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Benzina a 3,35 dollari a gallone: è la fine di un sogno americano Stampa E-mail
a cura di Drilling

La popolarità di Bush è scesa ai minimi storici per un presidente degli Stati Uniti. Ci sono molte ragioni, analizzate giornalmente da autorevoli commentatori e analisti politici, che vanno dalla politica estera a quella domestica. Credo tuttavia ci sia un fattore che viene appena accennato, ma pesa nella vita del cittadino americano medio più di quanto si possa immaginare in Europa: è il prezzo della benzina alla pompa di distribuzione. Oggi la benzina negli Usa costa mediamente 3,35 -3,50 dollari al gallone (circa 0,70 euro/litro). È quasi la metà del prezzo della benzina alla pompa in Europa, ma per gli Usa è una enormità che sta cominciando a incidere sulla vita e sulle abitudini delle persone. In città del “Mid Continent” diventano sempre più comuni gli spostamenti casa-ufficio nelle pooling cars (più persone che lavorano in uffici vicini viaggiano con la stessa vettura) e aumentano le opportunità di lavoro “da casa”, avvalendosi delle comunicazioni via Internet.

Per la prima volta il potere politico non è in grado di indicare un colpevole esterno per questo fatto. Non più l’Opec, non più Saddam Hussein. E tutti sanno che non c’entra Chavez o l’Iran. Alcune inchieste sono state aperte per verificare i comportamenti delle compagnie petrolifere. Ovviamente non approderanno a nulla. L’unica responsabilità delle compagnie è di aver seguito gli advisors finanziari, che hanno suggerito il taglio degli investimenti nel downstream e la concentrazione nell’upstream, determinando nel ciclo industriale del petrolio dei colli di bottiglia che stanno alla base dei prezzi alti e dei profitti elevatissimi. Ma in un sistema di deregulation e liberalizzazione può questa politica essere considerata una colpa?

Intanto c’è una cosa che gli americano hanno capito in modo chiaro e netto: il prezzo della benzina è 3,35 dollari al gallone e non 1 dollaro, come aveva promesso Bush in tutti i suoi messaggi subliminali, come risultato della guerra in Irak. Il prezzo di 3,35 per il cittadino americano vuol dire che la guerra è stata perduta. Credo che l’aspettativa della benzina a 1 dollaro al gallone (quasi fosse un diritto a prescindere per il popolo americano) abbia unificato l’elettorato del Mid Continent americano più delle spinte neoevangeliche delle chiese locali. O comunque ha reso poco digeribile ogni forma di contraddizione, compreso il messaggio di esportazione della democrazia dell’amministrazione Bush. Questo è stato il vero punto debole dei democratici americani: non avere né soluzioni alternative sul problema energetico, in particolare per i trasporti privati, né il coraggio di dire agli americani la verità sulla necessità di cambiamento di rotta nel sistema dei consumi. Oggi con la benzina già a 3,35 dollari al gallone bisognerebbe affrontare la crisi iraniana e venezuelana, con la consapevolezza che ogni atto di forza spingerebbe questo prezzo ancora più in alto, a livelli incompatibili con le necessità della società americana. Dietro l’uso di toni fermi ma meno minacciosi di quanto si ebbe verso l’Irak, si percepisce lo smarrimento di un gruppo dirigente che non sa dove dirigersi. La guerra irachena ha rafforzato terribilmente i falchi dell’Opec. L’Iran è perfettamente consapevole che, con il prezzo del petrolio a 70 dollari al barile, ogni azione di forza nei suoi confronti avrebbe un impatto dirompente su tutta l’economia occidentale, ma in particolare su quella americana. Con la fragilità che caratterizza i rifornimenti provenienti dall’Irak e dal Venezuela, una semplice diminuzione dei flussi di esportazione dall’Iran trascinerebbe i prezzi oltre 100 dollari a barile in brevissimo tempo. Le esportazioni irachene sono soggette ad un processo di stop and go, sia per gli enormi problemi di manutenzione degli impianti di produzione, trattamento e trasporto, sia per i frequenti attentati agli oleodotti che portano il greggio ai terminali di esportazione.

In Venezuela, da quanto la società di Stato è stata obbligata a riprendere il controllo dei campi petroliferi eliminando o riducendo la presenza operativa delle compagnie petrolifere, la produzione sembra essere in declino. Si parla anche di pozzi irrimediabilmente distrutti durante operazioni di normale manutenzione fatte da personale locale poco esperto. Nel caso del Venezuela bisogna ricordare che l’impatto sull’economia americana sarebbe ancora più dirompente, in quanto questo Paese esporta benzine già raffinate sul mercato americano. Questa semplice evidenza sta spingendo l’amministrazione a cercare diversivi in vista delle prossime elezioni di medio termine. Ad esempio, la problematica dell’immigrazione clandestina e la costruzione della muraglia fra Usa e Messico. L’accesa reazione degli immigrati di lingua spagnola, con scioperi e manifestazioni in tutto il Paese, potrebbero creare un clima di polarizzazione sociale che consenta di parlare “d’altro” durante la campagna elettorale.

La realtà è che il governo Bush ha condotto il Paese in un vicolo cieco. Per uscirne occorre una svolta profonda nella politica estera e nella politica energetica.. Svolta che Bush non è in grado di mettere in opera. Certo, le scelte del presidente americano hanno prodotto grandi vantaggi per le imprese militari e le compagnie petrolifere. I profitti registrati da questi ultimi negli anni passati sono stratosferici, fino a spingere molti Paesi produttori a rivedere i contratti in essere con le Compagnie. Questi Gruppi sono stati e sono i principali sostenitori dell’amministrazione. Basta constatare che, anche a fronte degli scandali e dell’impopolarità crescente, sono rimasti al loro posto sia Rumsfeld e Cheney, che rappresentano i simboli delle imprese militari e petrolifere, sia i loro entourage. Eppure sarebbe stata possibile una politica alternativa, anche se molto meno gradita alle lobby petrolifere e militari. Immaginiamo tutte le risorse finanziarie spese nello sforzo bellico verso l’Irak investite in progetti di riconversione energetica: risparmio, tecnologie di produzione di carburanti ecologici e per la salvaguardia ambientale, di un’industria automobilistica meno divoratrice di benzina.

"NESSUNO HA AVUTO
IL CORAGGIO DI DIRE CHE
LA BENZINA A 1 DOLLARO AL GALLONE È UN SOGNO IMPOSSIBILE CHE NEANCHE LA POTENZA MILITARE AMERICANA È IN GRADO DI GARANTIRE"


Questa è stata la mancata sfida dei democratici verso Bush. Lo scontro non si è svolto sul problema cruciale. Nessuno ha avuto il coraggio di dire che la benzina a 1 dollaro al gallone è un sogno impossibile. Neanche la potenza militare americana è in grado di garantire questo risultato. Solo tornando a far prevalere la sua capacità tecnologica anche in campo energetico, l’America potrà conservare un ruolo di leadership mondiale nei prossimi decenni. La strada è obbligata, ma quanto occorrerà perché la politica si faccia carico di queste scelte?


 
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