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Casale: “Ecco le potenzialità dell’eolico in Italia” Stampa E-mail

di Davide Canevari


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The technology of wind turbines has developed towards increasingly large,
reliable and cost-efficient machines and, albeit still with the help of incentives in
many countries, wind has become a major source for electricity production.
Italy is not so rich in wind resources as
other countries and its windy areas are mostly located in hilly terrain, nevertheless large grid-connected wind plants have developed at a brisk pace here too, with
unit production costs that can currently be estimated typically around 120 euros/MWh.

The use of small wind turbines has not yet developed so much in Italy, also because of the lack of suitable incentives that could offset their peculiar setbacks, such as higher specific plant costs and lower rotor heights above ground.
New measures have recently been launched in Italy and could help develop the small wind turbine sector as well. There are only a few Italian manufacturers of medium and large wind turbines (the technology of these machines is now aiming to even larger sizes), while a number of firms have developed small machines looking to foreign markets and hopefully to the opening of a domestic one.

Tools like wind atlases are useful as
general patterns of wind conditions, but the setting-up of a wind farm, especially
if large in size, requires careful wind surveys over the prospective site for a time long enough to prove the availability
of suitable resources. The ensuing costs are well justified for large plants, but can hardly be borne in the case of small wind turbines and this is a further uncertainty
to their widespread use.

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Claudio Casale, Ricerca sul Sitema Energetico



























Nel settore energetico l’eolico è la fonte che - forse più di ogni altra - ha beneficiato di un’evoluzione imprevedibile per i suoi stessi sostenitori. Gli aerogeneratori sono sempre più grandi, efficienti, affidabili, e stanno raggiungendo dimensioni impensabili anche solo dieci anni or sono, per la letteratura di settore. Le previsioni di sviluppo della generazione eolica vengono riviste al rialzo di anno in anno. E i costi di produzione, almeno per gli impianti di una certa taglia, si stanno allineando a quelli delle centrali convenzionali (pur non essendo ancora del tutto competitivi). Nuova Energia ha incontrato Claudio Casale di RSE, per delineare un quadro più completo della situazione attuale e delle possibili evoluzioni a breve e medio periodo.


Partiamo dalle considerazioni economiche.
I costi unitari di produzione - per qualsiasi fonte - dipendono da una frazione che ha per numeratore l’onere annuo (attualizzato) derivante dai costi d’investimento e dai costi d’esercizio e manutenzione (la fonte primaria nel caso dell’eolico è gratuita) e per denominatore la produzione annua d’energia ceduta alla rete.
Il costo di un impianto eolico in un tipico sito italiano è mediamente costituito per il 70 per cento dagli aerogeneratori e per la parte restante da fondazioni, strade, infrastrutture elettriche, lavori d’installazione, progettazione, qualificazione anemologica del sito, incombenze burocratiche, eccetera. In altri Paesi con siti più accessibili, l’incidenza percentuale di quest’ultima quota può essere sensibilmente inferiore. Lo stesso discorso si può fare per la minore complessità e lunghezza delle procedure autorizzative. Va anche segnalato che, di recente, i costi specifici d’impianto risultano in aumento, soprattutto in conseguenza della forte domanda di aerogeneratori.

E con riferimento a una tipica centrale italiana sulla terraferma?
Consideriamo 10 macchine da 2 MW, in un sito con orografia mediamente complessa e media accessibilità e distanza dalla rete. Secondo i dati forniti da Anev (Associazione Nazionale Energia del Vento), il suo tipico costo d’impianto è oggi dell’ordine di 1.800 euro/kW.
A partire da questo costo e assumendo oneri annui di esercizio e manutenzione crescenti nel tempo dall’1 al 4 per cento del costo dell’impianto, se l’impianto viene costruito in un sito italiano con media ventosità - dell’ordine di 1.800 ore/anno equivalenti di funzionamento a potenza nominale - si ottiene un costo unitario dell’energia intorno a 120 euro per MWh, con tasso di attualizzazione cautelativamente pari al 7 per cento. Naturalmente, il costo unitario dell’energia diventa sensibilmente più basso con risorse eoliche mediamente più elevate, dell’ordine di 2.200-2.500 ore/anno equivalenti. Ma questo non è il caso dell’Italia.
A differenza dell’Europa settentrionale, dove soffiano venti forti e regolari provenienti dall’Oceano Atlantico, o delle grandi pianure degli Stati Uniti, i nostri siti eolici hanno regimi di vento meno costanti e si trovano prevalentemente in terreni montani o comunque complessi.

Altre possibili voci di costo?
Bisogna anche considerare che la crescente diffusione di impianti in zone poco servite dalla rete può comportare sensibili costi aggiuntivi (nuove linee e stazioni o rinforzo di quelle esistenti) al fine di trasportare l’energia dalle aree di produzione a quelle di consumo. Inoltre, la variabilità e l’aleatorietà della fonte possono comportare un incremento di costi per il sistema elettrico nel suo complesso al fine di assicurare il bilanciamento fra energia prodotta e assorbita e garantire il mantenimento della frequenza e della tensione entro gli intervalli previsti per la qualità del servizio elettrico.
Il tipico costo che ho citato per la produzione da fonte eolica in Italia, per quanto non troppo lontano dalla competitività con le fonti tradizionali, è tuttavia ancora superiore ai prezzi di vendita dell’energia elettrica sui mercati all’ingrosso e rende quindi tuttora indispensabili i meccanismi incentivanti. In Italia, la principale incentivazione per i produttori da fonte eolica deriva, com’è noto, soprattutto dalla concessione da parte del GSE di Certificati Verdi commerciabili.

Come variano i costi nel caso dell’eolico offshore?
Il costo specifico d’impianto è più elevato per i maggiori oneri derivanti dalle macchine adattate all’ambiente marino, dalle fondazioni subacquee, dall’installazione in mare. Per gli impianti in costruzione ricorrono oggi stime da 2.800 a quasi 4.000 euro/kW. Questo maggior costo dovrebbe, però, essere compensato dalla maggiore energia prodotta.
L’interesse per gli impianti offshore deriva essenzialmente dal fatto che la loro localizzazione ad almeno qualche chilometro dalla costa riduce l’impatto visivo e nel contempo permette di sfruttare venti più forti e regolari, producendo quindi più energia a pari potenza installata. Mentre la producibilità specifica annua di un impianto terrestre è tipicamente di 1.500-2.500 ore/anno equivalenti, quella di un buon impianto offshore può essere dell’ordine di 3.000-3.500 ore/ anno.
Con le tecnologie attualmente disponibili, basate sull’installazione degli aerogeneratori sul fondo marino con fondazioni di vario tipo (monopalo, a gravità, a tripode, a traliccio, a suzione), possono essere sfruttate aree offshore con acque di profondità fino a 30 metri (finora vi è stato un solo esempio di impianto offshore costruito in acque profonde 45 metri). Per profondità superiori sembra inevitabile il ricorso ad aerogeneratori galleggianti, per ora oggetto di studi o di pochissimi prototipi.

Finora abbiamo parlato di vere e proprie centrali, ma esiste anche il minieolico. Come sta evolvendo il settore? Ci può fare un’ipotesi di costo anche in questo caso?
Effettivamente esiste anche un mercato per aerogeneratori di piccola taglia, con potenze unitarie che vanno da 1 kW, o anche meno, fino a circa 200 kW, destinati all’alimentazione di utenze non servite dalla rete oppure al collegamento a reti elettriche in bassa o media tensione. Per altro, il limite superiore di potenza nominale che definisce la categoria dei piccoli aerogeneratori è piuttosto controverso. La Norma CEI EN 61400-2 definisce piccoli aerogeneratori quelli con area spazzata dal rotore inferiore a 200 metri quadri (che corrisponde a circa 50 kW di potenza nominale).
D’altra parte, la potenza di 200 kW è il limite massimo per cui viene concessa dalla Legge italiana del 24 dicembre 2007, n. 244, e successivo DM del 18/12/2008, la possibilità di godere delle tariffe onnicomprensive per l’elettricità prodotta da piccoli impianti eolici.
Ciò premesso, l’aspetto più critico è proprio quello economico. Rispetto ai costi tipici già citati per le centrali eoliche di grande taglia, per impianti minieolici fra 3 kW e 50 kW i costi d’impianto specifici sono dell’ordine di 2.500-4.000 euro/kW e anche più, con valori crescenti al diminuire delle dimensioni. Oltre i 50 kW, il costo specifico tende a calare avvicinandosi a quello dei grandi impianti.

Una delle principali critiche che si muovono al settore eolico italiano riguarda la filiera industriale, dove le nostre tecnologie sembrano rivestire solo un ruolo marginale. Proviamo a ripercorrerla...
Nel settore delle macchine medie e grandi, l’unico importante polo industriale è rimasto a lungo Vestas Italia (Taranto), che appartiene al gruppo danese Vestas, di cui utilizza la tecnologia. Per quanto riguarda il made in Italy, di recente si è avuto l’esordio sul mercato del gruppo Leitner di Vipiteno - attraverso la consociata Leitwind - che ha sviluppato modelli da 1,5 MW con caratteristiche di ultima generazione. Anche il gruppo Moncada sta avviando la produzione di un proprio aerogeneratore da 850 kW.
Si deve poi sottolineare che non poche aziende italiane sono attive nella fornitura di componenti di vario tipo - torri, mozzi, cuscinetti, sottosistemi e componenti elettrici ed elettronici, sistemi di controllo, eccetera - non solo destinati ai costruttori di aerogeneratori presenti sul territorio nazionale, ma anche a costruttori esteri. Non si deve inoltre trascurare l’indotto dovuto al costante coinvolgimento di imprese locali in occasione della messa in opera di centrali eoliche, in particolare per i lavori civili e l’installazione delle infrastrutture elettriche. Ci sono, infine, piccole aziende (Jonica Impianti, Tozzi, Terom, Salmini, Layer Electronics, Ropatec e diverse altre) che costruiscono aerogeneratori di piccola taglia per impianti minieolici.

A quali mercati sono destinati questi prodotti: Italia o export? Quanti minieolici si vendono ogni anno nel nostro Paese?
Per queste ultime aziende lo sbocco principale appare per ora il mercato estero, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo, ma anche in nazioni industrializzate con ampi territori ventosi e bassa densità di popolazione, come gli Stati Uniti. Nel solo 2008 sono stati installati nel mondo oltre 19.000 aerogeneratori di potenza non superiore a 100 kW.
In Italia, a differenza dell’eolico di grande taglia, il mercato del minieolico è ancora agli albori, proprio perché per molto tempo è mancata un’incentivazione specifica per le piccole macchine che tenesse conto dei loro particolari problemi, fra cui soprattutto i costi specifici elevati e le altezze al mozzo limitate che non sempre consentono di arrivare a catturare venti di velocità sufficiente ad assicurare un’elevata producibilità. La tariffa speciale concessa al minieolico dai recenti provvedimenti legislativi prima citati sembra avere smosso un po’ le acque, ma è presto per fare previsioni.
Possiamo dire che, secondo i dati del GSE, al 30 giugno 2009 le unità minieoliche che godevano di questa tariffa erano in Italia circa 40, per complessivi 1.120 kW di potenza. Pochissimo in rapporto al grande eolico. D’altra parte, se in Italia si aprisse un mercato del minieolico, i nostri costruttori dovrebbero probabilmente affrontare un’agguerrita concorrenza da parte di quelli esteri. Ci sono nel mondo oltre 200 costruttori minieolici, anche se a dire il vero non tutti - a quanto si sente - offrono prodotti dello stesso livello qualitativo.

Come sta evolvendo la tecnologia di settore? E fino a dove potrebbe spingersi la crescita della taglia degli aerogeneratori?
Fino a qualche tempo fa, la taglia più diffusa impiegata nelle centrali eoliche era compresa tra 600 kW e 850 kW. Più di recente, seguendo una tendenza già in atto nell’Europa settentrionale, anche in Italia si è incominciato a installare, dove possibile, macchine con potenze unitarie da 1,5 a 3 MW. Nelle macchine da 600-850 kW il rotore ha un diametro di 40-55 metri e un’altezza del mozzo dal suolo intorno ai 50 metri. Nelle macchine fra 1,5 MW e 3 MW, i rotori hanno invece diametri di 70-90 metri e altezze al mozzo fino a 100 metri. Esistono anche aerogeneratori da 5-6 MW, con rotori di diametro fra 120 e 130 metri, tipicamente destinati agli impianti offshore (alcuni impianti offshore con unità da 5 MW sono già in esercizio) e per il futuro si punta a esplorare la possibilità di costruire aerogeneratori ancora più grandi, fino a 10-20 MW.
In passato, il funzionamento tradizionale degli aerogeneratori connessi alla rete avveniva a velocità del rotore costante, con il generatore elettrico (generalmente di tipo asincrono) collegato direttamente alla rete attraverso il trasformatore di macchina. Nei modelli più recenti si è affermato il funzionamento a velocità più o meno variabile, grazie all’inserimento di un convertitore di frequenza all’uscita del generatore, che può essere sincrono o asincrono.

Facciamo un passo indietro e torniamo al greenfield. Come si decide se un’area interessante può davvero dar luogo a un’iniziativa imprenditoriale?
Una volta che un’area è stata presa in considerazione come potenziale sito per un impianto eolico, ad esempio in base alle mappe di velocità media annua del vento e di producibilità annua specifica teorica dell’Atlante eolico dell’Italia, la sua effettiva idoneità deve essere verificata accertando che possegga tutti i necessari requisiti.

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La nuova versione dell’Atlante eolico dell’Italia
messa a punto da RSE è consultabile sul sito www.erse-web.it
oppure direttamente su http://atlanteeolico.erse-web.it

 
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Gli strumenti come l’Atlante eolico sono soltanto indicatori di massima della disponibilità della risorsa eolica in una data zona, ma non possono sostituire la caratterizzazione anemologica del particolare sito in cui si intenderebbe costruire un impianto. Questa caratterizzazione è necessaria non solo per decidere il tipo, il numero, la disposizione delle macchine da installare, ma anche per valutare con sufficiente attendibilità la convenienza economica dell’investimento.
Il regime ventoso del potenziale sito viene caratterizzato effettuando misure sul posto per definire i principali parametri statistici relativi a velocità e direzione del vento, in particolare la velocità media annua, la velocità massima, i parametri che individuano la distribuzione delle frequenze e la relativa curva di durata delle velocità, la rosa dei venti con le frequenze delle direzioni, eccetera. Ciò richiede l’installazione di una stazione di misura di altezza opportuna (15-50 metri e anche più) per un periodo di tempo tale da coprire almeno un anno, in modo da tenere nel debito conto tutte le variazioni stagionali. Rilievi su periodi più brevi potranno essere accettabili soltanto nel caso in cui sia possibile avvalersi di correlazioni con dati storici di altre stazioni sufficientemente vicine.
Purtroppo, mentre il costo di una campagna anemometrica ad hoc è pienamente giustificabile per un grande impianto, difficilmente può esserlo per un piccolo sistema da qualche decina di kilowatt. In questo caso, spesso ci si deve accontentare di stime indirette, oppure limitarsi alle informazioni desumibili delle carte degli Atlanti eolici, che però hanno un certo livello d’incertezza oltre ad una limitata risoluzione territoriale: l’estensione tipica della cellula cui si riferisce ogni singolo valore di velocità del vento non è inferiore ad 1 km quadrato e, soprattutto in terreni montuosi, su 1 km quadrato ci possono essere significative variazione orografiche che influenzano le condizioni di vento da punto a punto. Non dimentichiamo poi che l’altezza al mozzo delle macchine più piccole è spesso intorno a 10-15 metri, cioè al di sotto di quella minima per cui gli Atlanti forniscono i dati. Ad esempio, l’Atlante eolico dell’Italia fornisce velocità medie annue del vento e producibilità specifiche a quote di 25, 50, 75 e 100 metri dal suolo.
Un altro aspetto da verificare per tempo è la possibilità effettiva di disporre, nel sito, di un’adeguata estensione di terreno libero da vincoli ambientali e d’uso che ne potrebbero impedire l’utilizzo. Anche la copertura (vegetazione, costruzioni, eccetera) e l’andamento del terreno devono essere tali da non creare interferenze non accettabili con il flusso del vento dalle varie direzioni.
Teniamo conto che, negli impianti eolici, gli aerogeneratori vanno disposti secondo uno schema opportunamente studiato in funzione della configurazione del terreno e del regime ventoso locale, e che occorre lasciare fra le varie macchine distanze sufficienti ad evitare un’eccessiva interferenza aerodinamica, tipicamente 3-7 volte il diametro del rotore.

Come si completa questa fase di studio?
Occorre anche verificare la presenza, o la facilità di realizzazione, di strade idonee a consentire l’accesso al sito da parte di mezzi anche pesanti. Le pendenze non devono essere eccessive né all’interno dell’area dell’impianto né lungo le vie d’accesso, per limitare difficoltà e costi di trasporto delle parti degli aerogeneratori (navicella, pale, conci di torre, eccetera) e delle gru necessarie al montaggio.
Un ulteriore aspetto importante è l’esistenza di un punto di collegamento ad una rete elettrica che possa assorbire l’energia prodotta dall’impianto e si trovi ad una distanza tale da evitare la costruzione di linee di connessione di lunghezza eccessiva.
L’energia elettrica prodotta dalla varie unità viene infatti trasmessa a una sottostazione di trasformazione da cui parte la linea di collegamento dell’impianto eolico con la rete elettrica. Se gli impianti hanno una potenza inferiore ai 5 MW o poco più, può essere sufficiente il collegamento con reti in media tensione (in Italia tipicamente 15-20 kV), generalmente presenti anche nelle zone rurali in maniera piuttosto capillare. Se, invece, la potenza cresce, occorre prevedere un collegamento a reti in alta tensione, non sempre raggiungibili con facilità.

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GLI USA ANCORA AL TOP
MA LA CINA "SOFFIA" FORTE

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La potenza complessiva degli impianti eolici installati
nel mondo è andata crescendo negli anni con
un ritmo costante. Alla fine del 2009 la potenza
di generazione da fonte eolica era arrivata a quasi
158 GW rispetto ai 121 GW di fine 2008. Nel solo
2009, dunque, sono stati installati nel mondo circa
37 GW di nuovi impianti, che hanno incrementato
la potenza in campo del 31 per cento, con un giro d’affari che il Global Wind Energy Council ha valutato in circa 45 miliardi di euro.

Nella top list delle nazioni eoliche, gli Stati Uniti
(con 35 GW a fine 2009 e uno share sul totale
mondiale del 22 per cento) hanno da qualche tempo scavalcato la Germania, che nel corso del 2010 dovrebbe subire anche il sorpasso delle Cina, dove
il totale in campo a fine 2009 risultava più che doppio rispetto a quello del 2008. Anche la posizione degli
Stati Uniti, di questo passo, sembra essere a rischio. Nel 2009 la maggioranza delle nuove installazioni
si è suddivisa - pressoché equamente - tra Europa (dove è quasi stazionaria da tempo la Danimarca, pioniere di questa fonte), Asia e Nord America.

La potenza delle centrali offshore operative ha raggiunto, alla fine del 2009, circa 2.100 MW, quasi interamente in Europa (soprattuttoin Danimarca,
Regno Unito, Svezia, Olanda, Irlanda) con impianti
di potenza anche notevole, fino a oltre 200 MW per centrale. Per quanto riguarda l’Italia, il censimento effettuato da Enea ha registrato 4.850 MW collegati
alla rete alla fine del 2009, con un incremento
di 1.114 MW (più 30 per cento) rispetto al 2008.
Altre statistiche possono segnalare valori leggermente diversi; discrepanze comprensibili per ragioni che vanno dai differenti criteri adottati per stabilire la data di completamento di un impianto, al fatto che il Gestore della rete di trasmissione nazionale potrebbe non avere percezione degli impianti più piccoli e anziani.

La produzione specifica media su tutti gli impianti
nel loro complesso nel 2009 è stimabile intorno alle 1.500 ore/ anno equivalenti a potenza nominale.
Ciò naturalmente non esclude che per un certo
numero d’impianti ben gestiti e opportunamente
situati le prestazioni siano state anche
sensibilmente migliori.
In Italia sono per ora operativi solo impianti su terraferma, ma alcune iniziative di grandi dimensioni
nel settore dell’eolico offshore tradizionale (acque
profonde non oltre 30 metri) sono state annunciate
da Enel, Gamesa, Trevi, eccetera. È in corso in Italia
anche un’iniziativa sperimentale - una delle prime al mondo - riguardante l’offshore in acque profonde.
La società Blue H sta lavorando per la sperimentazione di un aerogeneratore su
piattaforma galleggiante al largo della Puglia,
su un fondale di 100-120 metri.

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Cosa si può dire in tema di impatto ambientale?
Sono numerosi gli aspetti ambientali che occorre affrontare prima di realizzare un impianto eolico, soprattutto in vista delle procedure autorizzative. L’aspetto che emerge in modo più immediato è l’impegno del suolo, anche se il terreno fra le macchine può continuare a essere utilizzato per pascolo o coltivazioni: di norma la potenza eolica installabile non supera 5-6 MW/km quadrato, con i valori più bassi tipicamente nei siti con terreni complessi. Questo aspetto è anche correlato con l’inserimento degli impianti eolici nel paesaggio.
Le questioni legate all’impatto visivo sono spesso l’argomento più critico nella Valutazione d’Impatto Ambientale di un impianto eolico. Altri aspetti da considerare sono la sicurezza delle persone contro il distacco di parti strutturali degli aerogeneratori (eventualità abbastanza remota, visto che sono progettati secondo precise norme della IEC) e il lancio di frammenti di ghiaccio, la valutazione del rumore (anche se questo è contenuto entro limiti generalmente accettabili con le macchine attuali), le possibili interferenze con le telecomunicazioni (sia pure di solito limitate a un’area ristretta), la coesistenza con l’avifauna, particolarmente in zone attraversate da rotte di migrazione. È superfluo sottolineare l’importanza e la delicatezza che le procedure autorizzative assumono; è d’altronde inevitabile che le iniziative debbano incanalarsi nell’ambito dei piani di sviluppo del territorio stabiliti dalle autorità locali.

Come potrebbe evolvere, nei prossimi anni, la geografia dei parchi eolici italiani?
Il traguardo fissato per l’Italia dal Libro Bianco del CIPE nel 1999 era di 2.500 MW eolici al 2008-2012, ed è stato superato già alla fine del 2007. Secondo Terna, sulla base dei progetti in corso e delle richieste di connessione per cui sono stati presi impegni economici, la potenza installata potrebbe arrivare a 6.000 MW a fine 2010 e 9.600 MW al 2013-2014.
Anche RSE ha effettuato alcune stime del potenziale sfruttabile in Italia, selezionando, a partire dall’Atlante eolico, la parte di territorio con ventosità sufficiente e ragionevolmente compatibile con le installazioni eoliche. Si è valutato un potenziale dell’ordine di 6.000 MW eolici (incluso l’esistente) con condizioni simili a quelle attuali.
Il potenziale potrebbe poi aumentare fino a 12.000 MW (con produzione di 20-24 TWh/anno) ipotizzando di ricorrere a siti meno facili, sempre con un ruolo di punta delle Regioni meridionali e insulari.
Per il potenziale offshore RSE ha effettuato solo ipotesi di massima, per la molteplicità dei fattori in gioco e la maggiore incertezza con cui sono valutate le risorse nell’Atlante eolico. Come primo approccio, è stato stimato un potenziale dell’ordine di 1.000-2.500 MW in acque basse (fino a 30 metri di profondità) e intermedie (fino a 60 metri), e di altri 2.000-4.000 MW in acque profonde soprattutto lungo le coste di Sardegna, Sicilia, Puglia. Da valutazioni più recenti e approfondite, risulterebbe ora che il potenziale potrebbe essere maggiore, fino a circa 10.500 MW, ma purtroppo sempre localizzato prevalentemente in acque profonde, per le quali non sono ancora pronte tecnologie di sfruttamento commercialmente utilizzabili.
Sostanzialmente in linea con le stime sopra riportate è il potenziale indicato come sfruttabile entro il 2020 dal Governo italiano nel Position Paper del 2007 sulle rinnovabili, pari a 12.000 MW (10.000 MW sulla terraferma e 2.000 MW offshore), per una produzione di 22,6 TWh/anno. Queste valutazioni governative sono tuttora in corso di affinamento, in particolare per la messa a punto del Piano d’Azione per le fonti rinnovabili che i Paesi dell’Unione europea devono approntare in ottemperanza alla Direttiva 2009/28/CE (per intenderci, quella che ha assegnato ai vari Paesi Ue gli obiettivi nazionali da raggiungere per le fonti rinnovabili al 2020).
Per concludere, si deve anche ricordare che un’altra valutazione del potenziale eolico è stata effettuata dall’Anev nel 2008: 16.200 MW (di cui 200 offshore) con una produzione annua di 27,2 TWh installabili al 2020. Non è comunque da escludere che le attuali stime possano essere anche ritoccate al rialzo, soprattutto utilizzando metodi più raffinati per le aree terrestri ad orografia complessa e ipotizzando l’impiego sulla terraferma di aerogeneratori di grande taglia.

E il minieolico? Esistono delle stime di potenziale sviluppo?
Come già detto, in Italia potrebbero delinearsi prospettive concrete di sviluppo anche per gli impianti minieolici, grazie alle misure incentivanti introdotte dalla Legge 24 dicembre 2007, n. 244, e dal D.M. del 18 dicembre 2008 per gli impianti eolici di potenza da 1 a 200 kW. I piccoli aerogeneratori, come del resto gli impianti solari fotovoltaici, si prestano particolarmente ad essere installati in luoghi non serviti dalla rete nazionale e di grande pregio ambientale, come le piccole isole, o in località comunque remote e non connesse ad una rete di distribuzione.
Più in generale, si può pensare che il minieolico, caratterizzato da singole unità di piccole dimensioni e quindi con basso impatto visivo e facili da trasportare, possa trovare un certo impiego anche in siti ventosi ritenuti marginali per i grandi impianti. Ciò aprirebbe una via alla maggiore diffusione dell’eolico anche nell’Italia centrale e settentrionale. È tuttavia difficile, per il momento, azzardare stime di sviluppo del mercato minieolico in Italia. Gli handicap maggiori sono i costi specifici elevati e la limitata altezza delle macchine. Molto dipenderà da quanto le attuali misure d’incentivazione si dimostreranno nella pratica adeguate a compensare questi svantaggi di partenza.

Il contributo di RSE a questo lavoro è stato finanziato dal Fondo di Ricerca per il Sistema Elettrico
nell’ambito dell’Accordo di Programma tra ERSE e il Ministero dello Sviluppo Economico - D.G.E.N.R.E.
stipulato in data 29 luglio 2009 in ottemperanza al DM 19 marzo 2009.

 
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