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Oettinger: “Con energia investiamo sul nostro futuro” Stampa E-mail

INTERVISTA AL COMMISSARIO EUROPEO PER L'ENERGIA

di Davide Canevari


Günther H. Oettinger, European Commissioner for EnergyL’energia è il cuore della nostra economia e della nostra società. Quando investiamo nella direzione dell’energia stiamo investendo nel nostro futuro. Al contrario, trascurando l’efficienza energetica e la catena degli approvvigionamenti, rischiamo di andare incontro a conseguenze profonde e irreversibili. Ecco perché è cruciale predisporre adeguati piani di sviluppo delle tecnologie e delle infrastrutture energetiche”.

Parte da questo spunto Günther H. Oettinger, Commissario europeo per l’Energia, per delineare la sua
vision di un’Europa - almeno nei propositi - in rapida e profonda transizione verso un’economia low carbon, e addirittura - nel lungo periodo - zero carbon.

“Il mercato, da solo, può garantire gli approvvigionamenti, ma per un suo corretto funzionamento è indispensabile anche poter contare su un appropriato substrato di regole a livello europeo; cosa che abbiamo fatto introducendo il terzo pacchetto di Direttive sul mercato interno dell’energia. D’altra parte, le questioni energetiche non sono solo strettamente legate alla nostra vita quotidiana, ma anche ad eventi di natura geopolitica di portata planetaria”
.



Certo, resta ancora molto da fare…
Il fabbisogno di investimenti in infrastrutture, tecnologie, fonti energetiche è estremamente elevato. Abbiamo stimato che l’adeguamento della rete elettrica europea e la nuova generazione richiederanno un impegno finanziario fino a mille miliardi di euro entro il 2030 e che altri 150 miliardi saranno necessari per il settore gas domestico; senza contare la costruzione delle nuove pipeline di interconnessione con Paesi terzi. Operando in questa direzione dobbiamo sempre tenere presente che gli investimenti nell’industria energetica devono per forza di cose essere inquadrati in una logica di lungo periodo.
Le realizzazioni che stanno entrando in funzione in questi mesi nascono da decisioni prese parecchi anni or sono, e certamente influenzeranno la struttura energetica europea fino al 2030-2050. Questo ci spinge a dire che i soggetti che si confrontano nell’arena dell’energia hanno una particolare responsabilità vis-à-vis nei confronti delle future generazioni.

Ci fa un primo bilancio flash dello stato di salute della politica energetica europea?
Come Commissario europeo per l’Energia posso confermare che negli anni più recenti lo sviluppo di una capillare European energy policy ha avuto successo. Questo processo è stato portato avanti ambiziosamente e congiuntamente dagli Stati membri (e dai Länder tedeschi, in particolare), dall’industria, dalle istituzioni comunitarie.
Come noto, il nostro obiettivo è quello di ridurre del 20 per cento le emissioni di gas serra, di portare al 20 per cento il contributo delle rinnovabili rispetto ai consumi energetici europei complessivi, di aumentare nella stessa misura l’efficienza energetica. Il tutto entro il 2020. L’Europa non potrà mai raggiungere questi traguardi se non operando immediati e massicci cambiamenti nell’attuale panorama energetico e investimenti a tutto campo in nuove tecnologie e in un mix energetico più sostenibile, che guardi con preferenza alle fonti interne e alle soluzioni emissionfree, nucleare compreso; anche se questa opzione dipende poi dalle decisioni di ogni singolo Stato.

«Abbiamo stimato che
l'adeguamento della rete
elettrica europea
e la nuova generazione
richiederanno
un impegno finanziario
fino a mille miliardi
di euro entro il 2030»

Che ruolo riveste in questo contesto l’industria energetica?
Prioritario, poiché è coinvolta in prima fila nello sviluppo e nel finanziamento dei progetti di sicurezza energetica e nelle iniziative di ricerca e sviluppo. Per questo è necessario garantire una chiara e stabile struttura regolatoria: è una condizione indispensabile perché il settore privato sia disposto a investire. La piena implementazione del Third internal market package per l’energia obbligherà a considerevoli cambiamenti (inclusi i requisiti di unbundling), richiederà un maggiore coordinamento tra gli enti regolatori attraverso la European Agency for the Cooperation of the Energy Regulators e la ridefinizione dei rapporti di interazione e cooperazione tra gli operatori dei sistemi elettrici (ENTSO-E e ENTSO-G).

E per mandare i giusti segnali al mercato...
Dobbiamo cominciare da subito a posare le fondamenta di un’Europa che sia davvero sostenibile. La mia prima priorità come Commissario all’Energia è stata proprio quella di implementare il nuovo European regulatory framework, in maniera sollecita e appropriata. Questo passo favorirà considerevolmente il miglioramento delle condizioni di sicurezza dei nostri approvvigionamenti. Dobbiamo lavorare tutti assieme - la Commissione, gli Stati membri, il Parlamento europeo - perché si possano sviluppare nuove misure a livello comunitario per incoraggiare il cambiamento, l’innovazione, gli investimenti.
L’obiettivo che dobbiamo avere sempre presente non è solo quello di ottenere un’economia che sia low carbon, ma di arrivare, nel lungo periodo, ad azzerare le emissioni imputabili ai settori dell’energia e dei trasporti. E questo significa concentrare l’attenzione su tre elementi topici: infrastrutture, tecnologia, finanza.

Partiamo dal primo, le infrastrutture.
L’adeguamento del sistema di circolazione dell’energia all’interno del mercato europeo è legato intrinsecamente alla sicurezza degli approvvigionamenti ed è un elemento vitale per una politica di decarbonizzazione, in particolare per quanto riguarda una migliore integrazione delle rinnovabili e della generazione distribuita.
La crisi del gas dello scorso gennaio e i blackout che si sono verificati in Italia nel 2003 e in Germania nel 2006 confermano che la rete europea è ancora oggi troppo debole e non in grado di rispondere ad una improvvisa interruzione. Anche nel 2009 molti dei nuovi Stati membri non sono stati in grado di compensare il taglio delle forniture deciso dalla Russia. E la situazione rischia di peggiorare, dal momento che le nostre pipeline sono spesso datate, non esistono sufficienti interconnessioni tra gli Stati membri e le risorse domestiche di gas sono in costante declino.

Scendiamo più a fondo nell’argomento gas.
Al momento circa il 61 per cento dei consumi europei di gas naturale sono assicurati dalle importazioni. Il 42 per cento delle forniture provengono dalla Russia, il 24 per cento dalla Norvegia, il 18 per cento dall’Algeria e il residuo 16 per cento da altre nazioni, per la maggior parte sotto forma di GNL. Alcuni Stati membri hanno un solo fornitore, per ragioni storiche.
Quindi, nello specifico del gas è indispensabile incrementare da una parte la capacità di importazione e dall’altra la diversificazione delle fonti. Servono nuovi gasdotti e l’apertura di nuovi canali di approvvigionamento. In parallelo, dobbiamo incrementare la capacità di stoccaggio e realizzare nuovi progetti reverse flow. Il Nabucco, nel Sud Est europeo, e il Nord Stream avranno un ruolo di assoluto rilievo nel migliorare lo sicurezza energetica dell’Europa.

«Malgrado la crisi economica - o forse grazie a questa - c'è un bisogno senza precedenti
di investimenti congiunti
pubblico-privato nelle
nuove tecnologie eneregtiche»

Il gas naturale liquefatto è un’altra importante alternativa, in quanto favorisce sia la liquidità del mercato sia la competizione tra i fornitori presenti sullo scenario mondiale dell’energia.

Spostiamo ora l’attenzione sulla rete.
Il raggiungimento dei nostri obiettivi climatici passa anche dalla modernizzazione della rete e dalla diffusione delle smart grid. L’attuale network elettrico non è infatti del tutto compatibile con la generazione distribuita e non facilita la diffusione delle rinnovabili e l’investimento su risorse quali vento, acqua, sole e geotermico, che dipendono tipicamente dalle condizioni locali. Più in generale, nel settore elettrico è richiesta una maggiore diversificazione delle produzioni e una più elevata flessibilità da parte dei consumatori. Occorre pianificare una rete europea ad alte prestazioni, prevedendo un adeguato sistema di finanziamento (attraverso forme di sussidio o transit charge).
In aggiunta, sarà necessario potenziare e diffondere i sistemi di smart metering. Gestendo in maniera più efficace la domanda, sarà possibile ridurre la richiesta di picco e dunque la dotazione di capacità di surplus (tipicamente alimentata a carbone, olio combustibile o gas) fino al 50 per cento. Attraverso un utilizzo più razionale e controllato dell’energia elettrica, le utenze potranno ridurre i consumi anche nella misura del 20 per cento, contribuendo con questo al contenimento della bolletta energetica europea e alle emissioni di anidride carbonica. Un sistema elettrico supportato dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione permetterà il salto di qualità in questa direzione.

La tecnologia a servizio della sostenibilità?
Sì, dobbiamo sviluppare una nuova generazione di tecnologie avendo come obiettivo... l’obiettivo del 20-20-20 e il più ambizioso traguardo di un sistema energetico CO2 free entro la fine del 2050. Anche se siamo consapevoli che alcune tecniche allo studio non potranno essere utilizzate nel medio termine - e spesso servono alcuni decenni prima che una nuova soluzione si affermi e riesca a guadagnare una significativa presenza sul mercato - è fondamentale muoversi senza indugio.
Le tecnologie e i servizi a basse emissioni di anidride carbonica saranno gli indubbi protagonisti dello sviluppo del settore per i prossimi anni e servirà un’adeguata cooperazione a livello europeo per accompagnare la crescita di questo mercato. Lo European Strategic Energy Technology Plan (SET Plan) è stato approntato proprio per rispondere a questa esigenza. La policy europea dovrà fare la sua parte, favorendo l’introduzione delle nuove tecnologie, anche se alcune di queste - come il fotovoltaico, l’eolico offshore, le network technology, la CCS - sono obiettivamente ancora oggi troppo costose e non abbastanza efficienti.

Purtroppo, però, la R&S all’interno dell’Europa continua a soffrire per una cronica carenza di fondi. Quali le conseguenze e le possibili soluzioni?
Di questo passo rischiamo di perdere il treno. La Commissione ha stimato che nei prossimi dieci anni la ricerca energetica necessiterebbe di investimenti aggiuntivi per 50 miliardi di euro, rispetto a quelli ad oggi previsti. Questo significherebbe triplicare il volume di investimenti annui portandoli dagli attuali 3 miliardi fino a 8 miliardi di euro. I singoli Stati membri, i centri di ricerca, le aziende, dovranno coordinare i rispettivi sforzi in questa direzione. Malgrado la crisi economica - o forse grazie a questa... - c’è un bisogno senza precedenti di investimenti congiunti pubblico-privato nelle nuove tecnologie energetiche.

Qui entra in gioco il terzo pilastro, quello della finanza.
Porsi degli obiettivi strategici e condividere un percorso politico non basta per realizzare una nuova infrastruttura o per portare al debutto sul mercato una tecnologia innovativa. Servono anche i fondi; e questo è il vero problema nell’attuale contesto economico. L’International Atomic Energy Agency (IAEA) ha valutato alcune conseguenze della crisi economica e finanziaria: nel 2009 i soli investimenti nelle infrastrutture dell’oil&gas avrebbero registrato un calo del 21 per cento - a livello mondiale - rispetto al 2008. Complessivamente si tratta di un taglio di circa 100 miliardi di dollari (83 miliardi di euro).
Attraverso il recovery plan, sia la Commissione sia i singoli Stati membri si sono impegnati a spingere in particolare gli investimenti in infrastrutture. Nel maggio 2009 il Parlamento e il Consiglio europeo hanno adottato un energy financial package del valore di 3,98 miliardi di euro come parte integrante dell’European Economic Recovery Programme.
Mai prima d’ora il comparto energetico aveva beneficiato di un contributo di questa portata. Gli investimenti sono stati ripartiti tra

«L'energia nucleare è
una chiave tecnologica
indispensabile per
equilibrare il nostro
mix energetico»

le infrastrutture di interconnessione nel settore elettrico e del gas (2.365 milioni di euro), le wind farm offshore (565 milioni) e la CCS (1.050 milioni). In questo modo si è inteso rigenerare la capacità economica dell’Europa migliorando nel contempo la nostra sicurezza energetica e favorendo la riduzione delle emissioni di gas serra. Nella primavera di quest’anno la Commissione ha prodotto un primo rapporto sugli effetti del recovery package e sui progressi ottenuti nei tre settori di riferimento. Alcuni dei progetti interessati erano per altro già stati annoverati tra quelli prioritari del programma Trans-European Energy Network (TEN-E).

E la CCS?
La dimostrazione e l’accompagnamento al mercato delle tecnologie di CCS restano una priorità alta per tutti noi. Proprio in questi ultimi anni abbiamo assistito a sviluppi positivi in quest’area, in particolare con il coinvolgimento del settore imprenditoriale. E vari progetti stanno effettivamente beneficiando del supporto economico del recovery package. Altri incentivi finanziari saranno previsti nel nuovo European emissions allowance trading scheme.
Resta il fatto - per qualsiasi soluzione allo studio - che senza una adeguata disponibilità di fondi non potremo ottenere dei risultati significativi e soddisfare i target climatici ed energetici che ci siamo prefissi. Raggiungere il traguardo della sicurezza energetica ha un prezzo. Prima iniziamo a investire, minore sarà il prezzo che dovremo pagare. Per questo non dobbiamo permettere che la recente recessione possa ridurre i nostri sforzi, o dimenticare che le misure messe in atto non intendono solo stimolare l’economia attuale, ma proteggerci anche per il futuro dai rischi di eccessiva dipendenza dall’estero e dalle fluttuazioni del prezzo del greggio.

Per quanto riguarda l’energia nucleare?
A livello mondiale stiamo assistendo a una crescente ripresa di interesse nei confronti di questa fonte: sono circa 60 gli Stati che hanno chiesto un aiuto alla IAEA per sviluppare progetti e tecnologie nucleari. All’interno dell’Unione europea molte nazioni producono energia nucleare, e altre stanno muovendo passi concreti per attivare programmi di sviluppo.
Con circa 150 reattori operativi, che producono un terzo del fabbisogno europeo di elettricità, la Ue ospita attualmente il parco centrali più esteso a livello mondiale e le nostre nuclear company sono riconosciute tra i leader mondiali di settore, ai vari stadi della filiera: dalla costruzione e operatività degli impianti all’arricchimento e riprocessamento del combustibile.
L’energia nucleare può effettivamente dare una duplice risposta al problema dei cambiamenti climatici e alla sicurezza degli approvvigionamenti; senza considerare la possibilità di aumentare le capacità competitive dell’Europa. È una chiave tecnologica indispensabile per equilibrare il nostro mix energetico.

Non tutti i cittadini europei, però, la pensano così...
La pubblica opinione europea riconosce questi vantaggi, ma è anche consapevole dei rischi legati alla produzione di energia atomica. Questo deve impegnarci a garantire standard di sicurezza - nelle due accezioni di security e di safety - sempre più severi. È una sfida per l’Europa, che sta cercando di stimolare un pubblico dibattito sull’energia nucleare e sui suoi possibili apporti al perseguimento delle politiche energetiche comunitarie. Certo, lasciando a ciascuno dei singoli Stati membri la libertà di scegliesi un proprio mix energetico.
Nell’intento di massimizzare la trasparenza, la Commissione europea - con il supporto del Consiglio d’Europa - ha promosso uno European nuclear energy forum, proprio con l’intento di discutere con i diversi portatori di interesse pro e contro dell’opzione nucleare, senza posizioni a priori.
Lo scorso anno, durante il Consiglio degli Stati membri, è stata adottata all’unanimità una direttiva sulla sicurezza delle installazioni nucleari. Poter dimostrare alla popolazione che siamo in grado di disporre in maniera assolutamente sicura delle scorie prodotte dalle centrali - ma anche dal settore medico - è vitale per aumentare il grado di accettazione sul territorio.

Un piano ambizioso, quello esposto in queste pagine...
La nostra vision di un carbon-free energy and transport system entro il 2050 è obiettivamente ambiziosa, ma allo stesso tempo del tutto realistica. Per quella data siamo convinti di poter migliorare sensibilmente gli attuali livelli di efficienza energetica e di poter produrre energia esclusivamente ricorrendo a fonti a bassissima o nulla emissione di CO2. Stiamo parlando di un futuro mix energetico dominato dalle rinnovabili e dal nucleare, af- fiancati dalle fossil fuel con CCS. E in questa direzione la Ue dovrà, prima di tutto, operare per assicurare un adeguato substrato di stimoli e incentivi.
La creazione di un mercato interno, la sicurezza delle forniture, l’efficienza energetica e le rinnovabili, le reti di domani. Questi sono i temi sui quali impostare le priorità della politica energetica comunitaria. Assieme a un’adeguata politica estera europea, che anche nel settore energetico non può certo mancare.

 
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