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Alla ricerca di una strategia nazionale Stampa E-mail

di Ugo Farinelli


Il panorama dello sforzo di ricerca e sviluppo nel campo dell’energia, quale appare dai contributi pubblicati su questo dossier, è così vasto e variegato che non è facile né forse molto significativo estrarne delle conclusioni complessive. Guardando in particolare alla ricerca svolta nelle Università - una parte importante del quadro complessivo - troviamo tanto delle punte di indubbia eccellenza quanto delle ricerche di inseguimento (anche queste, intendiamoci, spesso utili ad allinearci con altri Paesi); abbiamo alcuni esempi significativi di collegamenti con grandi imprese italiane o addirittura multinazionali, meno, purtroppo, di quelli con le piccole e medie imprese e con i distretti industriali che costituiscono l’asse portante del nostro sistema produttivo.

La prima constatazione è che se un quadro unificante vogliamo trovare, lo dobbiamo cercare fuori dai confini, in Europa. È costituito da una parte dai Programmi Quadro di ricerca, oggi il Settimo Programma Quadro (FP7); dall’altra dal SET-Plan (Strategic Energy Technology), sempre della Commissione europea, con le strutture di programmazione cui ha dato luogo (in particolare le piattaforme tecnologiche): il primo diretto alla ricerca più di base o alla sperimentazione prototipale, il secondo al collegamento con le strutture produttive e con i governi (usando la terminologia corrente: con tutti gli stakeholder, gli aventi voce in capitolo). E fin qui tutto bene: non si può certo qualificare la ricerca italiana di provincialismo, o di scarsi legami con quello che si fa nel resto dell’Europa.

È questo un processo che è in atto da molto tempo, ma che ha subìto una forte trasformazione: nel passato, la partecipazione a programmi europei era vista soprattutto come un’occasione di fi- nanziamento, anche dalle industrie, che erano disposte a partecipare anche quando l’argomento non faceva parte delle loro priorità strategiche; oggi quasi tutti si sono resi conto che lo sforzo (tutt’altro che indifferente) necessario per partecipare a un progetto multinazionale si giustifica solo quando si è interessati ai risultati che si generano e alla possibilità di creare un tessuto di relazioni e di alleanze industriali che sopravviva al progetto.

Quello che viceversa sembra molto spesso mancare è la definizione di una strategia nazionale, sia pure all’interno di una strategia comune europea. Abbiamo caratteristiche climatiche, geografiche, industriali, sociali, che ci differenziano profondamente da tutti o da molti altri Paesi europei. Non ci vuole uno studio molto approfondito per vedere che l’energia del moto ondoso dei mari italiani è molto inferiore a quella che si trova in Gran Bretagna o in Portogallo; mentre per quella ottenibile dalla geotermia la situazione è opposta. Ebbene, questa semplice osservazione non sembra evidenziata dal censimento effettuato sulle ricerche svolte (anche tenendo conto dell’ottimo lavoro del Centro di Eccellenza sulla Geotermia di Larderello). L’Italia usa oggi il carbone per la produzione elettrica in misura molto inferiore alla maggioranza degli altri Paesi europei: forse questo indicherebbe una priorità inferiore per la cattura e il sequestro della CO2, che invece riceve qualificate attenzioni. Manca, insomma, una chiara strategia italiana nel campo dell’energia, anche e soprattutto a livello industriale, che aiuterebbe a orientare da una parte le scelte delle Università e degli enti di ricerca, d’altra parte anche il nostro contributo alla elaborazione delle politiche comunitarie in materia di ricerca energetica. [...]

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