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Serena: "L'Italia può dare di più nell'estrazione di gas e petrolio" Stampa E-mail

di Davide Canevari

Forse è solo una coincidenza storica. Ma proprio nell’anno in cui nasceva l’Italia, muoveva i sui primi passi anche l’industria nazionale estrattiva. Le prime testimonianze di sfruttamento di pozzi petroliferi – a ridosso delle manifestazioni naturali di fuoriuscita nell’Appennino settentrionale – risalgono infatti al 1860. Nel 1891 per la prima volta viene superata la barriera delle 1.000 tonnellate/anno. Poi, nel 1911, un nuovo record: 10.000 tonnellate! Oggi quei numeri fanno sorridere. L’Italia del 21 secolo “brucia” la stessa quantità di petrolio più o meno in un’ora. Nel frattempo la ricerca e l’estrazione di idrocarburi in Italia sono cresciute di parecchi ordini di grandezza. E il Bel Paese può vantare “numeri” superiori a quanto si possa pensare di primo acchito. Nel 2005 il sottosuolo italiano ha generato 11, 9 miliardi di metri cubi di gas naturale e 44,3 milioni di barili di olio combustibile. Un quantitativo che pone il nostro Paese al quarto posto in Europa, dopo Norvegia, Inghilterra e Olanda. L’Europa non sarà l’Arabia e neppure la Russia. Ma è comunque un Continente strategico in termini di risorse e di produzione; quindi il quarto posto dell’Italia non può certo essere liquidato con il sorriso sulle labbra.
“In effetti – commenta Giordano Serena, presidente Settore idrocarburi e geotermia di Assomineraria - nell’Europa dei 25, Norvegia compresa, i dati al 2004 ci dicono che i consumi di olio, di 5,4 miliardi di boe (barili di olio equivalente) e quelli di gas, di 3,1 miliardi di boe, sono coperti dalla produzione domestica, rispettivamente per il 40 per cento e per il 60 per cento”.

E quanto vale il quarto posto dell’Italia in questo scenario?
In tale contesto il nostro Paese contribuisce per il 2 per cento in termini di olio e per il 4 per cento limitatamente al gas. Considerando la situazione dei consumi interni, le produzioni nostrane corrispondono al 15 per cento del fabbisogno di gas e al 7 per cento dei consumi di petrolio.

Negli ultimi anni si evidenzia un forte declino della produzione di gas naturale. Era inevitabile? È una questione di mancanza di risorse naturali o anche di insufficienti risorse (economiche) destinate all’esplorazione e allo sfruttamento di nuovi giacimenti?
Partiamo dai dati. Effettivamente il trend di produzione del gas è in netto decremento. Nel 1995 sono stati estratti 20,4 miliardi di standard metri cubi, un valore pari al 37,4 per cento dei consumi totali nazionali. Lo scorso anno siamo scesi al di sotto dei 12 milardi. In termini relativi, come detto, il 15 per cento del fabbisogno complessivo. Secondo le stime di Assomineraria, continuando con il trend attuale nel 2010 la produzione nazionale di gas scenderà a 5 miliardi di metri cubi l’anno, coprendo solo pochi punti percentuali dei consumi, a fronte di una crescita della domanda che porterà il fabbisogno nazionale ben al di sopra degli 80 miliardi di metri cubi.
La caratteristica tipica di un pozzo di gas naturale è quella di assicurare le massime rese fin dall’inizio, per poi declinare; quando è in via di esaurimento anche con un tasso medio del 10-15 per cento l’anno. I dati della produzione italiana confermano che, negli ultimi anni, si è continuato a sfruttare giacimenti già noti, senza aggiungerne di nuovi (più che altro per difficoltà di carattere amministrativo). Ed è un peccato, perché in teoria qualcosa da cercare, nel sottosuolo italiano, ci sarebbe stato. L’Italia ha ancora parecchio di importante da dare.

"I DATI DELLA PRODUZIONE ITALIANA CONFERMANO CHE, NEGLI ULTIMI ANNI,
SI È CONTINUATO A SFRUTTARE
GIACIMENTI GIÁ NOTI,
SENZA AGGIUNGERNE DI NUOVI
(PIÚ CHE ALTRO PER DIFFICOLTÁ
DI CARATTERE AMMINISTRATIVO).
ED È UN PECCATO, PERCHE' IN TEORIA,
QUALCOSA DA CERCARE,
NEL SOTTOSUOLO ITALIANO, CI SAREBBE STATO.
L'ITALIA HA ANCORA PARECCHIO
DI IMPORTANTE DA DARE."

Per quanto riguarda l’estrazione di petrolio si nota – invece – un buon incremento negli ultimi cinque anni e un trend sostanzialmente positivo anche nel lungo periodo, ovvero dal 1995 in poi.
In effetti, lo sviluppo dei campi in Basilicata ha permesso di migliorare i risultati negli ultimi cinque anni. Dai 29,5 milioni di barili prodotti nel 2001 l’Italia è arrivata – lo scorso anno – a 44,3 milioni. Questo permette di coprire il 7 per cento della domanda interna complessiva (era il 5,2 nel 2001). Se allarghiamo lo sguardo a un periodo maggiore di tempo, va sottolineata la mole di attività delle Compagnie petro-lifere negli ultimi 50 anni. C’è stato molto lavoro, ma ci sono stati anche ottimi risultati. Il know how è maturato e si è sviluppata una imprenditoria industriale.

Buoni segnali, ma si poteva fare di più?
Più che altro si poteva accelerare lo sfruttamento dei pozzi già noti, come nel caso della Basilicata. Ci sono voluti tempi troppo elevati per passare dai primi ritrovamenti alla produzione. Purtroppo per trovare un accordo economico – tra le compagnie petrolifere presenti in zona e le amministrazioni locali – sono stati necessari degli anni!
Nel frattempo molti stranieri – e alcuni italiani - hanno gettato la spugna e hanno abbandonato il campo. Il discorso è quello di sempre, e vale per i pozzi come per le centrali. Se si vuole realizzare qualcosa di nuovo e di concreto servono tempi certi e più brevi di quelli attuali.

Cosa c’è da attendersi concretamente nei prossimi anni?
Partiamo dalle riserve accertate. Queste assommano per il gas a 165 miliardi di metri cubi e per il petrolio a 724 milioni di barili; al tasso attuale di produ-zione l’indice di vita è pari a 14 anni circa per il gas e a 20 anni per il petrolio. Se si considerano le riserve potenziali (che sono state valutate preliminarmente, ma per le quali non è ancora certo se sia conveniente o possibile lo sfruttamento) potremmo arrivare a 200 miliardi di metri cubi di gas e fino a un massimo di 2.700 milioni di barili per il petrolio. L’Italia, lo confermo, resta un Paese con un potenziale interessante. Naturalmente per “ripartire” occorre investire in operazioni di accertamento.

E i soldi ci sono?
Risorse a disposizione – anche se non enormi – ci sarebbero…

Davvero le compagnie petrolifere internazionali, che in questi anni sono rimaste alla finestra nelle aree più promettenti del Pianeta limitando gli investimenti in ricerca, possono interessarsi all’Italia?
A conferma delle potenzialità reali del nostro Paese ricordo che la britannica Northern Petroleum ha ottenuto in via preliminare otto nuovi permessi di ricerca petrolifera in Italia. Si tratta di sei permessi offshore, quattro dei quali nel canale di Sicilia, due nell’Adriatico Meridionale e altri due sulla terraferma, in Pianura Padana: Longastrino, vicino Bologna, e Gattinara in provincia di Novara. La compagnia ora dovrà avviare studi di impatto ambientale per il via libero definitivo delle operazioni. Direi che le maggiori possibilità ci sono, in particolare per le compagnie di piccole dimensioni. L’importante è che l'accettabilità sociale non diventi un limite invalicabile e che il quadro normativo e delle regole sia più chiaro di quello attuale.

Cosa propone, a questo punto, Assomineraria?
Per il gas la possibilità di invertire il trend negativo esiste ed è concreta. Volendo si potrebbero raddoppiare i volumi attuali. Basterebbe avere un po’ più di coraggio nel facilitare lo sviluppo di giacimenti già scoperti e nell’incentivare un’esplorazione che langue ormai da troppi anni. Ad esempio, ci sono 34 miliardi di metri cubi di gas già scoperti nel Nord dell’Adriatico, il cui sviluppo è bloccato dal 1995 per i timori di impatto ambientale, legati in particolare alla subsidenza. Anche per il petrolio la produzione attuale potrebbe essere notevolmente superiore a quella attuale, senza alcuni ostacoli di tipo amministra-tivo che hanno dilazionato, per esempio, lo sviluppo dei giacimenti di Tempa Rossa in Basilicata.

Quali vantaggi derivano dallo sfruttamento delle risorse nazionali?
Un primo vantaggio evidente ha a che fare con la bolletta petrolifera. Lo scorso anno la nostra fattura energetica ha registrato un risparmio di 3,7 miliardi di euro. E per la nostra bilancia commerciale non è un risultato da poco. Ma non è solo una scelta strategica. Estrarre gas in Italia conviene. Certo, il costo puro del metro cubo, all’origine, è inferiore in Medio Oriente. Ma la produzione domestica consente di ridurre tutta una serie di costi, a partire da quelli legati ai trasporti (via tubo o tramite terminali di Gnl). Su un mercato molto ricettivo come il nostro, sia in termini di prezzo sia di quantità, la scelta di estrarre gas è ancora remunerativa.

Da quali zone dell’Italia potrebbero arrivare sorprese positive?
Le aree che al momento sembrano più interessanti sono il basso Adriatico e la Sicilia. Certo, ormai ci troviamo in “zo-ne di frontiera” come l’Appennino pe-ninsulare e la Catena siciliana con profondità di oltre 6.000 metri. Oppure le aree dello Jonio ad alto battente d’ac-qua (oltre 1.000 metri di profondità). Le compagnie petrolifere sono pronte a far la loro parte, ma è necessario ga-rantire condizioni favorevoli di operatività e investimenti; soprattutto relativamente ai tempi di ritorno.

Questione rigassificatori. Quanto inciderà sui progetti futuri la scelta di investire (più o meno) sulla produzione nazionale di gas?
Si tratta di due elementi abbastanza svincolati tra loro. La produzione nazionale, anche in una ipotesi di nuova espansione, resterà comunque marginale, diciamo al di sotto del 10 per cento e tale da non incidere, quindi, sulla domanda nazionale. È una risposta alle richieste del mercato, incide positivamente – come detto – sulla nostra bilancia dei pagamenti, è un elemento di maggiore flessibilità. Ma i volumi non sono tali da condizionare le scelte di approvvigionamento dall’estero. Resta quindi più che valida e necessaria la decisione di creare alternative al tubo. I rigassificatori servono e vanno costruiti. Ci stanno lavorando in Francia, Spagna, Inghilterra. Non vedo perché l’Italia dovrebbe costituire un’eccezione.

 
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