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La ricerca è in fase (anche) di “estrazione” Stampa E-mail
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ENI E MIT ALLA LUCE DEL SOLE

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Paolo Scaroni, il presidente MIT Susan Hockfield e la ricercatrice MIT Karen Gleason

U
no degli ambiti di collaborazione più promettenti tra Eni e MIT riguarda il solare di prossima generazione. Lo scorso 4 maggio il presidente
del MIT, Susan Hockfield, e l’amministratore
delegato di Eni, Paolo Scaroni, hanno inaugurato
nel campus MIT l’Eni-MIT Solar Frontiers Center,
che vuole rappresentare il fulcro della collaborazione tra il cane a sei zampe e l’Istituto americano nel settore solare. Quattro i filoni di studio che potrebbero sfociare in concrete prospettive nei prossimi anni: la realizzazione
della prima cella solare ultraflessibile; l’approntamento della prima cella solare al mondo stampata su carta; lo sviluppo di materiali
innovativi a partire da virus, da applicare nelle
celle solari; la realizzazione di un prototipo
che massimizza il ritorno sull’investimento negli impianti solari termici a specchi. [...]

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di Davide Canevari


Uscendo di casa, a Londra, è buona regola portare sempre appresso un ombrello; anche se il cielo finge di essere del tutto sereno. Allo stesso modo, parlando di ricerca nel settore energia - pur nell’ipotesi di accelerare in ogni direzione gli sforzi per promuovere la diffusione delle fonti no carbon - bisognerebbe comunque tenere in massima considerazione le proiezioni dell’International Energy Agency sul futuro mix dei combustibili.
Ancora nel 2030, il petrolio coprirà la parte principale del fabbisogno energetico mondiale, seguito dal carbone e dal gas. Per quella data l’apporto delle rinnovabili sarà ancora (ampiamente) al di sotto della quota mercato detenuta dalle sorgenti fossili. Con le fonti dure dovremo quindi convivere ancora per vari decenni; tanto vale farlo nel migliore dei modi possibili.

Per questo è fondamentale che la R&S concentri parte dei suoi sforzi anche sullo sviluppo di tecnologie in grado di ridurre l’impatto ambientale dello sfruttamento delle fonti fossili e di mitigare gli effetti di possibili incidenti in fase di estrazione. L’incidente della piattaforma BP, che ha funestato questa primavera, rappresenta al riguardo un punto di svolta; una grande sfida-opportunità per il futuro del petrolio.

Da una parte, infatti, ha chiaramente comprovato l’attuale inadeguatezza dell’industria petrolifera nel fronteggiare in tempi rapidi e in maniera incisiva eventi catastrofici di tale portata, con la conseguenza diretta di una comprensibile crescente ostilità da parte dell’opinione pubblica a livello mondiale nei confronti delle estrazioni petrolifere in mare aperto. Dall’altra, ha offerto al settore della ricerca una preziosa occasione per dare una risposta più efficace rispetto alla semplice ipotesi di chiusura dei pozzi.
In questa direzione si è recentemente mossa Eni, che ha deciso di ampliare il proprio ambito di collaborazione con il prestigioso Massachusetts Institute of Technology a due nuovi filoni di ricerca [...].


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