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Rinnovabili, come si può investire in Cina Stampa E-mail

di Aleksandr Vladimirovitch Esaulov - Master MEA, anno accademico 2009-2010


I Paesi BRIC (acronimo di Brasile, Russia, India e Cina) sono i principali attori delle economie emergenti e l’andamento dei loro mercati ha spesso ripercussioni complesse sull’economia mondiale. La Cina è tra questi quello più controverso. Negli anni Settanta Deng Xiao Ping crea il socialismo di mercato e nel 2001 la Cina diventa il 143° membro della WTO, portando avanti cambiamenti radicali nell’ambito del commercio estero, dell’attrazione degli investimenti e dell’intero sistema economico.
Il passaggio da un’economia comunista pianificata ad un sistema misto ha permesso al Paese di svilupparsi con ritmi elevatissimi, che alcuni analisti paragonano all’ascesa degli Stati Uniti d’America. Nel primo trimestre 2010 la Cina ha registrato una crescita del Pil del 12 per cento, con notevoli sviluppi in numerosi settori.
Torniamo però al 2002: il settore elettrico viene liberalizzato e si avvia un processo di unbundling. Le energie rinnovabili ricoprono ancora un ruolo marginale in un mix energetico fortemente centrato sul carbone, ma il 1° gennaio 2006 entra in vigore la Renewable Energy Law che descrive le modalità con cui queste assumeranno un ruolo di maggior rilevanza.
Lo sviluppo è pianificato dal Consiglio di Stato (art. 7), dietro consultazione della comunità scientifica (art. 9). Gli impianti approvati devono essere collegati alla rete (art. 14), mentre nelle aree più isolate si costruiranno degli impianti off grid (art. 15).
I costi aggiuntivi delle rinnovabili, compresi l’ampliamento e la gestione della rete, sono a carico dei contribuenti mentre i privati usufruiscono di incentivi del tipo feed-in tariff, sgravi fiscali e prestiti agevolati.

«È ovvio che la politica
europea del 20-20-20
sarà vanificata se gli sforzi per contrastare
il riscaldamento globale dovessero rimanere
confinati in Europa»

Viene istituito il Renewable Energy Premium (0,002 RMB/ kWh nel 2008) distribuito dal governo ai produttori. L’obiettivo è di arrivare al 15 per cento di rinnovabili sugli usi finali nel 2020, con 75 GW di mini idroelettrico, 30 GW di eolico, 30 GW di biomasse e 1,8 GW di solare, corrispondenti ad investimenti per 270 miliardi di dollari e rappresentanti per la parte elettrica 137 GW, su una domanda raddoppiata rispetto a quella attuale. In questo modo, la Cina vorrebbe rispondere alle pressioni della comunità internazionale che spera in una politica energetica quanto più green. I numeri della Cina sono infatti preoccupanti: 6,1 Gt di anidride carbonica nel 2007, che presumibilmente diventeranno 9,6 nel 2020. È ovvio che la politica europea 20-20-20 sarà vanificata se gli sforzi per contrastare il riscaldamento globale dovessero rimanere confinati in Europa.

Ma quali opportunità offre la Cina a quelle aziende straniere che volessero aiutarla a trasformare il proprio mix energetico, sbilanciandolo su tecnologie più pulite? Il primo passo per entrare nel mercato cinese in maniera duratura è aprire un ufficio di rappresentanza, volto ad instaurare rapporti con imprese o clienti cinesi. Gli investimenti sono regolati dal Foreign Investment Industrial Guidance Catalogue, catalogo di orientamento nel quale viene fatta una distinzione tra investimenti limitati, incoraggiati e proibiti. Nell’ultimo aggiornamento del 2007 rientrano negli investimenti incoraggiati la costruzione e la gestione di impianti ad energie rinnovabili.
In realtà, occorre però sottolineare che ogni settore ha delle peculiarità. Nel 2002 è partito un programma di concessioni pianificate volto a massimizzare lo sfruttamento dell’energia eolica. Oltre alla priorità di dispacciamento, agli impianti viene garantita la vendita dell’energia con un sovrapprezzo di 0,001 yuan/kWh, (su un prezzo di 0,4-0,6 yuan/kWh per l’elettricità residenziale). I progetti sono poi vincolati ad avere certe caratteristiche, come una dimensione minima di 100 MW e turbine come minimo da 750 kW; inoltre il 70 per cento dei componenti deve essere imperativamente di produzione cinese. Tuttavia un buon margine di business rimane, come dimostrano le esperienze di General Electric, Nordex, Gamesa e Acciona che hanno affiancato le aziende locali nello sviluppo delle wind farms. Si pensi che il 30 per cento concesso agli investitori stranieri rientra in un potenziale stimato a 250 GW onshore e 750 GW offshore.

Il fotovoltaico è tra le energie rinnovabili quella che si è maggiormente sviluppata in Cina, al punto da classificare i produttori cinesi tra i leader mondiali per quantità prodotte. Difficilmente l’industria fotovoltaica italiana potrebbe puntare a competere con quella cinese. Valutiamo invece la possibilità di costituire società di trading, dette FTC (Foreign Trading Companies), per avviare attività di importazione. Interessanti in proposito sono le disposizioni normative, contenute nelle Regulations on Shanghai Waigaoqiao free Trade Zone (1996) che descrivono come avviare questo genere di attività a Shanghai nella bonded area di Waigaoqiao. Attenzione però agli standard di qualità dei prodotti, sia dal punto di vista del prodotto stesso sia della sua produzione; ulteriori rischi sono dati dall’incertezza sui tassi di cambio. Il business comunque appare molto interessante, dati gli elevati margini di guadagno.
Opportunità di entrare nel mercato cinese potrebbero nascere dal solare termodinamico; in questo caso la questione più delicata è non diffondere il know-how ad imprese locali, che potrebbero trarne un vantaggio competitivo rispetto a quelle italiane. Occorre pertanto esaminare con cura le normative a riguardo: la legge sui trasferimenti di tecnologia (Regulation on Technology Imports and Exports, 2002) prevede dei contratti di cessione o concessione dell’uso di brevetti, regolamentati a loro volta da un apposito ufficio della Repubblica, nonché dalla Legge Brevetti. La tutela dei brevetti non rientra invece in una normativa apposita. Si fa pertanto riferimento alla Legge sulla Concorrenza Sleale. Il diritto cinese prevede sanzioni in caso di ottenimento del segreto commerciale mediante furto, coercizione o altri metodi scorretti, di divulgazione o utilizzazione diretta o indiretta e di violazione di richieste o patti di non divulgazione, aventi ad oggetto informazioni a carattere confidenziale (art. 10 e 25). Per evitare inconvenienti è possibile costituire delle società a capitale interamente straniero.

A partire dal 1986, la Legge sulle Wholly Foreign Owned Enterprises (WFOE), modificata nel 1990 e nel 2000, disciplina questa forma di società. L’investitore presenterà domanda al ministero del Commercio, che dovrà dare o meno una conferma entro trenta giorni; in seguito si farà la domanda per la Business Licence all’Ente amministrativo per l’industria e il commercio.
Altra forma di investimento è la joint venture, e in particolare la Equity Joint Venture, descritta nella EJV Law. Questa è più adatta a tecnologie meno innovative, dato che il partner straniero può detenere una quota di capitale tra il 25 e il 99 per cento. L’azienda deve ricercare un partner (si può delegare una società privata ad indagare sulla salute finanziaria del partner, in quanto in Cina non ci sono obblighi giuridici riguardo alla certificazione di bilancio di aziende che non siano grandi Gruppi), redigere una lettera di intenti e redigere un business plan. In seguito, occorre prestare molta attenzione al contratto da stipulare, in quanto molte tipologie standard cinesi non presentano una tutela adeguata del partner straniero.
Il contratto sarà poi presentato al ministero del Commercio e approvato dalle autorità provinciali che conferiranno la Business Licence. Le biomasse potrebbero essere sfruttate con questa tipologia di società. La Cina ha una lunga tradizione nello sfruttamento di biomasse e biogas, tuttavia occorrerebbe trasferire tecnologie allo stato dell’arte, nonché ottimizzare la gestione degli impianti e degli approvvigionamenti. Gli investimenti sono interessanti, grazie alle agevolazioni di tipo feed-in tariff, e inoltre il potenziale cinese è ancora un volta notevole. Studi del 2002 stimano a 70 milioni di tonnellate i residui solidi annuali delle industrie cinesi, nonché 49 milioni di tonnellate di escrementi solidi per l’industria zootecnica. Con la crescita economica, la National Development and Reform Commission ha previsto per il 2020 una produzione potenziale di 41,5 miliardi di metri cubi di biogas, corrispondenti ad una produzione elettrica di 83 TWh/anno.

«È facile motivare
entusiasmo o scettiscismo
ma tutti dovrebbero
tenere un occhio
sul mercato cinese
perché le potenzialità
che lo caratterizzano
sono elevatissime»

Può essere presa in considerazione una terza possibilità: l’acquisizione di aziende cinesi e la loro trasformazione in società ad investimento straniero, disciplinata con le Interim Provisions on the Takeover of Domestic Enterprises by Foreign Investors (2006). Le autorizzazioni saranno a carico del ministero del Commercio per investimenti superiori a 100 milioni di dollari, mentre per investimenti minori l’approvazione dipenderà da filiali regionali o provinciali dei ministeri.
L’ambiente competitivo cinese è complesso e poco prevedibile, le aziende che operano nel mondo dell’energia devono quindi affrontarlo con cautela analizzando con obiettività le opportunità e i rischi di questo momento storico di sviluppo. È facile motivare entusiasmo o scetticismo, ma tutti dovrebbero tenere un occhio sul mercato cinese perché le potenzialità teoriche che lo caratterizzano sono elevatissime. Probabilmente si arriverà in un prossimo futuro ad una maggiore trasparenza normativa; l’internazionalizzazione verso la Cina ha quindi una valenza strategica e imparare ad operare in questa realtà costituisce e costituirà sempre di più un vantaggio competitivo.

 
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