo complesso, è in grande evoluzione. Dal 2000 al 2008 il numero di studenti è passato da 2 milioni a 6 milioni (2 dei quali, all’incirca, sono iscritti proprio a ingegneria), con investimenti straordinari in termini di infrastrutture, campus, laboratori di ricerca. In parallelo si è operato per selezionare un numero ristretto di università di eccellenza alle quali sono state destinate ingenti risorse per poter condurre ricerca ai massimi livelli qualitativi.
I risultati ottenuti, lusinghieri in termini numerici, non hanno però ancora centrato gli obiettivi sul versante qualitativo. È così partito un programma di accreditamento delle migliori università locali secondo i più stretti parametri internazionali. Il processo di internazionalizzazione ha poi avuto ulteriori sbocchi: da una parte la Cina ha iniziato ad attrarre professori stranieri di grande esperienza e professionalità; dall’altra, ha promosso il completamento degli studi degli studenti più meritevoli al di fuori dei propri confini.

Italia compresa?
Posso rispondere con due dati che parlano da soli. Quando per la prima volta sono stato nominato Rettore del Politecnico di Torino, nel 2005, da noi erano iscritti 27 studenti cinesi. Oggi sono 1.000 e rappresentano già un quinto di tutti gli studenti stranieri iscritti al nostro ateneo.

In questo scenario in rapida evoluzione, anche il settore formativo è chiamato a un ripensamento. Quali modifiche dovrebbe introdurre, a suo avviso, per rispondere in maniera sempre più efficace alle sfide della globalizzazione e alla domanda del mondo del lavoro?
Con l’accelerazione dell’innovazione, la scuola deve essere sempre più formativa e meno informativa. Gli studenti attuali, della generazione di Internet, hanno a disposizione una quantità di informazioni senza precedenti nella storia dell’uomo, tuttavia non organizzate. I formatori devono capire che è in atto un cambiamento simile - ma con dimensioni molto più ampie - a quello che si è innescato dopo l’invenzione della stampa di Guttemberg. La rivoluzione di allora può essere sintetizzata nel passaggio dal modello di formazione basato sulla trasmissione orale dal sapere al nuovo metodo dei libri.
Oggi, si tratta di trasformare la scuola da semplice fonte di contenuti a fornitore di strumenti di analisi e di sintesi, di valutazione, di selezione, di giudizio sulla qualità delle informazioni. L’università deve saper riorganizzare i propri programmi formativi privilegiando l’insegnamento di una capacità logico-deduttiva.

Le competenze che oggi servono, specie in un settore complesso come quello dell’energia, impongono inoltre una ibridazione dei saperi.
È vero. Il tecnologo non basta più: occorrono anche capacità di tipo economico, finanziario, sociologico, addirittura filosofico. Un’università come la nostra deve quindi puntare alla formazione di persone in grado di progettare, ma anche di essere soggetti di relazione, con una maggiore apertura nei confronti degli aspetti umanistici. Una sorta di nuovo umanesimo. Tutto ciò ha inevitabilmente profondi riflessi sulla formazione.
In parallelo - torno su un punto già affrontato in precedenza - occorre accelerare il processo di internazionalizzazione. Le nostre università devono incrementare la capacità di attrazione nei confronti degli universitari stranieri; e nel contempo dobbiamo pensare a una quota parte di formazione all’estero per i nostri studenti. Infine, dovremo creare una collaborazione sempre più stretta tra scuola e aziende (o enti), attraverso tirocini lunghi e progetti di tesi condivisi.

 
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